Visualizzazione post con etichetta new media. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta new media. Mostra tutti i post

giovedì 24 novembre 2011

Se l'azienda rimpiange la macchinetta del caffé

“E ora…che si fa?”. La domanda riecheggiò nella stanza nella quale erano riuniti i membri del comitato di redazione della community che l’azienda aveva deciso di aprire al suo interno, uno spazio virtuale nel quale le donne dell’azienda erano state incoraggiate a condividere le proprie preoccupazioni, a raccontare le sfide quotidiane che come lavoratrici donne si trovavano quotidianamente ad affrontare.

Ed alcune avevano colto seriamente l’invito. Ci avevano messo la faccia, dando un nome e cognome alle loro affermazioni anche quando si era trattato di elencare quello che in azienda non funzionava: i meccanismi che bloccavano l’avanzamento professionale delle donne e le problematiche legate alla valutazione del talento femminile. Ed ora quelle stesse donne chiedevano non soltanto di essere ascoltate, ma anche di ottenere risposte alle loro istanze.

“Che fare?” si chiesero dunque i membri del comitato di redazione…
Ecco, oggi diverse aziende si trovano in questa condizione: sfruttando le potenzialità di partecipazione consentite oggi da Internet hanno offerto ai propri dipendenti la possibilità di esprimersi e di condividere con altri colleghi i propri pensieri. E se è vero che il numero di coloro che partecipa attivamente ai lavori della community, scrivendo commenti ed animando il dibattito è normalmente costituito da un piccolo nucleo se paragonato al numero degli addetti dell’azienda, tuttavia le idee circolano, escono dai confini della community e le istanze si definiscono con sempre maggiore chiarezza.

L’azienda che oggi decide di dar voce ai dipendenti deve essere consapevole che l’aspetto più complesso da gestire è proprio “il che fare”, la risposta che si intende dare alle problematiche espresse.

In mancanza di una strategia in tal senso l’azienda rischia seriamente di trovarsi a rimpiangere i tempi nei quali il malcontento aziendale trovava sfogo di fronte alla macchinetta del caffè…il tempo di sorseggiare un caffè e poi tutto passava…fino almeno al caffè successivo.

lunedì 11 luglio 2011

Caro autore ti scrivo...

E’ noto, in Italia si legge poco (20 milioni di italiani non leggono né libri, né riviste, mentre 4 milioni sarebbero i lettori “forti” o “abituali”, che da soli assorbono buona parte delle vendite dei libri)*.
Tuttavia si parla poco, mi sembra, di un altro aspetto, che ha a che vedere con l’esperienza stessa della lettura, con il piacere che essa infonde, che si tratti di poesia, romanzi, saggi...



E’ un’esperienza che nella maggior parte dei casi termina con l’ultima pagina del libro e che invece, grazie anche alle tecnologie oggi a nostra disposizione potrebbe protrarsi nel tempo. Pensiamo ad esempio ad un romanzo che si svolge in qualche paese lontano e alla possibilità (senza perdere ore in ricerche su Google), ma tramite percorsi online suggeriti dal libro stesso, di approfondire la conoscenza dei luoghi citati e la cultura del paese rappresentato o ad un saggio storico e alla possibilità di continuare il tema affrontato grazie a materiali presentati nel corso di mostre o in musei.


L’ebook potrà aprire molte opportunità su questo fronte: ma anche oggi, partendo dal tradizionale libro cartaceo, si possono pensare e costruire nuovi percorsi di lettura...Il primo passo, quello apparentemente più semplice, è pensare ad un diverso rapporto con l’autore del libro, per il quale i lettori non sono ad oggi altro che un anonimo numero. Nel mondo della musica si sta già verificando un importante cambiamento nel rapporto tra musicista e fan: il rapporto diventa più continuativo, i fan si riuniscono in comunità sempre più forti e fidelizzate. Sarebbe auspicabile che anche nel mondo del libro avvenisse un cambiamento di questo tipo. Certo , questo implica che l’autore si metta maggiormente in discussione con i propri lettori, aprendosi al dialogo e al confronto, ma in molti casi penso che, anche economicamente, egli ne gioverebbe.



Una frase letta per caso in libreria qualche tempo fa suonava più o meno così: “Quando il libro che hai appena finito di leggere ti è davvero piaciuto, la sensazione che provi è quella di aver trovato, nell’autore, un amico.. e vorresti subito chiamarlo per parlargli, per condividere le tue impressioni...”...ecco, oggi questo è molto più semplice di un tempo...perché non approfittarne?



*http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/progetti_libro_lettura/programma_primo_triennio.pdf

lunedì 29 novembre 2010

The Italian job: se l'azienda non premia la conoscenza...

Novembre/dicembre: periodo di consuntivo sui bonus che le aziende riconoscono ai propri dipendenti, con conseguente riflessione sulle “metriche” in base alle quali le aziende valutano i propri dipendenti e sulle dinamiche che regolano i rapporti aziendali.

A questo proposito, in un periodo di crisi quale quello che stiamo attraversando sembra quasi impossibile proporre concetti (non nuovi ma comunque ancora poco diffusi) di “collaborazione tra pari” e di “ripensamento della gerarchia” all’interno delle aziende. Eppure, molti sottolineano come proprio i periodi di crisi, quelli che riportano all’attenzione la necessità, per le aziende, di ristrutturarsi e di ripensare i propri modelli di business, siano anche quelli più propizi per importanti cambiamenti interni.

Tra i tanti concetti esposti da D. Tapscott e A. Williams nel loro interessante Wikinomics 2.0* vi sono, tra gli altri, proprio la necessità di ripensare i luoghi di lavoro e le stesse dinamiche organizzative sfruttando le potenzialità di scambio delle opinioni e di peer production che le tecnologie informatiche collaborative oggi consentono, non in nome di una generale democratizzazione dell’azienda, ma come necessità per far fronte alle sfide, sempre più complesse, che le aziende oggi devono affrontare in tempi sempre più ristretti.

Da questo punto di vista, la maggior parte delle aziende, per un’inerzia istituzionale e per la mancanza di volontà di mettere in discussione modelli gerarchici affermati da tempo, continua ad ignorare la conoscenza che ha al proprio interno, quella espressa dai dipendenti che ogni giorno si trovano a dover fare i conti con le sfide del mercato e le richieste dei clienti. Oggi queste conoscenze, di cui spesso non rimane alcuna traccia perché si perdono nei momenti di pausa di fronte alla macchinetta del caffè o nello scambio di mail tra colleghi potrebbero facilmente essere “istituzionalizzate” e messe a disposizione dell’azienda per essere ulteriormente dibattute.

Non solo, ma è sempre più evidente come in molti casi, la creazione di team di lavoro su problematiche ad hoc sia una risposta più efficace rispetto all’approccio tradizionale di risoluzione dei problemi (che spesso si risolve con una imposizione dall’alto delle soluzioni, ivi compreso il ricorso a società esterne chiamate a studiare e analizzare problemi che potrebbero, nella maggior parte dei casi, essere risolti all’interno delle aziende con risparmio di tempo e denaro)**.

Secondo gli autori del libro gli approcci tradizionali sono destinati a cambiare nel tempo non soltanto perché le aziende che non li abbandoneranno alla fine verranno penalizzate dal mercato,ma anche per il fatto che le nuove generazioni di lavoratori (quelli cresciuti con Internet e i social network) saranno meno inclini, rispetto alle attuali generazioni, ad accettare l’imposizione di soluzioni dall’alto, in nome della cieca obbedienza alla gerarchia aziendale. Una rivoluzione che però non sarà facile né veloce…soprattutto in paesi, come il nostro, che soffrono di management spesso più “maturi” di quelli di altri paesi e meno inclini a cogliere le sfide/opportunità poste dall’adozione delle nuove tecnologie collaborative nel luogo di lavoro.

*D. Tapscott e A. D. Williams, Wikinomics 2.0 – La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, BUR Next, Milano, febbraio 2010.

**Circostanza, questa, che nel tempo ha alimentato simpatiche, quanto spesso veritiere, barzellette quale quella che potete trovare descritta qui http://forum.alfemminile.com/forum/fitness3/__f71021_fitness3-Per-ireneride-barzelletta-sui-consulenti.html e che vi riporto pari pari di seguito:

“Un pastore stava pascolando il suo gregge di pecore, in un pascolo decisamente lontano e isolato quando all'improvviso vede avvicinarsi una BMW nuova fiammante che avanza lasciandosi dietro una nuvola di polvere. Il guidatore, un giovane in un elegante abito Versace, scarpe Gucci, occhiali Ray Ban e cravatta Yves Saint Laurent rallenta, si sporge dal finestrino dell'auto e dice al pastore: "Se ti dico esattamente quante pecore hai nel tuo gregge, me ne regali una?" Il pastore guarda l'uomo, evidentemente uno yuppie, poi si volta verso il suo gregge e risponde con calma: "Certo, perché no?" A questo punto lo yuppie posteggia l'auto, tira fuori il suo computer portatile della Dell e lo collega al suo cellulare della A T& T. Si collega a internet, naviga in una pagina della NASA, seleziona un sistema di navigazione satellitare GPS per avere un'esatta posizione di dove si trova e invia questi dati a un altro satellite NASA che scansiona l'area e ne fa una foto in risoluzione ultradefinita. Apre quindi un programma di foto digitale della Adobe Photoshop ed esporta l'immagine a un laboratorio di Amburgo in Germania che dopo pochi secondi gli spedisce un e-mail sul suo palmare Palm Pilot confermando che l'immagine è stata elaborata e i dati sono stati completamente memorizzati. Tramite una connessione ODBC accede a un database MS-SQL e su un foglio di lavoro Excel con centinaia di formule complesse carica tutti i dati tramite e-mail con il suo Blackberry. Dopo pochi minuti riceve una risposta e alla fine stampa una relazione completa di 150 pagine, a colori, sulla sua nuovissima stampante HP LaserJet iper-tecnologica e miniaturizzata, e rivolgendosi al pastore esclama: "Tu possiedi esattamente 1586 pecore". "Esatto. Bene, immagino che puoi prenderti la tua pecora a questo punto" dice il pastore e guarda il giovane scegliere un animale che si appresta poi a mettere nel baule dell'auto. Il pastore quindi aggiunge: "Hei, se indovino che mestiere fai, mi restituisci la pecora?". Lo yuppie ci pensa su un attimo e dice: "Okay, perché no?" "Sei un consulente" dice il pastore. "Caspita, è vero - dice il giovane - come hai fatto a indovinare?" "Beh non c'è molto da indovinare, mi pare piuttosto evidente - dice il pastore - sei comparso senza che nessuno ti cercasse, vuoi essere pagato per una risposta che io già conosco, a una domanda che nessuno ti ha fatto e non capisci un ... del mio lavoro. Ora restituiscimi il cane!"

martedì 26 ottobre 2010

Mamma, che omicidio danno questa sera in tv?

Basandoci sulla nostra pur limitata esperienza delle televisioni pubbliche straniere il sospetto c'era venuto. E i dati dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza pubblicati nel mese di ottobre 2010 li confermano: la criminalità in Italia è diventata un vero e proprio genere televisivo.

Dai dati raccolti dall'Osservatorio* emerge infatti che nel primo semestre 2010, il TG1 ha dedicato, nella sua edizione serale, 431 notizie ai fatti di criminalità, pari al 10,8% del totale delle notizie, contro il 7,7% di BBC One, il 4,2% della spagnola TVE, il 4% della francese France 2 e l’1,8% della tedesca ARD. Vista l’attenzione data a questo argomento, si potrebbe dedurre che il tasso di criminalità nel nostro paese sia decisamente superiore a quello degli altri paesi europei. Deduzione che viene però smentita dalle statistiche, comprese quelle sui soli omicidi, pubblicate da Eurostat (e consultabili al seguente indirizzo: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-09-036/EN/KS-SF-09-036-EN.PDF).

Non solo, ma ai dati relativi alla televisioni pubbliche bisognerebbe aggiungere quelli dei TG delle televisioni private e lo spazio che i cosiddetti programmi “contenitori” (es: quelli della mattina e del pomeriggio sulle reti pubbliche e private) dedicano all’argomento (e qui, chiunque abbia avuto modo di fare zapping in questi giorni non avrà dubbi sullo quantità di spazi dedicati a notizie sulla criminalità, ed in particolare al tipo di criminalità del quale parliamo di seguito nel post).

Il problema non è infatti soltanto quantitativo, ma qualitativo: riguarda cioè anche le modalità con le quali tali crimini sono trattati. E qui emergono quell’attenzione morbosa e la tendenza alla spettacolarizzazione che portano agli eccessi ai quali abbiamo assistito nei giorni scorsi (e che ci inducono ad immaginare con terrore a "tour del crimine" con gite in autobus e pranzo al sacco a luoghi quali la villetta di Garlasco, la villetta di Cogne, il garage di Avetrana e così via, che un giorno potrebbero venire organizzati da qualche intraprendente personaggio).

Raramente, infine, questi fatti diventano motivo di riflessione su problematiche di tipo sociale, familiare, ecc.(operazione peraltro difficile da condurre quando il presentatore di turno interpella gli esperti "occasionali” – categoria sempre più “affollata” in Italia - , che comprende il vicino di casa, il parrucchiere, la cassiera del supermercato e il personaggio dello spettacolo che si trova in quel momento in studio).

Ma consoliamoci, un elemento positivo emerge dall’Osservatorio: alla domanda “Quali ritiene, oggi, i problemi più gravi che occorre affrontare, nella sua regione, per migliorare l’attuale livello di vita?”, la maggior parte degli intervistati cita al primo posto la disoccupazione, seguita dalla "qualità dei servizi sociali e sanitari”...Curiosamente, temi dei quali poco si dibatte in televisione….Che dite, prima o poi qualcuno se ne accorgerà?

*Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, Report 3/2010, Focus sui crimini violenti, ottobre 2010, http://www.demos.it/2010/pdf/1452report_-focus_sui_crimini_violenti.pdf

venerdì 17 luglio 2009

Tanto rumore per...

La notizia è stata riportata sui giornali di mezzo mondo (anche sull'autorevole Financial Times) ed è arrivata anche in Italia.
Che cosa è successo? Un ragazzino di 15 anni, che sta facendo uno stage estivo negli uffici londinesi della celebre Morgan Stanley (15 anni..stage estivo a Morgan Stanley!!!), alla richiesta di descrivere come lui utilizza la tecnologia, ha scritto un rapporto che ha talmente “intrigato” i lettori da essere pubblicato dalla stessa Morgan Stanely e – così dicono – essere richiesto da manager e amministratori delegati di aziende che si occupano dei media e delle sue evoluzioni (una delle note più lette in assoluto tra quelle pubblicate da Morgan Stanley, hanno dichiarato alla stessa Morgan Stanley).

La domanda sorge spontanea: che cosa avrà mai detto di così interessante un bambino di 15 anni da intrigare analisti e manager lautamente pagati che tutti i giorni “smanettano” dati, cifre, ecc e da meritare il titolo di “nuovo guru dei media”, come hanno titolato alcuni giornali?

Ho letto il documento e mentre lo leggevo mi chiedevo come manager super pagati potessero trovare qualche elemento “sorprendente” in questo racconto che presenta molte delle componenti che chiunque abbia a che fare con dei ragazzi di quell’età conosce (es: i giovani non leggono i giornali..ad eccezione di quelli gratuiti che trovano sui bus o nel metro..i giovani non amano la pubblicità su Internet..la trovano inutile, ecc.). Eppure questi manager commissionano ogni giorno ricerche ed indagini proprio per capire come i giovani utilizzano i media!

A questo punto una seconda domanda sorge spontanea: questi manager osservano mai i propri figli giocare/studiare/ecc., Parlano mai con loro? Ho la sensazione che se passassero meno tempo in riunioni, spesso inutili ed inconcludenti e più tempo a casa con i propri figli, forse, qualche cosa la imparerebbero anche loro (e gratuitamente!).

P.S.: Per chi fosse interessato, ecco il link al documento:
http://media.ft.com/cms/c3852b2e-6f9a-11de-bfc5-00144feabdc0.pdf

mercoledì 20 maggio 2009

"Via col vento" ed il barattolino di gelato

Che cosa c'entra direte voi?

Me ne intendo poco di pubblicità, ma questa mi è piaciuta! Un bel caso di "mash-up" , ossia di un prodotto "ibrido", fatto di componenti diverse, assemblate in modo tale da ottenere un prodotto nuovo ed originale.

Ogni volta che si parla di crisi di originalità, di mancanza di contenuti nuovi/innovativi sui media a me profana del settore viene in mente il potenziale legato all'utilizzo di vecchi contenuti (video, audio, ecc.). Perché non "rivisitare" questi contenuti con spunti legati all'attualità, utilizzando le grandi potenzialità offerte dalle attuali tecnologie audio/video?
Senza dubbio le difficoltà ci sono (vd. la questione del copyright, ecc.). Però mi sembra una sfida interessante...Vedremo...

sabato 16 maggio 2009

Born digital: i nati (nativi) digitali

Più volte abbiamo parlato del tema dei new media e della loro influenza sui nostri stili di vita. Ma che dire dei nostri figli, ossia di coloro che sono “nati digitali”?

In un articolo apparso ieri (Luca Tremolada, Riforma mentis, Nova, 14 maggio 2009), i “nati - o nativi - digitali” vengono così descritti: “Mentre noi adulti cerchiamo sempre un manuale o abbiamo bisogno di strumenti per inquadrare concettualmente un oggetto di studio prima di dedicarci ad esso, questi nativi digitali apprendono per esperienza e per approssimazioni successive. Noi assorbiamo informazioni in sequenza logica, loro giocano con le informazioni, tagliano ed incollano saperi diversi, hanno una cultura delle immagini più sviluppata, una manualità nell’apprendere che si manifesta al compute (...) questa generazione studia e collabora in rete, è sempre connessa, non ha filtri, fatica a riconoscere l'autorità e rifugge il conflitto. Sono menti meno autonome”…

E’ evidente che il modo in cui questi nativi digitali si relazionano con gli altri, con la realtà, con lo studio, è diverso da quello di chi, come noi, è nato senza PC in casa, senza telefono cellulare e senza Internet. La distanza è tanta e questo forse, contribuisce ad alimentare un po’ di inquietudine.

Certo, sapere che per molti ragazzi Google equivale alla “realtà/verità” (se lo dice Google allora è senza dubbio vero…se non c’è su Google allora non esiste…) fa riflettere. Ma non sarà che molti dei dubbi che nutriamo su questa nuova generazione di nativi digitali sono legati alla difficoltà che noi "nati o nativi analogici” abbiamo nel capire come gestire la rivoluzione negli stili di vita, nei comportamenti sociali e lavorativi che la tecnologia sta determinando nella nostra quotidianità?

giovedì 14 maggio 2009

Fermate l'orologio!

Il mondo dei media sta cambiando: convergenza, nuove piattaforme tecnologiche, nuovi contenuti. Non sappiamo ancora bene quali forme assumeranno i nuovi media (la nuova televisione, i nuovi giornali, il nuovo web...). Molto dipenderà anche dalla creatività di coloro che creano i contenuti: non a caso, oggi, uno dei problemi principali sembra essere proprio la difficoltà a trovare nuovi talenti, in grado di sperimentare nuovi contenuti e linguaggi (nonché i finanziamenti e il supporto necessario per percorrere queste nuove strade).

Sappiamo una cosa però: la televisione non sarà più quella di adesso, come pure Internet, i giornali e la radio...Già, perché anche la radio (uno dei mezzi più amati e seguiti) sta evolvendo.

A questo proposito, ecco un link interessante: http://www.bbc.co.uk/podcasts/radio4/genre/factual/a-z/
Si tratta di programmi radiofonici di BBC Radio 4 disponibili in podcast (quindi scaricabili su un lettore MP3 o su PC), disponibili a tutti (anche agli utenti non inglesi, salvo qualche limite sui brani musicali per via del copyright) ed in qualsiasi momento uno lo desideri, senza vincolo di orario. La scelta è molto ampia: dall'economia alla politica, dalle notizie al giardinaggio, dalla storia delle idee ai quiz matematici...di tutto di più...

La tecnologia amplia le nostre possibilità di fruizione dei contenuti ma non ci mette ancora a disposizione mezzi efficienti, efficaci, economici e di facile utilizzo in grado di ottimizzare la nostra organizzazione del tempo. Già perché la vera sfida consiste propro nella capacità di riorganizzare i nostri tempi in funzione (anche) delle nuove opportunità che la tecnologia ci offre (in questo, come in altri settori). Nonostante tutto il tempo resta, purtroppo, la vera risorsa scarsa...

lunedì 26 gennaio 2009

Okkio al "buco nero"!

Qualche giorno fa la direttrice della British Library ha lanciato l’allarme http://www.guardian.co.uk/technology/2009/jan/25/internet-heritage?commentpage=1: “Attenzione, il materiale digitale che viene prodotto oggi (studi, documenti vari – pubblici ed informali - foto, ecc.) rischia di scomparire creando un enorme “buco nero” che determinerà grandi problemi a chi vorrà studiare i nostri tempi”!...Bel paradosso per una società, come la nostra, che crea contenuti in quantità e con una velocità inimmaginabile per il passato!

La direttrice cita in particolare le seguenti questioni: la velocità con la quale cambia la tecnologia (che rende necessario adattare contenuti – es. video realizzati in un formato vecchio- in un formato più aggiornato, leggibile dalle tecnologie d’oggi), la velocità con la quale i materiali online scompaiono (con l’insediamento di Obama alla Casa Bianca sul sito ufficiale non si trova più nulla su Bush…) e dall’altra parte, la necessità di distinguere - nell’abbondanza informativa - quello che va preservato da quello che non “merita” di essere preservato per la futura memoria.

In termini generali e collettivi (memoria del paese, memoria del mondo nel quale viviamo) mi sembra un tema molto importante; ed in fondo lo è anche a livello personale (vd. le migliaia di foto - molte delle quali mai stampate - che giacciono nel nostro PC, le migliaia di mail che riceviamo ed inviamo e che hanno in gran parte sostituito le vecchie lettere, ecc.).

Alcuni hanno interpretato l’allarme della direttrice come un “al lupo al lupo” tipico di un “tecnofobico”: personalmente non condivido questa critica e penso che proprio la tecnologia possa aiutarci in parte a risolvere il problema (ma per risolverlo, bisogna essere ben consapevoli dell’esistenza del problema, quindi bene rifletterci sopra, come invita a fare la direttrice).

A livello personale sono d’accordo con la necessità di fare un po’ di ordine digitale nella vita e a premere più spesso di quanto facciamo il tasto DEL (o CANC). Ok a salvare le foto e i filmini su hard disk ma per le mail il discorso è diverso..Chi scrive mail a mo’ di lettera di una volta? Quasi nessuno penso (tra gli under 40): dunque avrebbe senso salvare o stampare poche righe di testo?

Al riguardo propongo una soluzione: prendere la vecchia penna stilografica e un bel diario e scrivere lì quello che succede, le mail (significative) che riceviamo, ecc. Lo scrivere su carta implica un processo di selezione “alla fonte”…riporteremo così solo quello che ci interessa, quello che ci ha colpiti e potremo rileggere queste pagine in ogni momento…anche se manca la luce o se Internet non funziona…e se vorremo potremmo scannerizzare il tutto e renderlo digitale…che ne dite?

Uhm, però, il compito è già arduo per me, immagino che cosa possa essere per le istituzioni che per vocazione devono preservare la memoria del futuro! In bocca al lupo a Ms Brundley e a tutti i suoi colleghi!

domenica 11 gennaio 2009

Internet: ma quanto male fa?

"Bocciati in Internet? Ottima notizia", questo il titolo di un articolo di Stefano Lorenzetto su "Il Giornale" di oggi (versione integrale online: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=319999) che commenta positivamente alcune statistiche sul calo della penetrazione di Internet nelle famiglie italiane (in controtendenza rispetto agli altri principali paesi europei).
Ecco alcune delle considerazioni che l'autore fa a supporto della sua tesi:

1) i ragazzi di oggi passano ore imbambolati di fronte al Pc a parlare di nulla con persone che non vedranno mai, perdendo il contatto con la realtà

2) Facebook si è rivelato uno strumento molto pericoloso (vedi l'ultimo caso degli infermieri che a Torino hanno filmato i pazienti e postato il video su Facebook)

3) Molti impiegati si trastullano con Internet in ufficio, con impatti negativi sulla produttività

4) Nessuno controlla i contenuti...sulla rete si trova di tutto, si può dire di tutto, la rete è incontrollabile...siamo di fronte ad una sorta di "dittatura della libertà".

Diversi sono gli argomenti che si potrebbero utilizzare per confutare queste tesi, ma mi limito ad uno solo: l'utilizzo consapevole del mezzo.

Secondo me, l'errore di fondo di queste argomentazioni consiste nel pensare che il problema risieda nel mezzo, nella tecnologia. Io penso che stia invece nella testa delle persone che usano la tecnologia. E' vero, le nuove tecnologie sollevano nuovi interrogativi su come ci rapportiamo con gli altri: la risposta però non penso sia nel "mettere i lucchetti ad Internet", come suggerisce l'autore, ma nell'educare le persone, sin da piccole, ai nuovi media, aiutarle a distinguere tra reale e virtuale e a mantenere quel senso critico, quella capacità di ragionare e discernere che è - o almeno dovrebbe essere - caratteristica imprescindibile dell'essere umano (e che, per la cronaca, si dovrebbe esercitare nei confronti di TUTTI i media: giornali, televisione, cinema, radio, ecc.)

mercoledì 10 dicembre 2008

E 'l naufragar m'è dolce in questo mare...

"Per i consumatori USA il web è il media più credibile", questo il titolo di un articolo di Gianroberto Casaleggio apparso ieri su "Milano Finanza". L'articolo riporta i risultati di un sondaggio condotto online negli USA su un campione rappresentativo della popolazione adulta. Alla domanda "Qual è la fonte di notizie che ritiene più affidabile?", il campione ha risposto: Internet (37,6%), la televisione nazionale (20,3%), la radio (16%), la stampa (11,3%), la televisione locale (4%), mentre il restante non risponde, indica "altro" o non guarda le notizie (qui si trova il documento completo del sondaggio :
http://www.ifc.com/static/img/series/mediaproject/mp_full_poll_results.pdf ) Ho scritto alla società US che ha commissionato lo studio per chiedere alcuni chiarimenti su come è stata condotta la ricerca ma per ora non ho avuto riscontri. Nel frattempo provo comunque a fare qualche considerazione. In primo luogo, quando leggiamo questo tipo di notizie penso che sia necessario chiarire un aspetto: che cosa intendiamo per "Internet"? Internet è infatti prima di tutto una piattaforma di distribuzione dei contenuti. Se utilizziamo questa piattaforma per consultare un articolo di giornale, es. La Repubblica, è difficile, a mio parere, fare un confronto tra questo strumento e la stampa, in quanto in questo caso Internet è soltanto un'altra modalità di distribuzione del giornale rispetto all'edicola sotto casa (è vero, gli articoli non sono gli stessi, ma la "fonte" è la stessa..). In questo senso è difficile dire che "Internet è più affidabile" (mentre potremmo dire che è più aggiornato, più rapido...). Se invece parliamo di Internet come di uno strumento nel quale troviamo contenuti che non potremmo trovare altrove (o che sarebbe molto difficile trovare altrove) allora la cosa cambia: qui l'oggetto di analisi è in primo luogo quello che gli utenti (che non hanno magari altra possibilità di dare visibilità alle proprie idee) scrivono e producono (testi, foto, video, ecc.). Che però questo materiale possa essere più affidabile di quello che trovo su altre piattaforme (tv, radio, ecc.) su questo non sono così sicura. Fateci caso: cercate una notizia e vedrete che in molti casi essa viene riportata nello stesso modo in molti siti...già, perché spesso non viene fatto alcun controllo della "fonte": in questo modo, spesso gli errori si "propagano" a macchia d'olio. Due le soluzioni a questo problema: 1) sfruttare Internet per verificare, incrociare fonti, consultare più opinioni; 2) fare riferimento ai siti, blog, ecc. delle persone che riteniamo affidabili...In realtà anche il punto 2) rischia di portarci in un vicolo cieco: come giudicare l'affidabilità delle persone? Si dirà: dalla loro notorietà, dai link che indicano, dai blog ai quali rimandano. Vero, ma così non c'è il rischio di riproporre sul web le dinamiche del mondo reale (ossia ha più visibilità chi ha già visibilità tramite altri strumenti: stampa, tv, ecc., alla faccia del Web2.0, ossia del web "partecipativo"?)... Con il risultato che molte persone valide che scrivono il loro blog personale (o commentano sui blog degli altri) non avranno mai l'eco che meritano? Più navigo e leggo blog qua e là, più mi rendo conto di quanto sarebbe bello poter avere uno strumento/un luogo, qualcosa che renda possibile, su uno stesso argomento, poter linkare (ma in modo molto più visibile di come viene fatto oggi) tutto quello che viene scritto su uno stesso argomento (ad es. i commenti ai post sui blog) dando così evidenza a tante voci...certo, anche così ci sarà il rischio di perdersi, ma almeno il "naufragar ci sarà (forse un po' più) dolce in questo mare"...

martedì 2 dicembre 2008

Facebook: risultati del sondaggio

Grazie a coloro i quali hanno partecipato al nostro sondaggio su Facebook! Ecco i risultati: la maggioranza (57%) pensa che Facebook sia un fenomeno destinato a continuare; il 29% pensa che sia una moda temporanea e il 14% non sa. Benché il sondaggio non sia rappresentativo (ovviamente!!!) penso che in fondo offra un'idea di quello che è il comune sentire - oggi - su questo fenomeno. Facebook ha "inaugurato" una nuova modalità di interazione: semplice, immediata, che consente di combinare in un unico contesto diverse modalità di interazione e comunicazione (condivisione di foto, video, creazione di "gruppi di interesse", applicazioni, ecc).
Forse tra un anno/due anni non ci sarà più una cosa chiamata "Facebook", ma gli insegnamenti che "gli addetti ai lavori" stanno ricavando da questa rete di social networking avranno un ruolo importante nella definizione dei social network del futuro...

Vorrei...ma non sono abilitata...

Oggi, facendo una ricerca su Internet mi è capitato di finire sul blog di una persona che oltre a fare il ricercatore universitario, è partner di uno studio molto noto che si occupa di ascolti televisivi. "Bene, penso io, finalmente un blog interessante...". Leggo alcuni post e clicco sulla voce "commenti". Ed ecco il pop-up che mi avverte, con tono perentorio:

"Spiacente, Lei non è abilitato a commentare i post del prof. (...) Se lo ritiene opprtuno puo' inviare una mail con il suo pensiero a (...). La mail potrebbe non essere letta a cadenze regolari nel secondo semestre dell'a.a. ma viene cmq letta".

Ora, a parte lo stile che ondeggia tra il formale ("Lei" su Internet?!..Ma quando mai???) e il ben più prosaico "cmq" e "a.a" (forse, visto il Lei, avrebbe anche potuto sprecarsi e scriverli per intero, "comunque" e "anno accademico", no?) e l'errore di scrittura (opprtuno...) la situazione mi ha fatto alquanto ridere: 1) perché inserire la funzione "commenti" se poi non consenti ai lettori di scrivere i "commenti"? (da notare: non è possibile farlo neanche registrandosi...dunque, chi sarà mai "abilitato"???); 2) lo stile del pop-up non invoglia proprio a commentare un bel nulla (o no?), figuriamoci a comunicare il proprio "pensiero", ma allora perché scrivere un blog se in realtà non si è interessati per nulla a ricevere eventuali commenti?
Se queste sono le modalità con le quali stimati professionisti nonché prof. universitari (del Politecnico!!!) utilizzano lo strumento del blog...siamo a cavallo! Ora che ci penso.. controllo meglio!...Magari trovo il numero di fax!

sabato 22 novembre 2008

Bulimici, anoressici o equilibrati?

Rob, che si sta appassionando allo studio del fenomeno "Facebook", ha sinora individuato queste categorie di utenti: 1) Il "bulimico", che colleziona amici come figurine (celo, celo, mi manca); 2) L'"anoressico", con una una ristretta cerchia di amici-amici; 3) L'"equilibrato", che sa avventurarsi con giudizio nella società virtuale. Concordate? E soprattutto..qual è la categoria più diffusa su Facebook?

sabato 15 novembre 2008

La vecchia TV si spegne...arriva il digitale terrestre

In base alle ultime decisioni ufficiali, entro il II semestre 2009 (per le province di TO e CN) o il I semestre 2010 (per le altre province) in Piemonte avverrà il switch-off al digitale terrestre (ovvero il passaggio dalla modalità di trasmissione analogica - per intenderci la tv "normale", che da anni tutti vediamo - alla modalità di trasmissione digitale). Da non confondere con tv satellitare e IPTV delle quali si parla molto...Il passaggio alla televisione digitale terrestre riguarda tutti noi (ovviamente anche chi vive fuori dal Piemonte, in quanto la cosa riguarda tutta l'Italia, anche se con tempistiche diverse) e richiede (altrimenti non vedrete più nulla...) o l'acquisto di nuovi televisori oppure l'acquisto di scatolotti (in linguaggio tecnico - set-top-box) da collegare al vecchio televisore. Se qualcuno è interessato a saperne di più (es: quali canali si vedranno, costi,ecc.) me lo faccia sapere (a scanso di equivoci, non voglio vendere televisori o set-top-box...semplicemente è uno degli argomenti che seguo per lavoro, dunque potrei scrivere qualcosa sul tema...)

venerdì 14 novembre 2008

Siamo tutti "prigionieri"?

Sul sito web de "Il Sole24Ore" è stato pubblicato un articolo su Facebook (Prigioniero di Facebook di A. Bajani) che sta suscitando molti commenti... in sostanza si dice che uscire da Facebook è difficile (da qui uno dei motivi dell'utilizzo del termine "prigioniero") perché è difficile cancellare tutti i propri dati (di fatto rimangono memorizzati sul server). Poi si sostiene che con Facebook si accentua il fenomento della virtualizzazione (anziché fermarsi a parlare con gli amici si dà loro appuntamento su Facebook...) e che di fatto si finisce con l'avere nell'elenco dei propri amici una lunga serie di persone che neanche si conoscono che cercano di coinvolgerti su tutto e in tutto...Alcune mie osservazioni: 1) nel momento in cui entriamo in un social network come Facebook di fatto ci "apriamo agli altri" e dunque accettiamo implicitamente di sacrificare un po' della nostra privacy (anche se, su questo sono d'accordo, ci dovrebbe essere maggiore trasparenza su quello che resta dei tuoi dati una volta che decidi di uscire definitivamente da Facebook): 2) penso che il giornalista sia di Milano...a Milano tutti hanno - o dicono - di avere fretta...è una mania molto milanese da "facciamo tutto noi, non abbiamo tempo da perdere"...personalmente penso che se uno incontra un amico (un vero amico, intendo) che non vede da tempo, 5 minuti per prendere un caffé insieme li trova...altrimenti vuol dire che di questo supposto "amico" non gli importava molto, o no? 3) non penso che il numero degli amici sia il fattore essenziale: ho letto di persone che hanno centinaia, spesso migliaia di amici....sarà, mi sembra un po' difficile, a meno di adottare una definizione di "amico" moooolto ampia...4) io non rispondo a tutte le richieste che ricevo, a volte perché non mi interessano, altre volte perché non ne vedo l'utilità..e penso che nessun mio amico si offenda per questo...siamo tutti amici, ma la libertà individuale di scegliere è un principio sacro, o no? Che ne pensate?