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lunedì 29 novembre 2010

The Italian job: se l'azienda non premia la conoscenza...

Novembre/dicembre: periodo di consuntivo sui bonus che le aziende riconoscono ai propri dipendenti, con conseguente riflessione sulle “metriche” in base alle quali le aziende valutano i propri dipendenti e sulle dinamiche che regolano i rapporti aziendali.

A questo proposito, in un periodo di crisi quale quello che stiamo attraversando sembra quasi impossibile proporre concetti (non nuovi ma comunque ancora poco diffusi) di “collaborazione tra pari” e di “ripensamento della gerarchia” all’interno delle aziende. Eppure, molti sottolineano come proprio i periodi di crisi, quelli che riportano all’attenzione la necessità, per le aziende, di ristrutturarsi e di ripensare i propri modelli di business, siano anche quelli più propizi per importanti cambiamenti interni.

Tra i tanti concetti esposti da D. Tapscott e A. Williams nel loro interessante Wikinomics 2.0* vi sono, tra gli altri, proprio la necessità di ripensare i luoghi di lavoro e le stesse dinamiche organizzative sfruttando le potenzialità di scambio delle opinioni e di peer production che le tecnologie informatiche collaborative oggi consentono, non in nome di una generale democratizzazione dell’azienda, ma come necessità per far fronte alle sfide, sempre più complesse, che le aziende oggi devono affrontare in tempi sempre più ristretti.

Da questo punto di vista, la maggior parte delle aziende, per un’inerzia istituzionale e per la mancanza di volontà di mettere in discussione modelli gerarchici affermati da tempo, continua ad ignorare la conoscenza che ha al proprio interno, quella espressa dai dipendenti che ogni giorno si trovano a dover fare i conti con le sfide del mercato e le richieste dei clienti. Oggi queste conoscenze, di cui spesso non rimane alcuna traccia perché si perdono nei momenti di pausa di fronte alla macchinetta del caffè o nello scambio di mail tra colleghi potrebbero facilmente essere “istituzionalizzate” e messe a disposizione dell’azienda per essere ulteriormente dibattute.

Non solo, ma è sempre più evidente come in molti casi, la creazione di team di lavoro su problematiche ad hoc sia una risposta più efficace rispetto all’approccio tradizionale di risoluzione dei problemi (che spesso si risolve con una imposizione dall’alto delle soluzioni, ivi compreso il ricorso a società esterne chiamate a studiare e analizzare problemi che potrebbero, nella maggior parte dei casi, essere risolti all’interno delle aziende con risparmio di tempo e denaro)**.

Secondo gli autori del libro gli approcci tradizionali sono destinati a cambiare nel tempo non soltanto perché le aziende che non li abbandoneranno alla fine verranno penalizzate dal mercato,ma anche per il fatto che le nuove generazioni di lavoratori (quelli cresciuti con Internet e i social network) saranno meno inclini, rispetto alle attuali generazioni, ad accettare l’imposizione di soluzioni dall’alto, in nome della cieca obbedienza alla gerarchia aziendale. Una rivoluzione che però non sarà facile né veloce…soprattutto in paesi, come il nostro, che soffrono di management spesso più “maturi” di quelli di altri paesi e meno inclini a cogliere le sfide/opportunità poste dall’adozione delle nuove tecnologie collaborative nel luogo di lavoro.

*D. Tapscott e A. D. Williams, Wikinomics 2.0 – La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, BUR Next, Milano, febbraio 2010.

**Circostanza, questa, che nel tempo ha alimentato simpatiche, quanto spesso veritiere, barzellette quale quella che potete trovare descritta qui http://forum.alfemminile.com/forum/fitness3/__f71021_fitness3-Per-ireneride-barzelletta-sui-consulenti.html e che vi riporto pari pari di seguito:

“Un pastore stava pascolando il suo gregge di pecore, in un pascolo decisamente lontano e isolato quando all'improvviso vede avvicinarsi una BMW nuova fiammante che avanza lasciandosi dietro una nuvola di polvere. Il guidatore, un giovane in un elegante abito Versace, scarpe Gucci, occhiali Ray Ban e cravatta Yves Saint Laurent rallenta, si sporge dal finestrino dell'auto e dice al pastore: "Se ti dico esattamente quante pecore hai nel tuo gregge, me ne regali una?" Il pastore guarda l'uomo, evidentemente uno yuppie, poi si volta verso il suo gregge e risponde con calma: "Certo, perché no?" A questo punto lo yuppie posteggia l'auto, tira fuori il suo computer portatile della Dell e lo collega al suo cellulare della A T& T. Si collega a internet, naviga in una pagina della NASA, seleziona un sistema di navigazione satellitare GPS per avere un'esatta posizione di dove si trova e invia questi dati a un altro satellite NASA che scansiona l'area e ne fa una foto in risoluzione ultradefinita. Apre quindi un programma di foto digitale della Adobe Photoshop ed esporta l'immagine a un laboratorio di Amburgo in Germania che dopo pochi secondi gli spedisce un e-mail sul suo palmare Palm Pilot confermando che l'immagine è stata elaborata e i dati sono stati completamente memorizzati. Tramite una connessione ODBC accede a un database MS-SQL e su un foglio di lavoro Excel con centinaia di formule complesse carica tutti i dati tramite e-mail con il suo Blackberry. Dopo pochi minuti riceve una risposta e alla fine stampa una relazione completa di 150 pagine, a colori, sulla sua nuovissima stampante HP LaserJet iper-tecnologica e miniaturizzata, e rivolgendosi al pastore esclama: "Tu possiedi esattamente 1586 pecore". "Esatto. Bene, immagino che puoi prenderti la tua pecora a questo punto" dice il pastore e guarda il giovane scegliere un animale che si appresta poi a mettere nel baule dell'auto. Il pastore quindi aggiunge: "Hei, se indovino che mestiere fai, mi restituisci la pecora?". Lo yuppie ci pensa su un attimo e dice: "Okay, perché no?" "Sei un consulente" dice il pastore. "Caspita, è vero - dice il giovane - come hai fatto a indovinare?" "Beh non c'è molto da indovinare, mi pare piuttosto evidente - dice il pastore - sei comparso senza che nessuno ti cercasse, vuoi essere pagato per una risposta che io già conosco, a una domanda che nessuno ti ha fatto e non capisci un ... del mio lavoro. Ora restituiscimi il cane!"

martedì 19 ottobre 2010

Uno, due, tre incarichi…

No, non facciamo riferimento all’ultima puntata di Report, nella quale si è parlato di uomini che siedono nei consigli di amministrazione o che hanno responsabiità di gestione di una pluralità di società (a volte anche concorrenti tra di loro), argomento già trattato da Filippo Astone nel suo ultimo interessante libro “Il partito dei padroni” (in particolare nel capitolo 12, “La casta di lorsignori”)*.

Ci riferiamo ad un altro gruppo di persone, che contrariamente alle prime, difficilmente verrebbero definite membri di una “casta”. Io ho il privilegio di conoscerne bene due. Le chiameremo Anna e Francesca.

La prima annovera tra i suoi incarichi: corso di pallanuoto (4 volte/settimana), corso di pattinaggio artistico (2 volte/settimana), logopedista (una volta/settimana), corso di teatro (1 volta/settimana) e pianoforte il sabato pomeriggio ai quali si aggiungono corsi di ripasso self-made in casa qualora la piccola Elena incappi in qualche brutto voto a scuola…

Anche Francesca passa gran parte del suo tempo in macchina: se venisse pagata per questa attività potrebbe passare per una vera e propria tassista. Del resto le chiamate sono numerose: nuoto, calcio, asilo, scuola, pediatri (vari), spesa, ecc. Ma gli incarichi non terminano qui: sia Anna sia Francesca hanno anche quello che nel linguaggio comune definiremmo un lavoro tout court, ossia svolto tra le pareti di un ufficio.

A tutto questo si aggiungono altre poltrone: non quelle di consigli di amministrazione, ma quelle di casa. Già perché sia Anna sia Francesca si occupano anche della gestione della casa (dalle lavatrici che si guastano, al pozzo in giardino…).

Chi lo sa, forse anche alcuni dei personaggi intervistati nel corso della puntata di Report vantano mogli con molteplici incarichi, simili a quelli di Anna e Francesca … mogli che consentono loro di occupare posizioni importanti in diverse società e di riuscire anche nel miracolo, una volta tornati a casa, di trovare una prole curata ed appagata dalle tante attività extra scolastiche e di affondare le stanche membra in altre confortevoli poltrone (domestiche). Il tutto mentre Anna e Francesca, mai pienamente soddisfatte degli incarichi svolti durante la giornata, si rimproverano di non essere riuscite a preparare i biscotti al cioccolato per la loro amata prole…

*F. Astone, “Il partito dei padroni – Come Confindustria e la casta economica comandano in Italia”, Longanesi, Milano, 2010.

venerdì 8 ottobre 2010

Specchio, specchio delle mie brame…

E’ riemersa dopo mesi dal caos di carte e pubblicazioni sepolte nei vari meandri della scrivania:“The World in 2010”, una pubblicazione annuale (esce di solito nel mese di novembre) nella quale il settimanale inglese “The Economist” cerca di prevedere/anticipare i principali temi economici/politici/sociali dell’anno che sta per iniziare.

Una delle letture più interessanti è quell’articolo, inserito all’interno della pubblicazione, che traccia un bilancio delle previsioni del giornale sull’anno concluso (in questo caso il 2009). Con quello humour che da sempre contraddistingue la rivista, l’articolo in questione “Our greatest hits...and misses for 2009” di Daniel Franklin (p. 90) si apre con questa citazione dell’economista Galbraith: “The only function of economic forecasting is to make astrology look respectable”.

Una citazione che si può applicare anche ad altri campi e, più in generale, all’esercizio del “prevedere” quello che succederà (trend economici, il successo di un prodotto sul mercato, ecc.). In base alla mia esperienza del “forecasting” in ambito tecnologico posso dire che: gli eventi che si riveleranno più dirompenti difficilmente saranno previsti…semplicemente arriveranno e tutti cominceranno a parlarne fino a alla noia.

Alcuni di questi, dopo qualche tempo, si riveleranno delle bufale (ma soltanto quando la lucidità del ragionamento avrà preso il sopravvento sull’eccitazione collettiva). Fino a quel momento, chiunque pensi/dica il contrario dalla massa (compreso il nostro povero analista) verrà ritenuto uno stupido…e non vi sarà riabilitazione neanche quando sarà evidente che aveva ragione.

Altri fenomeni, invece, resteranno e diventeranno motivo di studio/ragionamento per diverso tempo. In tutto questo periodo, le previsioni di chi cerca di analizzare il fenomeno verranno condizionate da una serie di eventi esterni, forze che hanno l’interesse affinché il nostro povero analista affermi una certa cosa piuttosto che un’altra, spesso non in virtù di motivi fondati ma di logiche di convenienza personale ed aziendale (“Analista, non dire che il mercato andrà bene come pensi, perché se poi il mio team di lavoro non raggiungerà quei risultati saremo penalizzati dal management aziendale"... o al contrario…: “Analista, di’ che questo mercato crescerà molto perché ho bisogno di giustificare la mia posizione/il mio ruolo in azienda, ecc.).

Se poi modificherà nel tempo le sue previsioni alla luce di nuove riflessioni , ecco che il povero analista si troverà sottoposto ad altre accuse, a dover giustificare il perché delle differenze rispetto alle sue stime precedenti…(ma ovviamente, al contempo, se non avrà rivisto le previsioni abbastanza in tempo da anticipare gli eventi futuri sarà accusato ugualmente: che analista è infatti uno che non riesce a prevedere gli eventi futuri?).

Insomma, u
na situazione difficile, quella del povero analista, che purtroppo può essere compresa pienamente soltanto da chi ha condiviso le gioie ed i dolori di questo lavoro e che sa che un buon analista non potrebbe andare avanti se nel cassetto della scrivania, insieme agli studi, ai fogli excel, alle analisi ecc. non lasciasse un po’ di posto anche al sesto senso, alle intuizioni e…ebbene sì, anche alla sua piccola palla di vetro…

martedì 20 luglio 2010

Perché...Men AND Women Do it better

Interessante spunto di riflessione dal libro "Rivoluzione Womenomics", del quale abbiamo già avuto modo di parlare in post precedenti (vd. riferimenti in fondo al post).

“I giovani ed ambiziosi maschi che avanzano nella carriera come rulli compressori paiono dotati per virtù innata di raffinate capacità di manovra in questo labirinto (il labirinto aziendale, NDR). Sono costoro ad avere la “politica” aziendale innestata direttamente nei propri geni oppure è il labirinto organizzativo a essere costruito in modo congruente con le modalità di interrelazione, di competizione e di manovra di questi giovani ambiziosi?”*

Detto altrimenti, quello che le autrici sostengono è che le dinamiche che guidano oggi le imprese nel loro modo di gestire le persone e di valutarle, sono di fatte basate su concetti permeati su modelli di comportamento maschile, che dunque tendono ad avvantaggiare gli uomini. Intendiamoci: qui non c’entrano solo il discorso della maternità e della conciliazione vita/lavoro. C’entra il fatto che le donne hanno la tendenza a costruire, anche quando sono in posizione di leadership, delle strutture di lavoro diverse, meno gerarchiche e più collaborative, sono meno propense all’autopromozione, tendono ad essere guidate da valori in parte diversi da quelli che motivano gli uomini (vd. l’importanza del riconoscimento del valore per il lavoro fatto e l'importanza del concetto di fare la differenza sul lavoro, promuovendo ciò che ci ritiene importante più che concetti quali il denaro e la posizione) e tendono a sottovalutare le proprie capacità mentre gli uomini tendono a fare l’opposto. Inoltre le donne sono meno coinvolte in quelle regole di condotta non scritte che spesso favoriscono l’avanzamento di carriera all’interno delle aziende (es: il fatto che gli uomini si ritrovano spesso in contesti informali anche fuori dal lavoro, tessendo relazioni che si rivelano poi utili per progredire all’interno dell’azienda).

Riconoscere queste differenze, ossia il fatto che le donne hanno motivazioni di carriera, modelli di organizzazione del lavoro e stili differenti di comunicazione da quelli della maggioranza maschile al vertice delle imprese (non pretendendo che le donne si adeguino agli stili e ai modelli maschili attuali) rappresenta un passo importante verso lo sfruttamento di quel talento femminile che, come dimostrano i tanti casi citati dalle autrici, può portare significativi vantaggi alle aziende in termini di business.

Qualcuno (che non si è soffermato a leggere con attenzione il libro) probabilmente concluderà che si tratta del solito libro femminista…a me sembra invece che il messaggio sia un altro…parafrasando un motto inglese, “Women don’t do it better…men AND women do”…

*A. Wittenberg-Cox e A.Maitland, Rivoluzione Womenomics, Gruppo24Ore, Milano, p. 257.

martedì 6 luglio 2010

Se i principi non bastano... allora facciamone una questione di efficienza economica

Dimentichiamoci per un attimo i principi di uguaglianza e parità tra uomini e donne secondi i quali i due sessi dovrebbero avere pari opportunità non solo in materia di accesso al mondo del lavoro, ma anche pari salario per le attività svolte e medesime opportunità di carriera.

La tesi della "womenomics", concetto introdotto da Kathy Matsui, analista di Goldman Sachs, è che una maggior integrazione delle donne nell’economia non risponde soltanto a principi di equità, ma anche a principi di efficienza economica. E’ infatti dimostrato che una maggiore partecipazione femminile al lavoro, oltre ad essere un potenziale fattore di sviluppo economico (con impatti significativi in termini di crescita del PIL), ha ripercussioni importanti e positive su questioni quali la sostenibilità delle pensioni (la maggiore partecipazione delle donne porta ad un aumento del numero degli occupati fra le persone in età lavorativa, riducendo il rapporto di dipendenza fra pensionati e lavoratori) e sull’invecchiamento della popolazione.

A questo proposito è importante sottolineare come la relazione tra maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro e minore fertilità, che si riscontrava nei decenni passati non è attualmente così presente. Se negli anni ’80 i livelli di fertilità erano maggiori laddove minore era l’occupazione femminile, negli anni 2000, i paesi con una minore occupazione femminile registravano una minore fertilità rispetto ai paesi con una maggiore occupazione femminile (vd. grafico*)
















Segno che il trade-off tra lavoro e fertilità non è inevitabile laddove si adottino, come è avvenuto in Francia e nei paesi nordici, specifiche iniziative volte ad incoraggiare sia il lavoro femminile, sia la fertilità (es: strutture statali e private che si occupano dei bimbi delle madri lavoratrici, disponibilità di congedi parentali, disponibilità di lavori part-time, ecc.) e che dunque il rapporto tra tasso di occupazione femminile/fertilità varia sensibilmente in funzione di precisi elementi sociali, economici, culturali e politici propri del paese analizzato.

Come emerge dal grafico, l’Italia è caratterizzata da scarsa partecipazione femminile al lavoro (da fonte ISTAT, in Italia nel 2009, meno del 50% delle donne di età compresa tra i 15 e 64 anni lavorava) e bassa natalità. In Italia l’età media della donna alla nascita ha superato 30 anni, una delle più alte d’Europa, ulteriore segno che la volontà di partecipare al mondo del lavoro da noi ha importanti ripercussioni (negative) sulla famiglia: inoltre, in Italia, la possibilità di conciliare lavoro e famiglia spesso si basa sull’apporto che strutture familiari (vd. i nonni) danno (un ulteriore elemento di fragilità se si pensa che questa situazione è destinata a cambiare anche a seguito dell’allungamento dell’età pensionabile).

Non solo, ma se le ricerche macroeconomiche sottolineano i benefici economici a livello di incrementi del PIL derivanti da una maggiore parità dei generi con riferimento all'occupazione (secondo alcuni studi, anche superiori al 10% per quanto riguarda la sola Europa), a livello microeconomico un numero sempre maggiore di studi evidenzia come la presenza, nelle aziende, a tutti i livelli, di gruppi di lavoro misti, apporti grandi benefici all’azienda in termini di produttività e risultati economici. Nonostante questo, la presenza delle donne ai più alti livelli rimane un miraggio nella maggior parte dei paesi (per quanto riguarda l’Italia “la composizione dei consigli d’amministrazione delle società del Mib30 mostra che su 466 cariche consiliari, soltanto undici sono ricoperte da donne”**).

Il mancato sfruttamento del capitale umano femminile è una situazione che dunque non ha giustificazioni…che la si guardi dal punto di vista dell’equità tra i sessi o dal punto di vista dell’efficienza economica…

*Fonte: D. Del Boca, Famiglia e Lavoro,http://www.amichediabcd.org/Intervento%20Daniela%20Del%20Boca%2023.06.07.doc.
**Fonte: D. Del Boca, Perché l'Italia ha bisogno di womenomics, 16/03/2010 (consultabile su http://www.lavoce.info/). Altri testi che trattano l'argomento in una prospettiva internazionale sono: A. Wittenberg-Cox e A- Maitland, Rivoluzione Womenomics, Gruppo24Ore, 2009 e vari paper dell'OECD, tra i quali, A, d'Addio e M. d'Ercole, Trends and Determinants of Fertility Rates, 2005.

venerdì 5 marzo 2010

Non buttate quella mail!

Mentre si lavora con la posta elettronica può succedere di cliccare per errore il tasto che ordina cronologicamente le mail. L’ordine si inverte e riaffiorano dal passato mail insospettate (sempre che voi non siate tra coloro che cancellano sistematicamente le mail non importanti...se fosse così, sappiate che non tutti sono come voi…fortunatamente!). Ecco un breve resoconto:

Alla metà del mese di dicembre 2002, in azienda si preparavano gli auguri natalizi da inviare ai clienti: si scrivevano e si consegnavano alla reception che provvedeva ad imbustare ed imbucare (rigorosamente entro il 17/12…altrimenti addio recapito in tempo). Oggi al massimo si allega alla mail qualche renna danzante o qualche Babbo Natale cantante (che andranno ad intasare la posta elettronica del cliente insieme agli alberelli di Natale con le luci colorate e le comete dei Re Magi). Gli auguri arrivano senza dubbio in tempo ma nessuno li legge più…

Nel 2002, la “dipartita” di un collega dall’azienda era un evento. Si pensava al rinfresco di addio e si inviavano fiumi di mail per consultarsi sul regalo. Accadde quanto partì Luigi e tutti ci mobilitammo per trovare, a Milano, la maglia di Igor Protti del Livorno. Oggi la mobilità del personale è talmente elevata che nessuno perde più tempo e denaro in regali. E’ già tanto se, girando per l'azienda, non scambiamo il collega dell’ufficio accanto con un cliente in visita.

Nel 2003 arrivava nella casella di posta una curiosa notizia. Gli allevatori inglesi erano in rivolta contro l’Unione europea che, sostenevano, li costringeva a posizionare nei porcili palloni da calcio e giocattoli vari per calmare i maialini irrequieti. Un allevatore così riferiva: “Ho qui una lettera che mi dice di mettere giocattoli nel porcile, uno per ogni 20 maiali. Ieri ho provato un aeroplanino di plastica e un orsacchiotto, ma questi sono giocattoli che non durano più di due minuti. E mi ricordo come si comportano i bambini: un giocattolo ogni 20 maiali probabilmente peggiora la situazione. Litigheranno”…il che la dice lunga sull’alta opinione che gli inglesi hanno dei propri maiali (maiali che si comportano come bambini?…ok, sempre meglio dell’altra versione…)

“Richiesta urgente”: è il titolo ricorrente delle mail del cliente X. All’inizio pensi che si tratti davvero di un'emergenza…dopo le successive 300 mail con lo stesso titolo, la tua mente traduce automaticamente “richiesta urgente” con “una delle tante richieste”. Ma forse il cliente se ne accorge…e da allora opta per “urgentissimo”

Nel 2004 arrivava nella casella della posta elettronica la graziosa presentazione in formato power point della canoa che dà un'immagine non molto lusinghiera dei manager italiani (per la cronaca, è quella nella quale l’equipaggio della canoa italiana perde la gara perché a remare c’è solo una persona, mentre tutti gli altri comandano). A questa, che forse rimane la migliore, sono seguite le storielle della formica e della cicala, ecc. Cambiano i protagonisti della storia, ma la morale è sempre la stessa…che ci sia qualcosa di vero?

Nel 2004, 2005 e 2006, in concomitanza con l’inizio del nuovo anno, l’azienda organizzava una gita aziendale: la destinazione poteva essere una beauty farm, un castello nel Trentino, o una fattoria in campagna in mezzo a maialini e polli (quando la recessione cominciava a farsi sentire….). Ora l’azienda è diventata più “green”, più attenta ai temi ambientali: per evitare l’inquinamento ed il problema del trasporto fuori città organizza il rinfresco al 2 piano dell'azienda e fa arrivare i panini dal bar all’angolo.

Nel frattempo, colleghi si sono sposati, bimbi sono nati, amici hanno fatto viaggi splendidi inviandoci foto da sogno. E’ tutto lì… nella casella elettronica…basta cliccare il tasto (sempre che non siate tra i "cancellatori sistematici" che dopo aver letto cancellano tutto…se così fosse...ci dispiace per voi!).

mercoledì 10 febbraio 2010

Donna, italiana... e della provincia di Napoli

  • Nell’Unione europea (27 paesi), in media, il 59,1% delle donne ha un lavoro*.
  • 16 sono i paesi dell’UE che si collocano al di SOPRA di questa media: in cima alla classifica la Danimarca, il paese con il tasso di occupazione femminile più alto (pari al 74,3%), seguita da Svezia, Paesi Bassi e Finlandia. A seguire altri 12 paesi
  • 11 sono i paesi dell’UE che si collocano SOTTO la media europea del 59,1%: il peggiore, in termini di occupazione femminile, è Malta (tasso di occupazione femminile pari al 37,4%), seguito dall’Italia (47,2%). Meglio dell’Italia, ma comunque sempre al di sotto della media europea fanno tutti gli altri paesi: Repubblica Ceca, Belgio, Lussemburgo, Slovacchia, Spagna, Polonia, Romania, Ungheria, Grecia.
  • Anche per quanto riguarda l’occupazione maschile, l’Italia è al di sotto della media dei 27 paesi dell’Unione europea (70,3% contro la media del 72,8%), ma mentre in questo caso lo scostamento tra Italia e media europea è di circa 2,5 punti percentuali, nel caso dell’occupazione femminile il divario è di quasi 12 punti percentuali (47,2% Italia contro 59,1% della media europea). Non solo, ma in Italia, il divario tra il tasso di occupazione degli uomini e quello delle donne è tra i più elevati dell’UE (23 punti percentuali, contro una media europea di 13,7 punti percentuali).
  • Tra le regioni italiane, il tasso di occupazione femminile più elevato si trova in Emilia-Romagna (qui il 62,1% delle donne ha un’occupazione): al fondo della classifica la Campania (tasso di occupazione femminile pari al 27,3%).
  • Secondo uno studio recente della Camera di Commercio di Napoli e dell´Eurosportello, nella provincia di Napoli in particolare, l´occupazione femminile si attesterebbe addirittura al 24,3% per cento.
*Tutti i dati citati sono di fonte Istat e possono essere consultati qui: http://noi-italia.istat.it/index.php?id=4. Il tasso di occupazione femminile citato è il rapporto percentuale tra le donne occupate di 15-64 anni e la popolazione femminile della stessa classe di età.

mercoledì 27 gennaio 2010

Perché questo non è un paese per giovani...

Il tema ha avuto una vasta eco: ne ha parlato addirittura la BBC.
Sì, il tema dei "big babies" (traduzione inglese di "bamboccioni") e le proposte (rivelatesi successivamente provocazioni) del ministro Brunetta (obbligo per legge di lasciare la famiglia entro una certa età, seguito dall’idea di un contributo per incentivare i ragazzi in questa direzione) hanno attirato l’attenzione anche dei media inglesi.

La questione fondamentale è capire le ragioni alla base del fenomeno dei “big babies”. Penso che aldilà di fattori culturali, la ragione principale consista nella difficoltà, per un giovane, di crearsi la propria indipendenza.

Qualche giorno fa un articolo del Corriere della Sera ricordava un triste primato del nostro paese: gli effetti della crisi si sono fatti sentire soprattutto sui giovani, la categoria di lavoratori attualmente meno protetta (su 1,87 milioni di senza lavoro nei primi 3 trimestri del 2009 oltre un milione ha meno di 34 anni, pari a circa il 55%). Più nel dettaglio, facendo un confronto con i primi 3 trimestri 2008, “nella fascia di popolazione di chi ha fra i 15 e i 24 anni, il numero degli occupati è sceso dell’11,6%; in quella fra i 25 e i 34 anni si è ridotto del 5,5%”*. Nella fascia superiore ai 35 anni, invece, la crisi non si fatta sentire (forse anche grazie al ricorso alla cassa integrazione…?).

Quello che emerge è dunque un crescente divario, che diventa ancor più evidente nei momenti di crisi, tra coloro che godono di una elevata protezione (es. chi ha un contratto a tempo indeterminato) e chi invece (tipicamente i giovani) va avanti con contratti flessibili/atipici e con poche garanzie, senza neanche poter contare, nei momenti di necessità, su strumenti quali gli ammortizzatori sociali.
Come sintetizza bene un articolo del Riformista di ieri “La famiglia è diventata forzosamente la valvola di sfogo, l’ammortizzatore sociale, un’istituzione supplente, di un welfare state iniquo e duale”**.

Ritroviamo qui il concetto che avevamo già discusso in un post precedente (http://ilportapenne.blogspot.com/2009/12/famigliama-quanto-mi-costi.html) e che, secondo me, pone alcuni interrogativi: le istituzioni e in generale il sistema paese (dunque classe politica, sindacati, imprenditori, ecc.), si sono “serviti” della famiglia e della sua solidità nel contesto italiano, per evitare di porre mano ad alcune riforme strutturali del nostro paese tese a riequilibrare il divario tra le generazioni? Detto altrimenti, è ipotizzabile che la situazione dei “bamboccioni”, criticata a parole, di fatto rappresenti per queste forze una situazione "utile" in quanto consente di non prendere/ritardare quelle iniziative che potrebbero avere costi elevati in termini di consenso (politico, sociale, ecc.)?

Se aggiungiamo il fatto che l’Italia è uno dei paesi più vecchi in Europa e che dunque c’è una tendenza, da parte del sistema paese al quale accennavamo sopra, a fare scelte che favoriscono la popolazione “anziana”, rispetto alla minoranza - giovane e meno organizzata - se ne deduce che, forse, davvero, questo non è un paese per giovani (bamboccioni o meno).

*F. Fubini e G. Stringa “La crisi? In Italia la pagano i giovani”, Corriere della Sera, 23/01/2010, p.11.
**G. Gazzetta “Bamboccioni per colpa del welfare”, il Riformista, 26/01/2010, p.11

giovedì 3 dicembre 2009

Il sapere può essere condiviso?

Tempo fa mi è successo di affrontare i temi del social networking, del web 2.0 e degli attuali strumenti di collaborazione online legati a quello che oggi viene definito il web partecipativo, con una mia cara amica, che da anni si occupa di ricerca scientifica nel settore della fisica e della geologia.

Il concetto di web partecipativo è ormai noto: un nuovo Internet nel quale gli uomini, da meri fruitori di contenuti diventano essi stessi fonte/aggregatori/distributori di contenuti, rendendo di fatto la rete una grande arena di confronto/discussione aperta a tutti.

Ebbene, di fronte al mio entusiasmo nel parlare di questi temi, la mia amica mi confidava che il web partecipativo di fatto costituisce già da diversi anni una realtà imprescindibile per il mondo scientifico.

Alla base di questo vi è l’assunto che il confronto, la discussione, la "peer review" (la revisione di quello che una persona scrive/dice da parte dei suoi pari) sono di fatto un elemento obbligato e vitale per il mondo scientifico, che Internet ha senza dubbio esteso e facilitato. Un articolo su una rivista prestigiosa non viene mai pubblicato prima che sia avvenuto questo processo di confronto e revisione da parte dei pari.

Questo fatto mi è tornato alla mente leggendo un recente articolo di Nova, supplemento tecnologico de IlSole24Ore, dall’affascinante titolo “Il sapere è condivisione”.

Ho ripensato a quanto, di fatto, anche per il mio lavoro stia diventando importante e soprattutto proficuo da un punto di vista di crescita professionale, poter leggere i blog di persone che seguono, per passione o per lavoro, i miei stessi argomenti e potermi confrontare con loro.

E pensando a tutto questo non ho potuto non fare un confronto con quanto avviene di norma nelle nostre aziende (non solo nell’ambito privato ma, spesso, anche nel pubblico). Sì perché qui la condivisione non sembra davvero essere riconosciuta come un valore. Perché?

Forse perché, modificando i termini del titolo che citavo prima, “il sapere è POTERE”…e in quanto tale NON deve essere condiviso (perché più è condiviso, più si “diluisce”).

Questo, penso sia uno degli ostacoli principali che blocca l’adozione e l’utilizzo concreti di strumenti di web partecipativo nell’ambito delle aziende, anche in quelle nelle quali la condivisione dei saperi/delle esperienze porterebbe ad innegabili vantaggi.

E così continuiamo a coltivare ciascuno i nostri privati orticelli, paghi di quel poco che riusciamo ad ottenere/conoscere, privando la società nella quale viviamo e, in primis, anche noi stessi, di quell’accrescimento che deriva dalla condivisione dei saperi.

venerdì 6 novembre 2009

Alla ricerca della "land of opportunities"

Da qualche tempo mi sono imbarcata in una ricerca: capire il perché gli Stati Uniti esercitino ancora nei confronti di così tante persone, e nonostante le loro mille contraddizioni, il fascino di “land of opportunities”.

L’ultimo contributo sul tema si intitola “Le due Americhe – Perché amiamo e perché detestiamo gli Usa” (autore Ermanno Bencivenga, editore Mondatori 2005). La tesi dell’autore, che da oltre 25 anni vive e insegna negli Stati Uniti, è che vi sono due Americhe. Una è costituita dalle grandi multinazionali e dai loro referenti politici, che tentano di conservare il potere nelle mani di pochi privilegiati: l’altra, invece, è costituita dagli immigrati, da coloro che emigrano negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore.

La prima trova utile e nel suo interesse fornire all’altra quegli incentivi (appena) sufficienti a far sì che venga preservata la credibilità dell’idea della libera realizzazione dell’individuo. La seconda America (quella degli immigrati) persegue questo ideale, seppur con dei limiti oggettivi, che comunque sono inferiori a quelli che vengono posti "in qualsiasi altra parte del mondo” (p. 74). Bencivenga cita la meritocrazia come una delle forme nelle quali si esplica la libera realizzazione di sé che si riscontra negli Usa.
L’autore conclude affermando l’esistenza di un perenne “negoziato”, spesso non privo di tensioni, tra le due Americhe, che tuttavia trova comunque alla fine una sua sintesi, una “complicità” tra le due Americhe, tale da garantire un equilibrio del sistema.

Il discorso sulla meritocrazia mi è tornato alla mente leggendo alcuni racconti di giovani che sul sito di Repubblica parlano delle difficoltà incontrate nel mondo del lavoro. Ho scelto a caso una pagina ed ho cominciato a leggere: sono rimasta colpita dalla quantità di testimonianze provenienti dall’estero, di persone (di norma laureate, ma sovente anche con una formazione post-lauream,) emigrate in altri paesi (europei e non solo) in cerca di opportunità. Il denominatore comune di queste storie è quello della scoperta, nei paesi di adozione, della meritocrazia, contrapposta alla logica italiana della raccomandazione, che privilegia non quanto si sa, ma chi si conosce.

Queste testimonianze (quella di Bencivenga e quelle riportate sul sito di Repubblica) mi inducono a pensare che la meritocrazia rappresenti, ai nostri giorni, uno degli elementi ai quali noi italiani aspiriamo di più nella nostra personale ricerca della “land of opportunities”…

domenica 7 giugno 2009

Quelli che..LORO lavorano anche nel week-end

Mi è successo diverse volte di dover lavorare nel week-end. E non me ne vanto..

Già perché il dover ammettere di fronte a se stessi - o di fronte ai colleghi il lunedì mattina alla macchinetta del caffè - che si è passato il week-end o parte di esso a lavorare, non è motivo di vanto. Eppure ci sono persone che si premurano di far sapere a tutti che LORO, loro sì hanno lavorato durante il week-end, quasi che questo fosse prova di estrema professionalità ed efficienza.

Già perché nell’Italia lavorativa la considerazione nei confronti delle persone sembra si misuri non in funzione dell’efficienza, quanto piuttosto delle ore che una persona rimane seduta alla scrivania.

Ricordo che anni fa, in una nota azienda, tutti i dirigenti si recavano in ufficio il sabato mattina (nonostante l’orario di lavoro terminasse regolarmente il venerdì alle 18). Eppure tutti ci andavano. Giunti in ufficio si sedevano alla scrivania e aprivano il giornale, che leggevano fino alle 12. Allo scoccare delle 12 richiudevano il giornale e tornavano a casa. Una legge non scritta dell’azienda stabiliva che tutti i dirigenti dovessero recarsi in ufficio anche il sabato mattina, pena l’onta di essere additati di fronte a tutti come scansafatiche.

Questa legge non scritta non è servita ad evitare all’azienda performance alquanto deludenti nel corso degli anni…nonostante questo, nell’Italia lavorativa, nessuno sembra voler mettere in dubbio la validità di questa e di altre simili leggi non scritte.

P.S.: a causa del lavoro ho trascurato in questi ultimi giorni il blog e i post delle amiche…me ne scuso (e certamente non me ne vanto!)

giovedì 30 aprile 2009

La particella di sodio

Vi siete mai sentiti come la particella di sodio della famosa pubblicità??? ("C’è nessunooooo?......")

Alla sottoscritta succede molto spesso..ad esempio quando, per lavoro, deve contattare le aziende (“primarie” società del settore tlc) per tentare di organizzare un’intervista face to face o telefonica con un loro rappresentante.

La prassi prevede che si debba passare dall’ufficio che si occupa delle relazioni con gli investitori (analyst relations, espressione più chic del vecchio PR) che inoltrerà quindi la richiesta all’interessato…almeno in teoria.

Perché ovviamente la pratica – almeno in Italia - è ben diversa.
Telefonate, mail, mail inoltrate, sollecito telefonico…nulla funziona nella maggior parte dei casi. Le vostre richieste si disperdono come i bit nella rete.

A questo punto la piccola particella di sodio, già scoraggiata, cade nella più profonda depressione al pensiero che alla prossima telefonata all’AR possa succedere quanto capitato, in altro contesto, alla nostra lettrice Rob:

Drin drin…
- AR: “Prontooooo?”
- La particella di sodio: “Pronto, buongiorno, sono X della società Y…è la società Z?”
- AR: Perchéééééé?

lunedì 20 aprile 2009

The Italian job: pillole di vita lavorativa

In ufficio la riconoscono tutti, anche quelli che capitano di rado nell’open space. Le pile di carta che la sovrastano raggiungono livelli degni delle più alte vette, fino al giorno in cui (pochi all’anno) la catarsi ordinatrice si accanisce e le vette finiscono nei contenitori della carta da riciclare e lei torna libera, nella sua essenziale sobrietà…di scrivania.

S., che ben conosce la scrivania di E., in quanto collega di open space, con evidente sorpresa si avvicina alla scrivania pulita e sgombra di carte: il tempo di gettare un’occhiata allo schermo del portatile posto al centro della scrivania e la sorpresa si trasforma in orrore.

La foto sullo sfondo del desktop non si vede neanche, coperta da cartelle e file orfani di cartelle dispersi qua e là. “Nooo non è possibile!", esclama. "Il casino si è trasferito dalla scrivania al desktop!”. Lei lo guarda con aria innocente, mentre un lieve senso di colpa l’assale. Poi si gira e vede su un lato della scrivania il nuovo portatile che le è stato assegnato, sul quale dovrà trasferire tutti i suoi file. Rincuorata, tira un sospiro di sollievo e pensa: “Sono salva”… “Lo schermo è MOLTO più grande!”

sabato 18 aprile 2009

L'ultimo caffé

C’erano una volta le pause tra colleghi di fronte alla macchinetta del caffè, vero termometro degli umori aziendali, il luogo nel quale scoprire tutto su tutti, sparlare su tutti e di tutto e così via.

E se il collega spifferasse un giorno tutto quello che sa di voi o di altri colleghi, delle pause pranzo un po’ troppo lunghe, delle cene con i clienti mai fatte ma inserite in nota spese, dell’utilizzo un po’ spregiudicato dell’auto aziendale, ecc.?

Un progetto di reality che dovrebbe essere introdotto negli USA, intitolato “Qualcuno se ne deve andare”, punta proprio su questo, sulla delazione tra colleghi…delazione che porterà il perdente (quello che avrà fatto più pause caffè?) dritto al licenziamento (sul serio, apparentemente).

In periodi di crisi economica una bella lotta all’ultimo sangue tra colleghi mi sembra un vero toccasana…che potrebbe portare in breve all’estinzione dell’intera razza lavorativa.

martedì 13 gennaio 2009

The Italian Job: storie di ordinaria follia lavorativa "made in Italy"

-Hai letto l’ultima mail del capo?
-No, che dice?
-Visti i tempi che corrono dobbiamo risparmiare. Bisogna risparmiare su tutto: viaggi, telefonate, pranzi con i clienti, ecc.
-Cavolo, quindi d’ora in poi non potrò più chiamare la mia ex e gli amici sul cellulare aziendale?
-No, beh, puoi sempre dire che si trattava di chiamate ai clienti
-Ah, bene
-E per i pranzi con i clienti? Che faccio, li porto al Mc Donald?
-No, quelli sono giustificati…mica si può fare brutta figura con il cliente e passare per pezzenti
-Ah, bene
- E per le trasferte? Dovrò viaggiare sugli interregionali al posto degli Eurostar?
-No, quelli sono giustificati…il tempo è denaro
-E per i viaggi e gli alberghi per partecipare alle convention dei clienti? Che faccio, dico ai clienti che non ci posso più andare?
-No, quelli sono giustificati. Sono spese per le “public relations”
-E la macchina? Che faccio, non potrò più andare in montagna con la macchina aziendale e mettere la benzina nella nota spese?
-No, è giustificato…”Mens sana in corpore sano”
-Ah, per fortuna. Prendi un caffè?
-La macchinetta del caffè l’hanno portata via oggi…costava troppo

Qui diamo i numeri...

Pausa caffé, in una qualunque società di consulenza/analisi di mercato...

-Ci hai mai pensato? Noi siamo come la Pizia
-La Pizia?
-Sì, ricordi, quella che a Delfi, seduta sopra un pentolone bollente dava gli oracoli alla gente che veniva a chiederle aiuto? Per noi è lo stesso, i clienti ci chiedono previsioni di mercato fino al 2020…se non siamo "Pizie" noi…
-Eh già, ma lei come faceva?
-Dicono che usasse dei fumi particolari, probabilmente era la droga del tempo…e poi diceva cose molto vaghe e quindi ognuno le interpretava come voleva…
-Copiona!

martedì 2 dicembre 2008

Cervelli in svendita (autrice: Laura)

In queste ultime settimane i media hanno parlato molto della crisi...ma le testimonianze valgono più di 1.000 parole...Ecco quella di Laura:" Io sono la testimonianza di una crisi aziendale, di un avvenimento che ha lasciato a casa 400 ingegneri qualificati, adesso pronti a spiccare il volo verso l’estero. Sono una donna di 30 anni, dopo la laurea ho lasciato il sud italia per frequentare un master a Londra. Successivamente, sono stata assunta in una grande multinazionale americana in cui ho realizzato i miei obiettivi professionali di una carriera fiorente, ottenuta con degli sforzi non indifferenti. Dopo tre anni di lavoro stabile a tempo indeterminato, ho deciso di specializzare le mie competenze entrando a far parte di un altro colosso americano, l’azienda Motorola. Mi sono trasferita a Torino per lavorare a tempo indeterminato presso il centro di eccellenza piemontese. Un giorno, l’azienda americana ci ha comunicato che l’Europa non è abbastanza strategica. Il giorno dopo, dopo appena tre settimane dalla mia assunzione, una notizia disarmante ed improvvisa che ci ha profondamente ferito: Motorola ha deciso di chiudere molti centri europei tra cui il centro di ricerca torinese, a partire dal prossimo gennaio. Adesso siamo circa 400 cervelli in svendita, nonostante una carriera fatta di sogni e prospettive, ci siamo ritrovati per strada a reggere le bandiere dei sindacati. Siamo giovani, entusiasti e appassionati del nostro lavoro, siamo il futuro dell’italia. Se non ci sarà un nuovo acquirente che rilevi il centro torinese saremo un patrimonio di intelligenza italiano disperso per il mondo. Quale futuro per l’Italia se non investe su giovani altamente qualificati? Il centro di ricerca ha competenze disparate, siamo capaci di creare innovazione e di dare alto valore aggiunto in un mercato italiano che sta soffrendo una forte crisi economica. Ma purtroppo, se questo centro chiuderà a gennaio, saremo tutti consapevoli che l’estero sia l’unica valida alternativa alle nostre aspettative professionali".

martedì 18 novembre 2008

Io oooodio gli open space

Quanto li odio...sì gli open space, che ormai vedo sempre più diffusi nei nostri uffici...penso che una delle "scuse" ufficiali per adottare questa soluzione sia (a parte i costi), quella di favorire la collaborazione tra i colleghi...meno "muri" hai, più collabori...ineccepibile!
A parte il fatto che se io non voglio collaborare con il mio collega il fatto che sia a 2 metri piuttosto che a 10 cm conta poco, ma perché non devo avere un mio piccolo spazio nel quale, oltre a lavorare, posso anche fare le mie meritate pause? E le mie telefonate (intendiamoci non intendo chiamate di 2 ore...)? Per non parlare poi di chi ha la sfortuna di avere vicino un collega che parla tutto il tempo...e che ti impedisce di lavorare. Inoltre l'assenza di spazi chiusi determina una vera e propria lotta di potere...perché tutti quelli che assurgono ad una determinata posizione pretendono un proprio ufficio...ed ecco che magicamente si spostano pareti, si creano e si distruggono porte...alla faccia dei costi! Ridateci i nostri piccoli spazi!!!