mercoledì 24 marzo 2010

Venghino siore e siori!

Mi chiedevo: ma solo in me la pubblicità elettorale induce sensazioni tra la tenerezza e l'ilarità?

Ieri, nella cassetta della posta, tra le altre c'era questa, che ho trovato piuttosto gustosa. Dentro una busta una cartolina con la riproduzione di una stampa antica. Dietro, il messaggio: "Gentile Concittadina (che galanteria! n.d.r.), Gentile Concittadino, sono Pinco Pallino, candidato del partito X per la Regione Piemonte, con il Presidente Tizio alle elezioni del 28 e 29 marzo. Ho predisposto, in collaborazione con l'Archivio Storico della Città, la riproduzione di una antica stampa (ma non si dovrebbe scrivere -un'antica-? n.d.r.) di grande (WOW!!! n.d.r.) formato, raffigurante la veduta prospettica del Monte dei Cappuccini, disegna (non è un mio errore c'era scritto proprio -disegna- n.d.r.) nel 1669. SI (senza accento n.d.r.) PROPRIO QUELLA CHE STA VEDENDO IN CARTOLINA (anche il maiuscolo non è mio n.d.r.) Potrà fin da subito ritirare gratuitamente (aggratisse!!! n.d.r.) la Sua personale copia, presso l'ufficio del partito X, Via Vattelapesca, Torino. L'aspetto, conosciamoci (sembra un annuncio per cuori solitari! n.d.r.). Con viva cordialità, Pinco Pallino.

Allora a me sono venute in mente le gite delle pentole. Ve le ricordate? Ditte di pentole offrivano viaggi di gruppo a prezzi stracciati, ma poi durante il viaggio dovevi sorbirti le dimostrazioni dei rappresentanti di pentole. Se non avessi di meglio da fare andrei a ritirare la "Mia personale copia" per vedere che cosa succede: che cosa vorranno vendermi?

martedì 23 marzo 2010

Se i quotidiani piangono…i new media non ridono

Lo zio Livio, giornalista in pensione, che legge due quotidiani al giorno, a momenti cadeva dalla poltrona quando gli dissi, qualche tempo fa, che i giornali, come li conosciamo oggi, potrebbero scomparire in un futuro non troppo lontano. “E dove leggeremo le notizie?”, mi chiese angosciato.

Il tema è da tempo dibattuto negli USA, mentre da noi è oggetto di attenzionedi una limitata schiera di addetti ai lavori.
Alcuni spunti da un recente studio pubblicato negli USA (The State of the News Media,
http://www.stateofthemedia.org/2010/, sulla situazione dei media negli USA e dal quale provengono tutti i dati numerici citati):
  • La situazione della maggior parte dei quotidiani è drammatica: vendite in calo, ricavi pubblicitari in calo, ricavi pubblicitari online che non sono sufficienti a sostenere (e non potranno esserlo neanche nel futuro) la produzione delle notizie online
  • Il fenomeno del "citizen journalism" (es: il semplice cittadino che pubblica su Internet una manifestazione di protesta in un paese nel quale la censura non permetterebbe la pubblicazione di tali immagini sui media tradizionali) cresce, ma non sarà in grado, per via delle limitate risorse, di soppiantare il lavoro dei media tradizionali (in termini di quantità di notizie, copertura, qualità, ecc.)
  • I social media (Facebook, ecc.) e i blog fungono da efficace veicolo di diffusione delle notizie e soprattutto di dibattito. Tuttavia, negli USA, l’80% dei link presenti nei blog e nei siti di social media rimanda a media tradizionali, che dunque, di fatto, costituiscono la base di partenza delle discussioni e dei dibattiti
  • Tra i siti di notizie che attraggono il maggior numero di visitatori (199 siti web di notizie con almeno 500.000 visitatori unici/mese) il 67% è legato ai media tradizionali (quotidiani e altri media tradizionali). La realizzazione dei siti online e la produzione delle notizie online dipende in larga parte dai ricavi che i quotidiani e gli altri media realizzano sulle piattaforme tradizionali (vendita di giornali per i quotidiani, televisione per gli altri media ecc.) …ricavi che stanno diminuendo, con il risultato di tagli consistenti alle redazioni online (con conseguenze in termini di qualità dei servizi, copertura, ecc.).
  • Negli USA, la destinazione preferita degli utenti per la consultazione delle news online è costituita dagli aggregatori (tra gli utenti che consultano siti di notizie online negli USA, il 56% degli utenti utilizza come fonte di informazione portali/aggregatori come GoogleNews). Gli aggregatori, lo ricordiamo, non producono direttamente notizie, ma sviluppano gli algoritmi e le tecnologie che consentono all’utente di reperire le notizie che gli interessano e ad oggi i ricavi di tali aggregatori non vengono condivisi con i giornali dai quali le notizie sono originate. Il 46% degli utenti che consultano siti di notizie online negli USA sceglie invece come fonte i siti web delle emittenti televisive (es: CNN, Fox, ecc.). A seguire, con percentuali minori, le altre fonti di informazioni online.
  • All’interno delle redazioni (sia online che offline) dei quotidiani, il costo di produzione delle notizie in senso stretto è di norma sovvenzionato dai ricavi provenienti da altre sezioni del quotidiano (quelle che possono contare sui contributi della pubblicità). L’utente online tende a leggere singole storie online (mentre nel giornale "comprava" tutto). In questo contesto, in termini puramente economici, per un quotidiano, coprire determinati argomenti (magari proprio quelli con una valenza sociale maggiore), può non essere conveniente
  • La tecnologia, che accelera la richiesta di informazioni in tempo reale, induce a ridurre gli sforzi di analisi, a vantaggio della velocità di disseminazione dell’informazione. Questo comporta il rischio che il giornalista che deve trasmettere il più velocemente possibile le notizie, si limiti di fatto a recepire quello che gli viene trasmesso in comunicati stampa ufficiali, senza ulteriori analisi, commenti, verifiche (a scapito della qualità dell’informazione e a vantaggio di quelle organizzazioni che possono vantare una maggiore forza di comunicazione).

Che fare? Le possibili soluzioni sembrano essere: revisione del modello economico/introduzione di modelli di pagamento delle notizie online (o almeno di parte di esse); revisione dei rapporti tra giornalismo tradizionale e social media; profonda trasformazione della struttura dei giornali; diverso utilizzo degli strumenti di profilazione degli utenti online da parte dei giornali, nuove e più avanzate forme di advertising online.

L’importante è fare in fretta, perché, come dimostrano i numeri dello studio americano, la profonda crisi dei quotidiani si ripercuote anche sulle opportunità di crescita di un nuovo modo di fare informazione online (che comprende fenomeni recenti come il giornalismo partecipativo, i blog, i social network). Con il risultato che quella che da alcuni viene vista semplicemente come una guerra tra old media e new media rischia di risolversi, nella realtà, in una sconfitta per tutti.

giovedì 18 marzo 2010

C’erano una volta il P.S.F ed il P.T.S…poi arrivò il P.P.P

Mercoledì 17 marzo il P.P.P (Piccolo Pendolare Padano) parte alle ore 18,25 da Milano Centrale con destinazione Brescia con il treno regionale 2109. Orario di arrivo previsto: 19,33.
Il P.P.P, che da tempo non vede la propria famiglia, ha già programmato tutto: cenetta tranquilla, dopocena a raccontarsi gli ultimi avvenimenti, a letto con un bel libro.

Ore 19,00: il treno del P.P.P comincia a lampeggiare: un lampo ora, un lampo ancora e i lampioni della banchina della stazione si spengono tutti (spunterà Harry Potter con la sua bacchetta magica e la mitica Nimbus?). Cala il buio sul treno del P.P.P.

Il treno riparte, ma dopo neanche 5 minuti si ferma. Dal finestrino il P.P.P scorge le finestre illuminate di alcuni condominii che costeggiano la linea ferroviaria. ”Nonna, nonna, c’è il treno” urla un bimbo…Già qui di treni non se ne vedono molti…non siamo in una stazione e i treni dovrebbero soltanto passare senza fermarsi.

Ore 20,00: dopo un’ora di silenzio passa il capotreno. Il treno è rotto. Siamo in attesa di un locomotore che ci riporterà a Treviglio. Lì il P.P.P e i suoi compagni di sventura trasborderanno (linguaggio tecnico di Trenitalia) su un altro treno.

Ore 20,45: il P.P.P non si è mosso di un mm e neanche il suo treno. Il bimbo ogni tanto fa capolino dalla finestra, ma non urla più..la novità è passata…il treno è sempre lì. Ripassa il capotreno “Il lomotore è arrivato…ora si parte, si parte..nessuno si muova” (urla di giubilo di alcuni viaggiatori occasionali. Il P.P.P, temprato da anni di guasti al treno, inconvenienti tecnici, smarrimenti del materiale rotabile, attende gli eventi pensando mestamente alla cenetta con la famigliola che è andata in fumo).

Ore 21,15: il bimbo del condiminio è andato a letto. Nella carrozza invece c’è un gran movimento. Passa anche la Polfer (Polizia Ferroviaria): “Il locomotore sta arrivando …”. Vi porterà a Vidalengo (ma non era Treviglio?)…nessuno si muova..anche io vengo con voi (una minaccia? Una rassicurazione?)

Ore 21,50: il treno, dopo qualche sussulto, parte (il locomotore è arrivato dopo quasi 3 ore…espressamente costruito per il treno del P.P.P ai cantieri Lego di Legoland).

Ore 22,45: arrivo a destinazione a Brescia. 86 km in 4 ore e 20 minuti….nuovo record della velocità su una delle linee più importanti del paese (Milano-Venezia, il Nord efficiente, produttivo, ecc. ecc.).

Il P.P.P (per il quale il lettore di questo blog a questo punto avrà sviluppato un sentimento di compassione pari almeno a quello provato nei confronti del P.C.F -Piccolo Scrivano Fiorentino - o del P.T.S - Piccolo Tamburino Sardo - di Cuore, trascina i suoi fardelli a casa.

Ad attenderlo la famigliola (che solo per un senso di pudore e rispetto per le fatiche del P.P.P non ha già indossato il pigiama) ed un piccolo piatto solitario sulla tavola. “Beh, un ritardo è meglio di un deragliamento”, esclama la mamma del P.P.P.
Il P.P.P non risponde: guarda l’orologio, il calendario sul muro che gli ricorda che oggi è mercoledì 17 (non venerdì) e non dice nulla…la mamma ha sempre ragione.

martedì 16 marzo 2010

Ciao nipote…skypiamo?

Spunti dalla divertente intervista realizzata da “La Stampa” di Torino allo scrittore Bruno Gambarotta* sull’utilizzo delle tecnologie da parte degli anziani.

E-mail: “Noi anziani riceviamo poca posta. Nessuno ci scrive. Con Internet, invece, ti registri sulle mailing list e vieni inondato da centinaia di messaggi ogni giorno. Finisci per credere che c’è tanta gente che ti vuole bene e ti pensa, anche se non è vero”

Motori di ricerca: “a volte non ricordo qualche nome, apro Google lo digito storpiato e lui, così cortese, mi schiude una finestrella: “Per caso volevi dire…?” E io ho trovato il nome”.

In effetti gli ultimi numeri comunicati dall’ISTAT (riferiti all'inizio del 2009)** confermano che nelle fasce “più adulte” della popolazione cresce il numero di coloro che utilizzano un computer e che si collegano ad Internet (anche se i numeri assoluti sono ancora bassi e tali da non giustificare i toni trionfalistici utilizzati da alcuni giornali): nella fascia 60-64 anni, il 25% della popolazione utilizza il PC e il 22,8% si connette ad Internet, percentuali che scendono al 9,9% e 8,5% nella fascia 65-74 e al 2,4% e 1,5% nella fascia superiore ai 75 anni, per un totale di circa 1,6 milioni di individui con PC (1,4 milioni utenti Internet) su circa 15,6 milioni di residenti in Italia di età superiore ai 60 anni, circa il 10% e 9% rispettivamente sul totale).

I fattori che spingono ad utilizzare sempre di più computer ed Internet sono noti: in primis la volontà di comunicare (oltre il 76% tra le persone over 60 che utilizzano Internet mandano o ricevono mail, mentre il 65% consulta Internet per approfondire le proprie conoscenze).

Cresce anche il numero degli anziani (gli over 65) che partecipano a chat, blog, forum di discussione (9% tra gli anziani di età compresa tra i 65 e i 74 anni che si connettono ad Internet, contro il 3,3% del 2008 e 14,3% per la fascia di età superiore ai 75 anni contro il 2,4% del 2008) e che utilizzano i servizi di instant messaging (7,4% contro il 3,6% del 2008 per gli utenti di età compresa tra 65-74 che navigano in Internet e 6,6% contro il 2,4% del 2008 per gli utenti che navigano in Internet di età superiore ai 75).

E’ ormai confermato da numerose ricerche che uno dei fattori principali che spinge questi cambiamenti è la volontà di stare al passo con le nuove generazioni, i nipoti in particolare, la cui vita di interazione si svolge sempre più spesso su/con il PC (giochi online, chat, social network, ecc.). Senza dimenticare le possibilità di interazione che Internet consente agli anziani con difficoltà di locomozione.

E i costruttori di PC? E coloro che vendono i servizi di connettività ad Internet? Beh, sembra che il fenomeno degli anziani online sia considerato da questi operatori ancora marginale e non degno di particolare attenzione. Ma qualcosa si sta muovendo: sono in via di realizzazione prototipi di Pc con comandi semplificati e schermi touchscreen (più gestibili, per un anziano, rispetto al mouse), mentre sul fronte della formazione si moltiplicano i corsi creati ad hoc per gli anziani.

Sarebbe un grande errore sottovalutare la voglia di apprendere e la volontà di comunicare ed interagire di questi “anziani”…che, come ci insegna l’esperienza quotidiana…sono sempre meno anziani. I tour operator lo hanno capito da tempo…sarebbe forse ora che anche qualcun altro se ne accorgesse…

*Andrea Rossi, “Tra blog e link così allontano la badante”, La Stampa, 22/02/2010, p.9.
**ISTAT, Cittadini e nuove tecnologie, anno 2009, 28/12/2009.

venerdì 12 marzo 2010

Giulietta aveva torto...

“E che è un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe il suo soave profumo” (Teatro di W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto secondo, seconda scena, Einaudi editore, 1960, p. 296)

Con queste parole, la Giulietta di Shakespeare ricorda a Romeo che i nomi sono una convenzione e che ciò che conta è quello che c’è dietro il nome, la persona in questo caso. Ma aveva ragione?

In Giappone, la multinazionale che commercializza la nota barretta di cioccolato e cereali Kit Kat (per la quale, appositamente per il Giappone, sono stati creati 19 nuovi gusti, compreso quello al miso, per venire incontro ai gusti della popolazione locale), ha scoperto che, nella lingua locale, la pronuncia di Kit Kat ricorda quella della frase giapponese “Kitto Katsu”, che significa “Vincerai sicuramente”.

Poiché in Giappone vi è la tradizione di inviare dei regali di buon auspicio agli studenti che devono affrontare gli esami di ammissione alle scuole, la società ha pensato di sfruttare il binomio tra tradizione e prodotto.

Grazie ad una partnership stretta con il servizio postale ha fatto in modo che il prodotto, nel periodo degli esami, sia presente negli uffici postali e che da qui possa essere inviato agli studenti come augurio per il superamento dell’esame. Per questa iniziativa, la società ha anche vinto un prestigioso premio per la pubblicità.
Ma, come si sa, "non" tutto il mondo è paese….infatti…

La prima volta che vidi una barretta di Kit Kat in un distributore di snack, mi trovavo in Inghilterra. Il mio primo pensiero fu: “Ma guarda un po’, proprio come il cibo per gatti”.

Già, perché tutti ricorderete che in Italia, tempo fa, veniva pubblicizzato in televisione un cibo per gatti dal nome molto simile al Kit Kat (si chiamava KiteKat). Insomma, non proprio un nome felice per un prodotto che dovrebbe stuzzicare il palato (degli uomini)…
Che cosa diceva Giulietta a proposito dei nomi?

mercoledì 10 marzo 2010

Prima, seconda, terza, quarta classe...

Treni ad Alta Velocità: c’erano una volta la prima e la seconda classe: sedili più confortevoli in prima, differenza di prezzo...stessi ritardi.

Entro la fine dell’anno ci saranno invece 4 classi, corrispondenti a 4 tipologie di servizio: dai clienti della top class (che godranno dei servizi con gli standard più elevati) fino a quelli di quarta classe (che desiderano viaggiare e nulla di più).
(vd. notizia qui:
http://it.finance.yahoo.com/notizie/fs-moretti-da-dicembre-stop-a-1a-e-2a-classe-via-a-4-fasce-servizio-adnkxml-611fe436dbde.html?x=0).

E la mente, ispirata dalla lettura di tali notizie, intraprende un viaggio virtuale sui futuri Frecciarossa...

Prima classe: viaggiatori dotati di occhialini 3D guardano Avatar trasmesso sugli schermi televisivi di ultima generazione posizionati nelle vetture, mentre i bimbi giocano a golf con la Wii (qualche adulto la usa per fare gli esercizi di stretching)

Seconda classe: la classe del silenzio*. Vietati i cellulari e parlare ad alta voce…in sottofondo si sente soltanto l’"Intervallo" della Rai...i bimbi giocano a "Forza Quattro" e a battaglia navale…se piangono vengono fatti scendere alla stazione seguente dalla Polfer (Polizia Ferroviaria)

Terza classe: i viaggiatori per lavoro. Nessuno svago. Tutti di fronte al Pc, collegati in banda larga grazie all’infrastruttura Wi-Fi realizzata sui convogli…(i privilegiati, in quanto gli unici che potranno “viaggiare”, virtualmente, anche a treno fermo)

Quarta classe: quelli che, come svago, si accontentano del Sudoku di Metro o di Leggo (raccolto dai distributori in stazione). Classe poco amata da Trenitalia in quanto troppo spartana. Verranno studiati strumenti per convincerli a passare alle classi di servizio superiori

Ed infine…la classe 0 ("gli inclassificabili")...:quelli ai quali non importa niente il divertimento (se vogliono divertirsi vanno al cinema o a cena fuori) o la connessione Wi-Fi…quelli che hanno pagato per arrivare a destinazione in orario in modo da non perdere la visita dallo specialista, la riunione del management o la coincidenza con altri treni.
Classe non menzionata da Trenitalia …(forse perché destinata a rapida estinzione?)

*Questa non è una mia invenzione: sembra che vi sia un progetto in tal senso.

venerdì 5 marzo 2010

Non buttate quella mail!

Mentre si lavora con la posta elettronica può succedere di cliccare per errore il tasto che ordina cronologicamente le mail. L’ordine si inverte e riaffiorano dal passato mail insospettate (sempre che voi non siate tra coloro che cancellano sistematicamente le mail non importanti...se fosse così, sappiate che non tutti sono come voi…fortunatamente!). Ecco un breve resoconto:

Alla metà del mese di dicembre 2002, in azienda si preparavano gli auguri natalizi da inviare ai clienti: si scrivevano e si consegnavano alla reception che provvedeva ad imbustare ed imbucare (rigorosamente entro il 17/12…altrimenti addio recapito in tempo). Oggi al massimo si allega alla mail qualche renna danzante o qualche Babbo Natale cantante (che andranno ad intasare la posta elettronica del cliente insieme agli alberelli di Natale con le luci colorate e le comete dei Re Magi). Gli auguri arrivano senza dubbio in tempo ma nessuno li legge più…

Nel 2002, la “dipartita” di un collega dall’azienda era un evento. Si pensava al rinfresco di addio e si inviavano fiumi di mail per consultarsi sul regalo. Accadde quanto partì Luigi e tutti ci mobilitammo per trovare, a Milano, la maglia di Igor Protti del Livorno. Oggi la mobilità del personale è talmente elevata che nessuno perde più tempo e denaro in regali. E’ già tanto se, girando per l'azienda, non scambiamo il collega dell’ufficio accanto con un cliente in visita.

Nel 2003 arrivava nella casella di posta una curiosa notizia. Gli allevatori inglesi erano in rivolta contro l’Unione europea che, sostenevano, li costringeva a posizionare nei porcili palloni da calcio e giocattoli vari per calmare i maialini irrequieti. Un allevatore così riferiva: “Ho qui una lettera che mi dice di mettere giocattoli nel porcile, uno per ogni 20 maiali. Ieri ho provato un aeroplanino di plastica e un orsacchiotto, ma questi sono giocattoli che non durano più di due minuti. E mi ricordo come si comportano i bambini: un giocattolo ogni 20 maiali probabilmente peggiora la situazione. Litigheranno”…il che la dice lunga sull’alta opinione che gli inglesi hanno dei propri maiali (maiali che si comportano come bambini?…ok, sempre meglio dell’altra versione…)

“Richiesta urgente”: è il titolo ricorrente delle mail del cliente X. All’inizio pensi che si tratti davvero di un'emergenza…dopo le successive 300 mail con lo stesso titolo, la tua mente traduce automaticamente “richiesta urgente” con “una delle tante richieste”. Ma forse il cliente se ne accorge…e da allora opta per “urgentissimo”

Nel 2004 arrivava nella casella della posta elettronica la graziosa presentazione in formato power point della canoa che dà un'immagine non molto lusinghiera dei manager italiani (per la cronaca, è quella nella quale l’equipaggio della canoa italiana perde la gara perché a remare c’è solo una persona, mentre tutti gli altri comandano). A questa, che forse rimane la migliore, sono seguite le storielle della formica e della cicala, ecc. Cambiano i protagonisti della storia, ma la morale è sempre la stessa…che ci sia qualcosa di vero?

Nel 2004, 2005 e 2006, in concomitanza con l’inizio del nuovo anno, l’azienda organizzava una gita aziendale: la destinazione poteva essere una beauty farm, un castello nel Trentino, o una fattoria in campagna in mezzo a maialini e polli (quando la recessione cominciava a farsi sentire….). Ora l’azienda è diventata più “green”, più attenta ai temi ambientali: per evitare l’inquinamento ed il problema del trasporto fuori città organizza il rinfresco al 2 piano dell'azienda e fa arrivare i panini dal bar all’angolo.

Nel frattempo, colleghi si sono sposati, bimbi sono nati, amici hanno fatto viaggi splendidi inviandoci foto da sogno. E’ tutto lì… nella casella elettronica…basta cliccare il tasto (sempre che non siate tra i "cancellatori sistematici" che dopo aver letto cancellano tutto…se così fosse...ci dispiace per voi!).

martedì 2 marzo 2010

Il MIO giornale

Mi aspetta, tutte le mattine, fuori dalla porta di casa.
Fresco di stampa, 10 pagine dense delle MIE notizie (quelle che io ho scelto di avere). Niente pupi e principi, Corona & friends, le crisi di identità della juve, la fitta alla coscia di Pato, il calzino azzurro del giudice X e i pettegolezzi dalle stanze del potere.

Soltanto gli argomenti che mi interessano, provenienti dalle fonti che mi interessano (non solo quotidiani italiani ed esteri, ma anche determinati siti Internet, blog, ecc.).
E’ il “mio giornale”, un giornale che cambia in funzione di quello che mi serve e di quello che mi interessa. Il tutto grazie ad un servizio online che mi permette di impostare le mie preferenze (tipologia di articoli, fonti, ecc. ) e di modificarle nel tempo, qualora lo voglia. Il prodotto che va in stampa è un agile e grazioso “libello” che mi arriva tutte le mattine a casa e che posso agevolmente leggere la sera, senza sforzarmi gli occhi su tonnellate di fotocopie sbiadite e rassegne stampa sulle quali le parole assomigliano ad un tracciato di formiche sulla sabbia.

Per gli aggiornamenti delle notizie c’è sempre la versione online, nella quale posso reperire anche le notizie di archivio che mi sono utili per contestualizzare le notizie e seguirne l’evoluzione, e nella quale posso commentare gli articoli e leggere i commenti degli altri lettori.

C’è anche un po’ di pubblicità, ma essendo stata “profilata” in funzione delle mie preferenze nessuno mi offre l’acquisto dell’ultima fuoriserie o del costoso gioiello appena presentato alla fiera del lusso (ok..come dicevamo, il mio profilo potrebbe cambiare nel tempo…).

Esperimenti in questa direzione vengono fatti (vd. l’iniziativa Niiu in Germania), ma la meta sembra ancora lontana…e così continuano a scorrere fiumi di parole ed articoli sulla crisi dell’editoria e dei quotidiani in particolare….
Ah, dimenticavo, per il MIO giornale sarei anche disposta a pagare una cifra simile a quella che pago (ops, pagavo) per il vecchio giornale.

A proposito...e il vecchio giornale, il tomo di 56 pagine che ci intasa il cestino della carta da riciclare? Beh, in casa c’è sempre necessità di imballare qualche cosa o di imbiancare qualche stanza, no?

martedì 23 febbraio 2010

In una fredda domenica invernale...

In una fredda domenica invernale, la famiglia intera, pargoli al seguito, si sposta in periferia, là dove garriscono al vento, una accanto all’altra, la bandiera italiana e la bandiera giallo-blu svedese.

Molte le macchine parcheggiate, ma nonostante tutto, all’interno del magazzino, la gente si snoda ordinatamente lungo i percorsi. Non c’è fretta, non c’è impazienza, anche perché i pargoli, almeno quelli di altezza superiore ai 90 cm (ma inferiore ai 140 cm), sono stati parcheggiati nello "spazio divertimenti" al piano terreno vicino all’entrata, elemento, questo, che induce i genitori ad indugiare nei propri acquisti, più di quanto avessero preventivato.

Tutto è accuratamente studiato, come nelle scenografie dei teatri: il barattolo della pasta è in una cucina che sembra vera, il quadro è appeso in un salotto che sembra uscito dalla pubblicità di una rivista, la stanza dei bambini è colorata ed accogliente, con scalette protette per evitare le cadute accidentali dei piccoli visitatori (quelli di statura inferiore ai 90 cm o superiore ai 140 cm, che non hanno trovato posto nello spazio "divertimenti"...).

Incredibilmente, nessun ingorgo lungo il percorso, tutti riescono ad osservare con calma la merce, accuratamente esposta. E così finisce che a piccoli pezzi (3€, 2,50€, 5€) si entra per comprare Billy e si esce con un inventario di prodotti dai nomi impronunciabili. La luce, il legno, la sensazione che è tutto a portata di mano e di portafoglio e che tutto, nonostante le linee essenziali, ha il suo stile e carattere.

Tutto è abbinabile: le sedie (siano esse in colore faggio, marrone, o altro) non sono mai orfane del tavolino e i vasi e le cornici sono disponibili in tutte le dimensioni, come pure i bicchieri (forse per evitare che qualche americano di passaggio si comporti come i primi visitatori dei negozi Ikea negli Stati Uniti che acquistavano vasi per fiori al posto dei normali bicchieri, giudicati troppo piccoli per poter soddisfare la loro sete (e d'altronde, 10 cubetti di ghiaccio, in un normale bicchiere di vetro, proprio non ci stanno...!).

Al momento del pranzo, altrettanto ordinatamente (nessuno spinge, nessuno urla, tutti contagiati dallo Swedish-style?) tutti trovano il proprio cantuccio, compresi i piccoli clienti seduti sui seggioloni rigorosamente made by Ikea, tanto semplici ed essenziali quanto incredibilmente puliti (considerando gli utilizzatori). I piccoli clienti hanno anche il proprio menù, a base di pasta al pomodoro, yoghourt alla banana e succo di albicocca: totale 1 euro circa per chi ha la carta fedeltà (al punto che quasi quasi, non fosse per la distanza, converrebbe portare i bimbi a mangiare ogni giorno qui).

E dopo il pranzo, un cambio confortevole del pannolino sui comodi e puliti fasciatoi (altro che gli equilibrismi da Cirque du Soleil all’interno dei bagni dei ristoranti, con il piccolo pargolo che ad una mossa sbagliata rischia di finire nel lavabo!).

Nell’enorme magazzino, dove sono stipati pacchetti rettangolari (rigorosamente piatti…), i pargoli corrono felici, i genitori un po’ meno, pensando a come stipare Billy dentro la propria utilitaria. Ma d’altronde, come ricorda l’insegna, per avere prezzi convenienti qualche sacrificio va fatto!

A sollevare ulteriormente il nostro morale vi è il pensiero che l’azienda da anni ha adottato un codice di condotta al quale i fornitori di IKEA si devono adeguare (IKEA Way on Purchasing Home Furnishing Products, IWAY), che richiede il rispetto di alcuni criteri in materia ambientale (ad es: relativi allo smaltimento dei rifiuti e al trattamento delle sostanze pericolose) e in materia di condizioni di lavoro (divieto del lavoro minorile, norme riguardanti la sicurezza sul lavoro, ecc. in ottemperanza a quanto anche previsto da diverse convenzioni ONU) e questo mantenendo comunque prezzi contenuti.

I criteri, costantemente aggiornati, prevedono un approccio strutturato in 4 tappe: dal primo livello che elenca i requisiti che il fornitore deve soddisfare prima della prima consegna della merce ad IKEA, al secondo, che contiene i requisiti minimi necessari per mantenere il rapporto di lavoro con IKEA, fino al quarto che prevede una certificazione di qualità.

Come dicono alcuni, forse, non è tutto bello come sembra*. Ma l’illusione è forte…

*Olivier Bailly, Jean-Marc Caudron e Denis Lambert,
Le Monde Diplomatic, December 29th, 2006 “Sweden: Low Prices, High Social Costs: The Secrets in Ikea's Closet, http://www.corpwatch.org/article.php?id=14272

martedì 16 febbraio 2010

La fedeltà premia...chi?

Il catalogo dei premi è sulla scrivania da qualche giorno: bisogna affrettarsi perché i punti scadono. Sì quei punti che ogni settimana, con la nostra spesa al supermercato, accumuliamo con pazienza certosina, pensando al regalo che puntualmente, ogni febbraio, andremo a ritirare al supermercato…il meritato coronamento di tante fatiche….

Già, ma quanto valgono le nostre fatiche? Ipotizzando una spesa di 60€ alla settimana arriviamo ad una spesa annuale di circa 2900€, per un totale punti di circa 2.400 punti (1 punto ogni euro di spesa MA con una soglia minima di 5€……cosicché la mia anziana vicina che ogni giorno si reca al supermercato facendo mini spese di pochi euro non accumula neanche un punticino…una vera ingiustizia!)

Ma torniamo ai nostri sudati 2.400 punti (che, ricordiamolo, ci sono costati, in termini di spesa al supermercato, quasi 2.900€ pari a circa 5,6 milioni di vecchie lire) e consultiamo il catalogo dei premi per scoprire quali munifici doni ci attendono…una macchina da caffè elettrica, sì perché no…ma dovremo aspettare altri 14 anni per averla (per una spesa complessiva al supermercato pari a 88 milioni di vecchie lire circa)…oppure un robot da cucina …altri 11 anni…(per una spesa complessiva equivalente di circa 70 milioni di vecchie lire).

In compenso, accumulando ancora qualche punticino, potremmo ottenere un bel mappamondo da tavolo (“non illuminato” però, come chiarisce la didascalia…), oppure un carino ferma olive in legno che a noi sarà costato circa 3.000€, ma il cui valore commerciale verificato su Internet, sul sito dell’azienda produttrice, è pari a circa 27€. Detto altrimenti, un anno di spesa che a noi costa 2.900€, ai fini della raccolta punti viene valutato circa 27€.

E’ vero, a caval donato non si guarda in bocca..ed in fondo noi andiamo al supermercato in questione non per il programma di raccolta punti proposto, ma per il fatto che è vicino, ha orari sufficientemente lunghi e i prezzi sono nella norma.
Va detto, però, che questo piccolo esercizio ha diminuito un po’ quell’iniziale ingenuo entusiasmo che provavamo nello sfogliare il nostro catalogo premi. Come dice qualcuno, “La fedeltà ti premia”, “La fedeltà dà i suoi frutti”… o almeno è vero certamente per il nostro supermercato e per i suoi conti!...

mercoledì 10 febbraio 2010

Donna, italiana... e della provincia di Napoli

  • Nell’Unione europea (27 paesi), in media, il 59,1% delle donne ha un lavoro*.
  • 16 sono i paesi dell’UE che si collocano al di SOPRA di questa media: in cima alla classifica la Danimarca, il paese con il tasso di occupazione femminile più alto (pari al 74,3%), seguita da Svezia, Paesi Bassi e Finlandia. A seguire altri 12 paesi
  • 11 sono i paesi dell’UE che si collocano SOTTO la media europea del 59,1%: il peggiore, in termini di occupazione femminile, è Malta (tasso di occupazione femminile pari al 37,4%), seguito dall’Italia (47,2%). Meglio dell’Italia, ma comunque sempre al di sotto della media europea fanno tutti gli altri paesi: Repubblica Ceca, Belgio, Lussemburgo, Slovacchia, Spagna, Polonia, Romania, Ungheria, Grecia.
  • Anche per quanto riguarda l’occupazione maschile, l’Italia è al di sotto della media dei 27 paesi dell’Unione europea (70,3% contro la media del 72,8%), ma mentre in questo caso lo scostamento tra Italia e media europea è di circa 2,5 punti percentuali, nel caso dell’occupazione femminile il divario è di quasi 12 punti percentuali (47,2% Italia contro 59,1% della media europea). Non solo, ma in Italia, il divario tra il tasso di occupazione degli uomini e quello delle donne è tra i più elevati dell’UE (23 punti percentuali, contro una media europea di 13,7 punti percentuali).
  • Tra le regioni italiane, il tasso di occupazione femminile più elevato si trova in Emilia-Romagna (qui il 62,1% delle donne ha un’occupazione): al fondo della classifica la Campania (tasso di occupazione femminile pari al 27,3%).
  • Secondo uno studio recente della Camera di Commercio di Napoli e dell´Eurosportello, nella provincia di Napoli in particolare, l´occupazione femminile si attesterebbe addirittura al 24,3% per cento.
*Tutti i dati citati sono di fonte Istat e possono essere consultati qui: http://noi-italia.istat.it/index.php?id=4. Il tasso di occupazione femminile citato è il rapporto percentuale tra le donne occupate di 15-64 anni e la popolazione femminile della stessa classe di età.

lunedì 8 febbraio 2010

L.

Lo chiamavo l’”Innominato” non perché somigliasse al personaggio manzoniano, ma semplicemente perché i suoi genitori non riuscivano a mettersi d’accordo sul nome.

Alla fine ce l’hanno fatta e ora L. guarda sonnacchioso dalla sua piccola culla dell’ospedale il mondo confuso ed annebbiato che lo circonda. Notti in bianco, cibi lasciati a bruciare nella pentola perché il bagnetto con le paperette si è protratto un po’ troppo a lungo, mesi ad attendere con impazienza i primi passi e le prime parole (pa-pa…"Ha detto papà!!!", esclama orgoglioso il papà…"Guarda che stava indicando la palla", gli risponde la mamma con un sorrisetto…) e poi, quando finalmente il vocabolario si è arricchito, altrettanti mesi ad insegnargli a stare in silenzio quando parlano i grandi…(che ironia!).

E poi ancora i piccoli litigi quotidiani con la sorellina, le piccole cadute al parco e tutti i piccoli gesti che diventano talmente quotidiani al punto che i genitori si chiedono “Ma come era la nostra vita…prima?”
L. e il miracolo della vita: perché da qualunque parte la si guardi, credenti, atei o agnostici, questo è proprio un miracolo.

mercoledì 3 febbraio 2010

Public speaking? Esercitiamoci con i bambini!

Ieri al museo civico di Torino non erano le porcellane dell’Ermitage, oggetto della mostra temporanea, ad attirare l’attenzione dei visitatori.

Gli sguardi erano tutti rivolti verso un gruppetto di bambini di circa 7 anni, seduti per terra in cerchio attorno ad una teca di vetro. Accanto alla teca, una giovane guida del museo, che leggeva con fervore alcuni passi di quello che sembrava essere, dal tono della lettrice, un libro di avventura.
Forse un racconto ambientato nel Medioevo, visto che la maggior parte dei reperti nella sala risaliva a quel periodo.
In silenzio, lo sguardo rapito dal racconto della loro lettrice, i bambini sembravano non accorgersi neanche delle tante persone che con un misto di curiosità e di ammirazione li guardavano, sbirciando tra una teca e l’altra.

Poco lontano, un gruppo di tredicenni si trascinava stancamente da una sala all’altra del museo, scortato da alcune insegnanti ugualmente stanche. Le spiegazioni della guida del museo si perdevano negli sguardi assenti mentre il passaparola si faceva di sala in sala sempre più insistente:“Ma quando si va a mangiare?”

Come spiegare atteggiamenti così differenti?
Con l’avanzare dell’età perdiamo forse interesse nell’arte, nei musei?
O forse siamo semplicemente più indipendenti e dunque meno inclini a rispettare l’autorità/ascoltare ciò che ci viene proposto dall’”alto”?
O non sarà che quando ci si rivolge a quello che si ritiene essere un pubblico già adulto (i ragazzi delle medie nel nostro esempio, ma la cosa vale anche per un pubblico ancora più maturo) spesso si dimentica l’importanza di alcuni elementi che rendono efficace la comunicazione, in primis la capacità di coinvolgere/attirare l’attenzione dell’uditorio?

Qualche tempo fa è venuto in azienda un consulente inglese specializzato in corsi di formazione per il “public speaking”. Si tratta di corsi con i quali si intende fornire – a coloro i quali si trovano a parlare in pubblico a nome della propria azienda – quegli strumenti in grado di rendere più efficace la comunicazione.

Una cosa che sorprende di questi corsi è la semplicità dei consigli/strumenti forniti, che spesso hanno a che fare con la scelta delle parole, l’utilizzo di esempi per chiarire i concetti esposti, ma anche con la gestualità, il timbro ed il tono della voce.

Insomma, anche ai livelli più alti della comunicazione e nei confronti di un pubblico adulto, pare si tenda sempre di più a riconoscere l’importanza di quegli stessi elementi che rendono efficace la comunicazione nei confronti…dei bambini!

La prossima volta che vi capiterà di parlare in pubblico ad un convegno, fate dunque finta che al posto di adulti in giacca e cravatta seduti sulle poltroncine di fronte a voi vi siano bimbi in jeans e maglietta seduti in cerchio…forse vedrete meno sbadigli e sentirete meno bisbigli su “A che ora è il buffet?”.

lunedì 1 febbraio 2010

Una poltrona? Forse meglio due...!

E’ giusto/opportuno che un parlamentare possa diventare anche sindaco di una grande città oppure Presidente di una provincia?

A livello normativo la questione non è chiara, e le Giunte per le elezioni (quella della Camera e del Senato rispettivamente) decidono in base alla propria interpretazione della normativa vigente, con il risultato che se alcuni anni fa si riteneva che le due cariche fossero incompatibili, oggi, invece, si decide in modo contrario (vd. la decisione della Giunta per le elezioni della Camera che nel mese di gennaio 2010 ha deciso per la compatibilità nel caso di 12 deputati che, eletti alla Camera, successivamente sono stati eletti a ricoprire cariche anche a livello locale)*.

C’è chi assicura che questo non è un problema, che un parlamentare può benissimo essere in grado di garantire la presenza nelle riunioni a livello locale. Ma questo è sufficiente?
E’ sufficiente ad esempio per un sindaco (seppur supportato da validi collaboratori) presiedere ad alcune riunioni per svolgere appieno il proprio incarico (amministrare la propria città?). E’ sufficiente per capire quali sono i problemi quotidiani dei cittadini (dal lavoro, al rapporto con la pubblica amministrazione locale, dai trasporti alla sanità?) ed adottare le decisioni ritenute più opportune in funzione di tali problemi?

Ammettendo anche che il parlamentare possa comunque candidarsi alla posizione di sindaco o di Presidente della provincia mi sembra che il prevedere, in caso di vittoria, che il parlamentare diventato sindaco o Presidente della Provincia debba optare per una delle due cariche, lungi dal limitare i diritti della persona (come alcuni argomentano) sia una norma, oltre che di buon senso, eticamente più corretta nei confronti degli elettori (anche se, si potrebbe argomentare, qualunque sia la decisione presa, gli elettori che avevano votato a favore della persona - a livello nazionale o locale - si troveranno in ogni caso a vedere non rispettata la propria volontà…).

Da qualunque parte la si guardi, una norma che disciplini la questione sembra davvero improrogabile: eppure, il disegno di legge (del 23/06/2009, d’iniziativa dei senatori Follini, Augello, D’Alia e Sanna, intitolato “Disposizioni in materia di incompatibilità parlamentare”) è da tempo fermo al Senato. Crisi o non crisi, avere un lavoro è già una buona cosa…averne due (e di questo tipo)…forse è davvero troppo!


*Curiosamente la questione è diversa per i sindaci di città con più di 20.000 abitanti e i Presidenti di Provincia che si volessero candidare alla Camera: in questo caso è prevista l’ineleggibilità qualora la persona non dia le dimissioni entro un certo numero di mesi prima del voto.

venerdì 29 gennaio 2010

Il popolo dei "guidos"

Negli Usa l’emittente MTV sta trasmettendo un reality dal titolo “Jersey shore” che sta suscitando un certo clamore. I protagonisti del programma sono alcuni ragazzi e ragazze italo-americani che passano il loro tempo a divertirsi in una casa sulla spiaggia.

Il clamore deriva dal fatto che questi ragazzi, tutti di bell’aspetto, super abbronzati, ingellati, con addominali scolpiti ma con un quoziente intellettivo che lascerebbe un po’ a desiderare*, si vantano di essere dei “guidos” termine che viene usato (spesso in un’accezione non troppo positiva) per indicare gli italo-americani.

La comunità italo-americana ha criticato l’emittente, accusandola di trasmettere in questo modo un’immagine negativa e comunque non veritiera, della comunità italo-americana.

Ma, ci chiediamo noi, che cosa penserebbe la stessa comunità italo-americana di fronte alle trasmissioni diffuse in tv nella madrepatria?
Quegli stessi italo-americani, che della madrepatria ricordano con nostalgia i panorami mozzafiato della costiera amalfitana, la Primavera del Botticelli, le sculture di Michelangelo (che a Little Italy si trovano riprodotti dappertutto, dalle tazzine da caffé ai grembiuli per la cucina) che cosa penserebbero di fronte ai belloni superabbronzati con quozienti intellettivi non proprio sopraffini che oggi affollano i nostri palinsesti televisivi?

Siamo dunque diventati un popolo di “guidos”?
Qualcuno fa notare come, per la prima volta, da qualche anno, l’Italia riesca ad esportare all’estero alcuni format televisivi. Indovinate un po’ quali…forse non è un primato del quale andare troppo fieri.

*A titolo di esempio, messi alla prova in una trasmissione televisiva nella quale bisognava riconoscere alcuni personaggi famosi, di fronte ad una foto di Gheddafi hanno esclamato convinti: “Lionel Richie”! (ma all'attuale papa è andata meglio...è stato solo scambiato con il suo predecessore Giovanni Paolo II).

mercoledì 27 gennaio 2010

Perché questo non è un paese per giovani...

Il tema ha avuto una vasta eco: ne ha parlato addirittura la BBC.
Sì, il tema dei "big babies" (traduzione inglese di "bamboccioni") e le proposte (rivelatesi successivamente provocazioni) del ministro Brunetta (obbligo per legge di lasciare la famiglia entro una certa età, seguito dall’idea di un contributo per incentivare i ragazzi in questa direzione) hanno attirato l’attenzione anche dei media inglesi.

La questione fondamentale è capire le ragioni alla base del fenomeno dei “big babies”. Penso che aldilà di fattori culturali, la ragione principale consista nella difficoltà, per un giovane, di crearsi la propria indipendenza.

Qualche giorno fa un articolo del Corriere della Sera ricordava un triste primato del nostro paese: gli effetti della crisi si sono fatti sentire soprattutto sui giovani, la categoria di lavoratori attualmente meno protetta (su 1,87 milioni di senza lavoro nei primi 3 trimestri del 2009 oltre un milione ha meno di 34 anni, pari a circa il 55%). Più nel dettaglio, facendo un confronto con i primi 3 trimestri 2008, “nella fascia di popolazione di chi ha fra i 15 e i 24 anni, il numero degli occupati è sceso dell’11,6%; in quella fra i 25 e i 34 anni si è ridotto del 5,5%”*. Nella fascia superiore ai 35 anni, invece, la crisi non si fatta sentire (forse anche grazie al ricorso alla cassa integrazione…?).

Quello che emerge è dunque un crescente divario, che diventa ancor più evidente nei momenti di crisi, tra coloro che godono di una elevata protezione (es. chi ha un contratto a tempo indeterminato) e chi invece (tipicamente i giovani) va avanti con contratti flessibili/atipici e con poche garanzie, senza neanche poter contare, nei momenti di necessità, su strumenti quali gli ammortizzatori sociali.
Come sintetizza bene un articolo del Riformista di ieri “La famiglia è diventata forzosamente la valvola di sfogo, l’ammortizzatore sociale, un’istituzione supplente, di un welfare state iniquo e duale”**.

Ritroviamo qui il concetto che avevamo già discusso in un post precedente (http://ilportapenne.blogspot.com/2009/12/famigliama-quanto-mi-costi.html) e che, secondo me, pone alcuni interrogativi: le istituzioni e in generale il sistema paese (dunque classe politica, sindacati, imprenditori, ecc.), si sono “serviti” della famiglia e della sua solidità nel contesto italiano, per evitare di porre mano ad alcune riforme strutturali del nostro paese tese a riequilibrare il divario tra le generazioni? Detto altrimenti, è ipotizzabile che la situazione dei “bamboccioni”, criticata a parole, di fatto rappresenti per queste forze una situazione "utile" in quanto consente di non prendere/ritardare quelle iniziative che potrebbero avere costi elevati in termini di consenso (politico, sociale, ecc.)?

Se aggiungiamo il fatto che l’Italia è uno dei paesi più vecchi in Europa e che dunque c’è una tendenza, da parte del sistema paese al quale accennavamo sopra, a fare scelte che favoriscono la popolazione “anziana”, rispetto alla minoranza - giovane e meno organizzata - se ne deduce che, forse, davvero, questo non è un paese per giovani (bamboccioni o meno).

*F. Fubini e G. Stringa “La crisi? In Italia la pagano i giovani”, Corriere della Sera, 23/01/2010, p.11.
**G. Gazzetta “Bamboccioni per colpa del welfare”, il Riformista, 26/01/2010, p.11

lunedì 25 gennaio 2010

"L'eco del portapenne". Puntata n.2

La seconda puntata de “L’eco del portapenne”, rubrica su titoli e ritagli della carta stampata...Post "leggeri" per iniziare con leggerezza una nuova settimana di lavoro.

Sacro e profano, serio e faceto, neologismi, accostamenti linguistici azzardati, metafore roboanti...tutto è possibile nella politica e nel linguaggio politico italiano (tranne, forse, un dibattito serio su programmi ed idee?…).
Ora poi che si avvicinano le elezioni amministrative gli spunti non mancano…

Il quotidiano Libero ad esempio qualche giorno fa ci raccontava che “La Polverini (candidata del centro-destra alle elezioni regionali nel Lazio, ndr.) fa il pieno al mercato”, rispondendo con un sorriso al pizzicagnolo che le raccomanda in dialetto romanesco “non spendete i soldi con i trans” (quando si dice “la saggezza popolare”!), mentre la sua avversaria, Emma Bonino, veniva definita da Il Foglio “l’icona maggioritaria concepita in vitro” ed Italia Oggi, scomodando Lucio Battisti ci informava che “Nel Lazio balla anche Linda” (con riferimento alla possibile candidatura nel Lazio di Linda Lanzilotta). E infine il Tempo che parlava dell’avvenuta “Schiarita nei Casini”, con riferimento alle alleanze tra Pdl e Udc ( e per fortuna, visto che solo il giorno precedente Libero titolava “Chi aspetta Casini trova guai”).

E alla fine, in questo calderone di battute, sottintesi e altro pensiamo quasi di essere stati presi in giro quando leggiamo la notizia delle dichiarazioni del Presidente della Fieg (Federazione italiana editori giornali) sulla crisi dell’editoria. “L’editoria soffre”. E a dirlo è Carlo Malinconico (questa volta sì, di nome, e di fatto!).

giovedì 21 gennaio 2010

Europarlamentari all'italiana: tutti caciocavallo e bagna cauda?

Sembra che a Napoli se la siano un po’ presa. Non sono piaciute le dichiarazioni del Ministro Brunetta a proposito delle delegazioni di europarlamentari provenienti dal meridione che aveva occasione di vedere "in azione" quando era eurodeputato a Strasburgo. Secondo il ministro, questi personaggi andavano a riunioni parlamentari nelle quali non capivano nulla e l’unica cosa nella quale erano professionali “era costruire eventi legati al cibo”.

Giustamente il giornale di Napoli, il Mattino, si è chiesto se gli eurodeputati veneti si accontentassero di brodino o se i lombardi si imponessero una dieta a pane ed acqua mentre i partenopei si strafogavano di salsicce e friarielli.
Effettivamente, il dubbio sorge spontaneo.

Devo dire che questa differenza io non l’ho notata...mi sembravano quasi tutti incompetenti (con poche eccezioni, bipartisan e senza differenze sostanziali tra “sudisti e nordisti”).

Peraltro, ricordo che a Bruxelles le attività per le quali gli uffici di rappresentanza delle Regioni e delle Camere di Commercio italiane (un ufficio per ogni regione, con tanto di funzionari e staff pagati profumatamente) erano noti, era proprio l’organizzazione di eventi (serate, cene, cocktail) a base di prodotti culinari tipici delle varie regioni italiane (più che per le attività legate allo sviluppo delle relazioni commerciali tra le imprese europee o quelle legate al lobbying nei confronti delle istituzioni comunitarie).

Insomma, il cibo sembrava essere considerato da tutti coloro che rappresentavano, a vario titolo, il nostro paese, IL prodotto d’eccellenza da presentare in Europa agli altri paesi europei. E leggendo quello che si dice del nostro paese sui principali giornali europei è difficile pensare che qualche altro prodotto nostrano abbia potuto sostituire in questi ultimi anni il cibo come testimone d’eccellenza dell’italianità.

Stando così le cose, non ci resta che sperare che nessuno, all’estero, venga a conoscenza della storia delle mozzarelle di bufala annacquate.

mercoledì 20 gennaio 2010

In Italia, in media, 1 su 4 non lo fa...

Una cosa già la sapevamo: tra coloro che dovrebbero farlo, in Italia, in media, 1 su 4 non lo fa..ossia non paga il canone televisivo ordinario (i famosi 109€ dovuti entro la fine di gennaio 2010). Se la Toscana e la Liguria si distinguono per i tassi di evasione più bassi (entrambe sotto il 18%), Campania e Sicilia detengono il record negativo (evasione superiore al 40%).*

Ma vi sono alcune cose che non sapevamo: ad esempio l’esistenza di esenzioni dal pagamento del canone di abbonamento speciale (che riguarda gli apparecchi posti fuori dell'ambito familiare) per “ospedali militari (di quelli non militari non abbiamo notizia), Case del soldato (sì, apparentemente esistono anche quelle…!) e Sale convegno dei militari delle Forze armate”**, mentre il corpo nazionale del soccorso alpino del Club Alpino Italiano e alcune associazioni di soccorso sono esonerate dal pagamento del solo canone radiofonico (le richieste di aiuto mica arrivano per televisione, no?), mentre le scuole, a richiesta, possono avere la licenza gratuita (a fini didattici), ad eccezione che per la tv nella stanza del preside.

Fa quasi tenerezza scoprire che nell’Italia dell’incertezza globale, dove le norme non sono mai chiare e i termini dei pagamenti spesso fumosi (tipo “il bollo auto scade il 31/01..ma hai tempo a pagarlo fino al mese successivo”) qualcuno abbia pensato a disciplinare la questione della tv nella stanza del preside e quella nella Casa del Soldato…rassicurante, direi…

Fonti: *IlSole24Ore del 19/01/2010, p.22.
**Sito Rai

venerdì 15 gennaio 2010

Giunta a destinazione

Ebbene sì sono giunta a destinazione. Ho terminato di leggere il libro “Fuori orario”, che, come sapete, è stato spunto di diversi post recenti.

Non mi soffermerò su uno dei capitoli più interessanti del libro, quello sulla gestione degli appalti. Gare truccate, vincitori di gare scoraggiati a realizzare il lavoro per far prevalere i soliti pochi noti, specifiche tecniche utilizzate per aggiudicare le gare ai soliti pochi noti, espedienti di ogni genere per aggirare la legislazione (italiana e comunitaria), licenziamenti di quei dipendenti del gruppo che denunciano la mancata concorrenza in molte gare, nessun controllo sulla qualità dei servizi effettivamente erogati dalle ditte vincitrici.

A proposito, un avvertimento: se dovete prendere un letto con cuccetta, cercate di sapere dove ha stazionato il treno per la pulizia, prima di arrivare alla vostra stazione.

Già perché sembra che in passato la lavanderia responsabile della pulizia delle lenzuola a Pisa abbia utilizzato un curioso sistema.
Se le lenzuola consegnate erano manifestamente sporche, allora venivano lavate. Ma se al contrario non vi erano macchie visibili, le lenzuola venivano stese all’aria aperta per qualche ora, lungo l’Arno, spruzzate con disinfettante, ripiegate e riconsegnate a Trenitalia (dunque nessun lavaggio, nessun detersivo, nessun costo per l’elettricità per il lavaggio, asciugatura e piegatura, con risparmi di un terzo rispetto ad un normale ciclo di lavaggio)*.

Da notare che il sistema era utilizzato solo per il gruppo Ferrovie dello Stato perché gli altri clienti della ditta (ristoranti, alberghi) controllavano sempre la biancheria ricevuta e quindi si sarebbero accorti del trucco, con immediata revoca del contratto.

Pertanto ricordatevi: per evitare equivoci, quando viaggiate in cuccetta, al termine del viaggio assicuratevi di rovesciare sempre un po’ di succo di mirtillo sulle lenzuola che avete utilizzato…avrete così fatto un favore al prossimo viaggiatore che userà le vostre lenzuola!

*C. Gatti, “Fuori orario – Da testimonianza e documenti riservati le prove del disastro FS”, Chiarelettere, Milano, 2009, pp.225-226.