martedì 13 luglio 2010

Il P.C.P.(Piccolo Consumatore Padano)

Il P.C.P., Piccolo Consumatore Padano, inizia presto la propria carriera.

A 2 anni, tra le bancarelle del mercato,il P.C.P. aggira con destrezza quelle che non sono di suo interesse dirigendosi speditamente, come guidato da radar, verso il banchetto del panettiere. Questi gli allungherà il grissino-tangente, consapevole che il P.C.P., con il suo gesto, gli ha garantito l’incasso familiare giornaliero, avendo portato sul luogo del misfatto la madre che qui sarà indotta, per riconoscenza, o semplicemente per disperazione, ad acquistare la dose prevista di pane, focaccia, ecc.

In centro, paseggiando per le vie della città, il P.C.P. trascinerà la madre dentro tutti i centri commerciali/grandi magazzini, dando prova di una sconosciuta abilità nel salire e scendere le scale mobili e nel dirigersi, ancora una volta senza esitazione alcuna, verso ben determinati reparti, soprattutto quelli di tipo tecnologico, dotati di grandi schermi tv, hi-fi, ecc….(curiosamente, mete preferite dell’altra metà maschile della famiglia)…

Passeggiando lungo le vie del quartiere, il P.C.P. svolterà all’angolo, dirigendosi fiero ed impettito verso il supermercato di zona: qui, impossessatosi del carrellino rosso (del quale evidentemente conosce bene la collocazione sotto le casse), procederà con grande sicurezza tra le file degli scaffali, mostrando una curiosa tendenza ad essere attratto dalle grosse scritte colorate, soprattutto da quelle che riportano la dicitura “offerta speciale” (curiosamente, altro elemento in comune con l’altra metà maschile della famiglia).

Che cosa fare di fronte a tutto questo? Consolarsi con le statistiche, che dicono che, seppur con differenze da paese a paese, attualmente sono le donne, e NON gli uomini, a controllare la maggior parte del valore globale dei consumi (a titolo di esempio il 73% delle decisioni di acquisto sarebbe ascrivibile alle donne negli USA, il 67% in Francia, il 59% in Italia, il 57% in Spagna, il 48% in Cina)* e che l’influenza delle donne su questo aspetto dell’economia è destinato ad aumentare ancora, grazie anche ad una sempre maggiore presenza di donne istruite nel mondo del lavoro con guadagni mediamente superiori a quelli attuali, al punto che “fra vent’anni in America le donne guadagneranno mediamente di più degli uomini”**.

Della serie…cari uomini approfittatene finché siete piccoli…perché in materia di consumi decidono, e decideranno sempre di più...le donne!

*Fonte: studio di Boston Consulting Group citato in Economy, 14 luglio 2010, p.52. Una sintesi dello studio si trova qui: http://www.womenwantmorethebook.com/documents/file21481.pdf.

**Fonte: M. J.Silverstein, vicepresidente di The Boston Consulting Group, citato in A. Wittenberg-Cox e A.Maitland, Rivoluzione Womenomics, Gruppo24Ore, Milano, p. 79.

giovedì 8 luglio 2010

Le avventure del P.P.P (Piccolo Pendolare Padano): l’estate è arrivata

La P.S.U (Piccola Sveglia Urlante) del P.P.P (Piccolo Pendolare Padano) si attiva alle 5.00. “Uéh…ueh…”. Il P.P.P rotola giù dal letto e attraversa il lungo corridoio (che in realtà è breve, ma che al P.P.P che ha dormito poco - causa sauna notturna a 30 gradi costanti - sembra più lungo dei tapis roulant dell’aeroporto). Carezza e frase d’ordinanza: “Tranquillo, va tutto bene, continua a dormire”…e il P.P.P si rituffa nel letto.

“Ueh Ueh“…il P.P.P. ri-rotola giù dal letto percorrendo, questa volta a passo di bersagliere, il corridoio (lo spirito materno ha lasciato velocemente il posto ad un altro spirito, molto meno caritatevole).“Va tutto bene, continua a dormire…”. Ma la P.S.U non sembra convinta e… a ragione…Nel tentativo di trovare refrigerio la P.S.U ha attraversato il suo giaciglio fino alla parte opposta del letto…perdendo il ciuccio lungo il tragitto. “Oh, hai ragione ecco qui”: sistemato il tappo nell’apposita fessura, il P.P.P si ri-tuffa nel letto nella speranza di recuperare un po’ di sonno. Mah…ohibò, sono le 5,15 e il treno parte alle 6,59. Per la prima volta nella sua vita, il P.P.P ha dimenticato di inserire la sveglia (quella che non urla, ma che fa bip bip). Si vede che l’estate è arrivata.

All’edicola vicino alla fermata, l'edicolante Giulio è corrucciato e sbotta: “Non è possibile lavorare così…mi mandano 25 copie della “Settimana enigmistica” al posto delle 50 normali con la scusa che la gente è in vacanza…e io in 2 giorni ho già finito le copie. Le sembra giusto? Guardi quello che fanno con le enciclopedie…tempo fa c’era quella con la quale si costruiva il cucù…100 uscite..e alla 98esima hanno smesso di inviarmela…e i miei clienti ovviamente erano arrabbiati! Ci sono voluti mesi per avere i numeri mancanti!”. All’idea del cliente rimasto per mesi con la casetta finita senza il cucù il P.P.P si sente stringere il cuore…ma il tram sta arrivando e non c’è tempo per i sentimentalismi.

Alla stazione, in coda per salire sul treno, il P.P.P osserva una coppia di anziani appena saliti in vettura: lo sguardo terrorizzato, la ricerca affannosa di un altro posto. II. P.P.P non ha bisogno di spiegazioni: tira fuori dalla sua borsa la sciarpina e la maglia, che gli consentiranno (forse) di sopravvivere al lungo viaggio a 10 gradi nella ghiacciaia dell’interregionale di Trenitalia…anche se, bisogna dirlo, nonostante gli sforzi, l’effetto freddo sulla pelle e caldo fuori resterà, maledetta Trenitalia.

A proposito, oggi è anche il compleanno di F.: auguri!!! L’estate è proprio arrivata…

martedì 6 luglio 2010

Se i principi non bastano... allora facciamone una questione di efficienza economica

Dimentichiamoci per un attimo i principi di uguaglianza e parità tra uomini e donne secondi i quali i due sessi dovrebbero avere pari opportunità non solo in materia di accesso al mondo del lavoro, ma anche pari salario per le attività svolte e medesime opportunità di carriera.

La tesi della "womenomics", concetto introdotto da Kathy Matsui, analista di Goldman Sachs, è che una maggior integrazione delle donne nell’economia non risponde soltanto a principi di equità, ma anche a principi di efficienza economica. E’ infatti dimostrato che una maggiore partecipazione femminile al lavoro, oltre ad essere un potenziale fattore di sviluppo economico (con impatti significativi in termini di crescita del PIL), ha ripercussioni importanti e positive su questioni quali la sostenibilità delle pensioni (la maggiore partecipazione delle donne porta ad un aumento del numero degli occupati fra le persone in età lavorativa, riducendo il rapporto di dipendenza fra pensionati e lavoratori) e sull’invecchiamento della popolazione.

A questo proposito è importante sottolineare come la relazione tra maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro e minore fertilità, che si riscontrava nei decenni passati non è attualmente così presente. Se negli anni ’80 i livelli di fertilità erano maggiori laddove minore era l’occupazione femminile, negli anni 2000, i paesi con una minore occupazione femminile registravano una minore fertilità rispetto ai paesi con una maggiore occupazione femminile (vd. grafico*)
















Segno che il trade-off tra lavoro e fertilità non è inevitabile laddove si adottino, come è avvenuto in Francia e nei paesi nordici, specifiche iniziative volte ad incoraggiare sia il lavoro femminile, sia la fertilità (es: strutture statali e private che si occupano dei bimbi delle madri lavoratrici, disponibilità di congedi parentali, disponibilità di lavori part-time, ecc.) e che dunque il rapporto tra tasso di occupazione femminile/fertilità varia sensibilmente in funzione di precisi elementi sociali, economici, culturali e politici propri del paese analizzato.

Come emerge dal grafico, l’Italia è caratterizzata da scarsa partecipazione femminile al lavoro (da fonte ISTAT, in Italia nel 2009, meno del 50% delle donne di età compresa tra i 15 e 64 anni lavorava) e bassa natalità. In Italia l’età media della donna alla nascita ha superato 30 anni, una delle più alte d’Europa, ulteriore segno che la volontà di partecipare al mondo del lavoro da noi ha importanti ripercussioni (negative) sulla famiglia: inoltre, in Italia, la possibilità di conciliare lavoro e famiglia spesso si basa sull’apporto che strutture familiari (vd. i nonni) danno (un ulteriore elemento di fragilità se si pensa che questa situazione è destinata a cambiare anche a seguito dell’allungamento dell’età pensionabile).

Non solo, ma se le ricerche macroeconomiche sottolineano i benefici economici a livello di incrementi del PIL derivanti da una maggiore parità dei generi con riferimento all'occupazione (secondo alcuni studi, anche superiori al 10% per quanto riguarda la sola Europa), a livello microeconomico un numero sempre maggiore di studi evidenzia come la presenza, nelle aziende, a tutti i livelli, di gruppi di lavoro misti, apporti grandi benefici all’azienda in termini di produttività e risultati economici. Nonostante questo, la presenza delle donne ai più alti livelli rimane un miraggio nella maggior parte dei paesi (per quanto riguarda l’Italia “la composizione dei consigli d’amministrazione delle società del Mib30 mostra che su 466 cariche consiliari, soltanto undici sono ricoperte da donne”**).

Il mancato sfruttamento del capitale umano femminile è una situazione che dunque non ha giustificazioni…che la si guardi dal punto di vista dell’equità tra i sessi o dal punto di vista dell’efficienza economica…

*Fonte: D. Del Boca, Famiglia e Lavoro,http://www.amichediabcd.org/Intervento%20Daniela%20Del%20Boca%2023.06.07.doc.
**Fonte: D. Del Boca, Perché l'Italia ha bisogno di womenomics, 16/03/2010 (consultabile su http://www.lavoce.info/). Altri testi che trattano l'argomento in una prospettiva internazionale sono: A. Wittenberg-Cox e A- Maitland, Rivoluzione Womenomics, Gruppo24Ore, 2009 e vari paper dell'OECD, tra i quali, A, d'Addio e M. d'Ercole, Trends and Determinants of Fertility Rates, 2005.

mercoledì 30 giugno 2010

Tutti insieme appassionatamente (in coda)

Accanto alla mancanza dei miscelatori nei bagni e alla presenza pervasiva della moquette, è probabilmente uno degli aspetti che maggiormente colpisce il turista italiano. Parliamo dell’arte di fare la coda che contraddistingue gli inglesi.

Alla fermata dell’autobus la serpentina si snoda sinuosa ed ordinata anche nel caos frenetico della città: nulla a che vedere con l’italico assalto alla diligenza sui mezzi pubbici. E si tratta di una vera e propria arte, caratterizzata da regole di comportamento ben precise, la cui violazione è motivo di profonda riprovazione (che si esprime soprattutto in un linguaggio del corpo, ma mai con gli insulti tipici nostrani, perché, ricordiamolo, siamo in Inghilterra!).

Ovviamente la prima e più importante regola morale che si applica all’arte del fare la coda è il divieto assoluto del saltare la coda. A scanso di equivoci, in occasione del torneo di Wimbledon, che attrae moltissimi visitatori stranieri non avvezzi alla nobile arte, viene distribuita un’apposita "guida al fare la coda" dal titolo “A Guide to Queueing for the Championships (vd.foto)”.


All’interno un dettagliato codice di condotta la cui violazione causa il rifiuto dell’ingresso da parte dell’organizzazione.
Le regole principali sono nove: una, in particolare, risalta, in quanto scritta in stampatello :“Saltare la coda non è accettabile e non sarà tollerato”. Non solo, ma: 1) si considera in coda soltanto chi vi si inserisce e vi resta fino al momento dell’acquisto del biglietto ed è in possesso della “Queue Card” (vd. foto); 2) è vietato “riservare” il proprio posto mettendo del materiale (sedie o altro): bisogna infatti essere fisicamente presenti sul posto; 3) è possibile tenere il posto per un’altra persona soltanto in caso di brevi assenze (es: toilette). Soltanto chi rispetta queste regole può ambire ad entrare nel prestigioso complesso di Wimbledon.

Ai coraggiosi disposti ad attendere in coda per ore (o ad accamparsi anche la notte precedente per conquistare i primi posti della fila…ovviamente in spazi predisposti e seguendo precise regole di comportamento) viene anche consegnato un adesivo (vd. foto), che potrà essere apposto sulla maglietta. La scritta sull’adesivo testimonia l'eroica impresa compiuta…Che cosa c’è scritto? “Ho fatto la coda per il torneo 2010 di Wimbledon”…ovviamente…che altro?

lunedì 28 giugno 2010

La prima volta (dell'Inghilterra)

Ora che l’eco della partita nostrana comincia lentamente ad affievolirsi, può essere interessante sbirciare quello che succede altrove. Già perché anche altrove la follia mondial-calcistica imperversa. Ieri, il quotidiano inglese “Daily Mail”, nella sua edizione della domenica, dopo essersi soffermato a descrivere la razzia di salsicce e birra degli inglesi nei supermercati in previsione della partita Inghilterra-Germania, dedicava pagine e pagine al big match.

In particolare, a pag.8 il quotidiano elencava una serie di motivi che rafforzavano la speranza di una vittoria del team inglese:

1) i calzini rossi: indossare la tenuta da gioco rossa (calzini, maglietta, pantaloncini) avrebbe portato bene visto che l’ultima volta che l’Inghilterra aveva giocato contro la Germania aveva proprio questa tenuta ed aveva vinto 2-1;
2) era il ventottesimo match di Capello come manager dell’Inghilterra: sei degli ultimi 8 manager avevano vinto il loro ventottesimo incontro;
3) il luogo nel quale si giocava la partita è conosciuto come “città delle rose” e il simbolo della squadra contiene 10 rose intorno a 3 leoni.

E ancora: giocare di domenica avrebbe portato bene, come pure il fatto che la BBC avrebbe commentato l’incontro (i commentatori dell’emittente ITV avevano “portato male” alla squadra in occasioni passate) e così via. Unico neo: l’Inghilterra non aveva mai vinto incontri arbitrati da un uruguaiano (ma, specificava il giornalista, “c’è sempre una prima volta”).

Insomma, l’unica cosa che è mancata è stata proprio quella “prima volta
”.

giovedì 24 giugno 2010

Il fiorellino, il fascista e il comunista

Ogni volta che ci passo davanti ne trovo una nuova: accanto ai “Ti amo piccolina by Jim” o “Sei il mio fiorellino by Mary” trovo “Fasci m…”, “Comunisti al rogo” e così via. Sullo stesso muro dell’istituto per ragionieri e geometri.

E ogni volta mi chiedo: ma chi scrive queste cose? Senz’altro si tratta di scritte recenti, non certo risalenti agli anni di piombo. Dunque scritte di persone che verosimilmente appartengono alla generazione degli anni ‘80-‘90, quelli, per intenderci, che hanno vissuto la caduta del muro di Berlino, la fine delle ideologie e dei blocchi contrapposti, che hanno visto avvicendarsi in Europa e nel nostro paese forze politiche nuove, correnti nuove.

Che senso ha allora, oggi, utilizzare questi termini? La sensazione è che oggi vengano utilizzati come slogan, come facili scorciatoie a ragionamenti più complessi, alla disponibilità alla discussione, al confronto civile e democratico.

E ancora altre facili etichettature: un libro che parla dell’importanza delle donne nell’economia diventa subito un libro femminista, mentre un libro che parla dell’importanza della lobby ebraica nella politica estera statunitense è, per definizione, un libro antisemita. Insomma, troppo spesso una rigidità ideologica che impedisce di discutere, approfondire, capire.

E allora ecco le contrapposizioni estreme: tra quelli che ci credono fortissimamente, spesso "a prescindere", e quelli che semplicemente passano e non si curano più delle cose. E la via di mezzo, quella del “non diamo tutto per scontato, discutiamo, non fermiamoci agli slogan” è quella più difficile da perseguire.

lunedì 21 giugno 2010

Italia - Nuova Zelanda: assenza di segnale...

Ieri pomeriggio, il P.T.S (piccolo teleutente sabaduo), al pari degli italici connazionali, se ne stava seduto in poltrona a trepidare di fronte alle gesta dell’italica squadra.

A pochi minuti dallo scadere del primo tempo, il P.T.S si allontanava per un attimo dalla postazione in cerca di una bevanda ristoratrice in grado di alleviare lo sconforto di fronte al deludente 1-1.

Al suo ritorno, sul bel televisore 16:9, campeggiava la minacciosa scritta “ASSENZA DI SEGNALE”.Il P.T.S, agguantato il telecomando del decoder, non si dava per vinto e cominciava uno zapping compulsivo…seguito da spegnimento totale del sistema… e poi ancora da un susseguirsi di menù, cerca canale, sintonizzazione automatica, aggiorna lista canali…menù, cerca canale…ARGGHH inutile!... Nulla anche sul secondo decoder collegato al medesimo televisore. Seguiva corsa affannosa verso la cucina dove era posizionato il secondo televisore (con collegato il terzo decoder)…nulla. A questo punto il P.T.S cominciava a pronunciare vari epiteti alla direzione dell’emittente pubblica radiotelevisiva (quegli epiteti che nei fumetti di Walt Disney vengono rappresentati con tuoni, fulmini, saette…).

Preso da sconforto, il P.T.S accendeva la radio (quello scatolotto ben più antico di Internet, della televisione e del digitale terrestre…). E finalmente una voce amica lo raggiungeva: dunque, una forma di vita umana ancora esisteva nell'etere! E al pari di Radio Londra, anche questi commentatori sapevano dell’esistenza del P.T.S (“ci giunge ora notizia dagli amici piemontesi che buona parte della regione è rimasta senza segnale…e che pertanto i nostri amici seguiranno con noi la partita”).

I minuti passavano, il goal non arrivava, e il P.T.S (che nel frattempo si era trasformato nel P.R.S – piccolo radioascoltatore sabaudo) continuava a fissare lo schermo del suo bellissimo televisore, senza neppure il conforto delle cartoline dei casolari dispersi nella campagna toscana dello storico intervallo della Rai.

Alle 20 il P.T.S.I (piccolo teleutente sabaudo in….dispettito) si sintonizzava sui canali dell’emittente pubblica e scopriva che sì… lui solo ed i suoi conterranei, in tutta Italia, non erano riusciti a vedere il secondo tempo della partita causa “violento sbalzo di tensione elettrica sulla rete del gestore nazionale che alimenta l’impianto principale della Rai” della sua zona.

Il P.T.S, sconsolato, guarda fuori della finestra le torri della televisione che dominano la collina…maestose, imponenti, eppur così fragili…*

*Nota per i lettori: il tocco “lirico” finale è frutto di un ripensamento notturno…(che ha ispirato al P.T.S pensieri assai più innocenti di quelli che popolavano la sua mente il pomeriggio precedente).

lunedì 14 giugno 2010

Aspettando Italia-Paraguay...

Ebbene sì..ormai ci siamo. Questa sera i lavoratori italici si affretteranno ad uscire dagli uffici per essere sicuri di assistere alla partita d’esordio con la pancia piena ed il bicchiere di birra in mano, comodamente seduti sulla poltrona del salotto, mentre fuori, nelle strade, regnerà la calma.

Tutti speriamo ovviamente in un esito positivo e in una partita bella e divertente.
Ma se così non fosse, non preoccupiamoci…i motivi per non far bene (che verranno immediatamente citati al termine della partita in caso di esito negativo) sono molteplici:

1) Le vuvuzela – le famose trombette – assorderanno i nostri giocatori impedendo loro di seguire i consigli dell’allenatore (la squadra avversaria ha annunciato che giocherà invece munita di appositi para-orecchie…la squadra italica, non avendole a disposizione, aveva chiesto al pubblico di suonare temi più consoni all’italico orecchio, tipo marcia trionfale dell’Aida, ma sembra che il pubblico si sia rifiutato asserendo che costituirebbe un indebito vantaggio per la squadra italica)

2) È prevista pioggia e questo potrebbe compromettere le prestazioni (solo della squadra italiana ovviamente…perché le nuvole sudafricane, si sa, sono ferventi ammiratrici di quelle di fantozziana memoria)

3) Il pallone utilizzato non sarà della forma corretta, quella alla quale sono abituati gli italici giocatori, compromettendo le giocate dei calciatori e le parate del portiere. D’altronde, difficile abituarsi per chi, come i giocatori italici, è abituato ad utilizzare palloni le cui caratteristiche sono state studiate appositamente dal genio di Leonardo (già, perché oltre ad occuparsi di corpo umano, macchine volanti, ecc. nel tempo libero il grande Leonardo giocava nel campetto del “Vinci Associazione Calcio” nel tentativo di elaborare le dimensioni perfette per questa palla rotolante così amata dal popolo italiaco)

4) Le numerose “bagne caoda” mangiate al Sestriere durante gli allenamenti comprometteranno le doti agonistiche dell'italica squadra (oltre che il loro alito…). A questo proposito, voci di spogliatoio riferiscono che come schema alternativo, in caso di difficoltà sul campo, l’allenatore stia valutando la possibilità di chiedere ai giocatori di sistemarsi immobili di fronte agli avversari a bocca spalancata.

E poi ovviamente ci saranno la stanchezza post-campionato, post-coppe (che però dovrebbe giocare a nostro favore…i giocatori dell’Inter sono tutti stranieri no?), post-pisolino pomeridiano e così via…

Insomma, vada come vada, le spiegazioni per giustificare una pessima prestazione non mancheranno. Ma speriamo non siano necessarie…forza azzurri!

mercoledì 9 giugno 2010

Quel tesoro nascosto tra mutande e calzini

Da una ricerca condotta nel Regno Unito, è stato stimato che nel 2009 circa 4.500 chiavette dati USB siano state smarrite nelle lavanderie a secco da clienti distratti che si sono dimenticati di svuotare le tasche dei propri vestiti.*

E il dato è stato ripreso da una nota società, che lo cita a riprova della necessità, per le aziende, di dotarsi di strumenti che limitino il rischio che dati sensibili possano essere così facilmente diffusi (o impedendo che tali dati vengano copiati dal PC aziendale sulla chiavetta USB o adottando sistemi di crittazione che li rendano inaccessibili a persone non autorizzate).

Insomma, un’ulteriore dimostrazione del fatto che i rischi più seri alla sicurezza dei dati detenuti dalle aziende non provengono dai tanto temuti hacker o virus, ma dalle stesse persone che ci lavorano (e che talvolta li sottraggono volontariamente o, che, talvolta, come nel caso delle chiavette abbandonate, li rendono accessibili a tutti per distrazione).

Questa lettura mi ha riportata indietro con la memoria a tristi sabati mattina passati nelle lavanderie pubbliche a gettoni (quelle che da noi sono frequentate soprattutto da stranieri e che invece, in altri paesi europei, sono comunemente utilizzate).

Funziona così: il povero cliente arriva con il suo sacco di indumenti da lavare ed il suo detersivo. Acquista il gettone dal gestore e poi attende il proprio turno, fissando il vorticoso e rumoroso ruotare degli enormi cestelli che sembrano dover esalare ad ogni istante l’ultimo respiro e che invece proseguono incessantemente la loro marcia fino a dei crescendo degni delle più grandi opere sinfoniche.

Finalmente il rombo ed il tonfo finale…la corsa è finita ed il turno è arrivato. Il povero cliente si guarda intorno attendendo che il proprietario degli indumenti si riappropri dei propri beni….nulla…passano i minuti e nessuno si fa avanti. Con la cura che avrebbe chi tocca materiale radioattivo, il povero cliente estrae il contenuto dal cestello – evitando il più possibile il contatto - e lo deposita sul bancone. Il bancone (che è quello sul quale si deposita tutto, dagli indumenti da lavare alle sacche sporche che li contengono) è ovviamente sporco e metà degli indumenti, durante l’operazione di "trasbordo", sono finiti per terra, circostanze che ovviamente comprometteranno l’attività di pulizia appena terminata (e ben sta al cliente che se ne è andato a fare una passeggiata, incurante del ciclo di lavaggio dei propri indumenti!).

Insomma una scena triste…che potrebbe diventare ancora più triste qualora un giorno, nei locali delle lavanderie, si aggirassero loschi individui giunti appositamente a rovistare tra quelle mutande e quei calzini lasciati sul bancone alla ricerca della preziosa chiavetta USB….Quale miglior monito per ricordarsi di svuotare bene le tasche prima di portare i propri vestiti in lavanderia?


*http://www.infosecurity-magazine.com/view/6633/data-hung-out-to-dry-as-4500-usb-sticks-left-in-dry-cleaners

giovedì 3 giugno 2010

C’è posta per te

Il fatto che le aziende oggi si trovino a dover “parlare” ed “ascoltare” i propri clienti/consumatori è ormai una realtà ampiamente riconosciuta, anche se non da tutte le aziende praticata, a causa di timori su come gestire concretamente il rapporto con il consumatore (pensiamo ad esempio a come gestire eventuali critiche all’azienda e ad un suo prodotto pubblicate su mezzi accessibli a chiunque quali un sito Internet o un social network).

Oggi la comunicazione con il cliente è molto facilitata dalla tecnologia che ormai permea tutti i momenti della nostra vita. Eppure vi sono aziende che anche in mancanza di queste tecnologie, già parecchi anni fa, avevano compreso l’importanza di costruire un rapporto con il proprio cliente e di fidelizzarlo.

All’inizio degli anni ’80 era una grande gioia per un bambino di 5-7 anni ricevere una cartolina colorata dal suo amico “Il piccolo mugnaio bianco” che gli augurava ora “Buon compleanno”, ora “Buon Natale” (oggi, la prima missiva che i bimbi ricevono è quella del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che arriva puntualmente qualche giorno dopo la nascita, con la tessera del codice fiscale accompagnata da un testo che inizia così: “Gentile contribuente….”)!.

La cartolina del piccolo mugnaio bianco si inseriva ovviamente in un contesto più complesso fatto di raccolte punti, di giochi da richiedere al proprio negoziante e così via…ma quella cartolina, che arrivava puntualmente ogni anno, ti induceva a credere che da qualche parte esistesse davvero un piccolo mugnaio bianco che ti conosceva e che in qualche modo pensava a te…

Questo è il ricordo più vivo che ho del mio essere consumatore all’inizio degli anni ’80. Ma ovviamente il concetto di fidelizzazione del cliente è ben più antico: ieri mi è capitata tra le mani una “Tessera di amico di Topolino” degli anni ’30. Già allora si raccoglievano bollini su una piccola tessera che dava diritto a degli omaggi.

E nonostante la tecnologia, c’è chi si affida, ancora oggi, alla vecchia posta, come l’hotel a conduzione familiare dell’Alto Adige che invia, al cliente che ha soggiornato nell’hotel mesi prima, una lettera di auguri di “Buon compleanno” su carta pregiata, accompagnata da una bustina di tisana alla frutta come invito a godere del proprio compleanno nel meritato relax.

Soluzione che qualcuno potrebbe definire “tradizionale”, ma al cui confronto le mail di auguri totalmente anonime e spersonalizzate che spesso riceviamo dalle aziende appaiono davvero poca cosa. Cartoline colorate, bustine di tisane, tessere: niente tecnologia ma un’idea “forte” alla base…

mercoledì 26 maggio 2010

False trasparenze

Ormai è diventata una moda citare dettagliatamente sui giornali e in televisione i compensi di personaggi “pubblici” (conduttori dei programmi della televisione di Stato, manager delle aziende pubbliche ecc.). Talvolta addirittura si arriva alle informazioni di dettaglio sulle proprietà immobiliari e non. A che cosa porta tutto questo? Ad una maggiore trasparenza? Ad una maggiore moralità?

Certo, sapere che un conduttore televisivo guadagna, magari in una sola serata, molti più soldi di quanti ne guadagna un impiegato in 5 anni può non far piacere ma se tali guadagni sono correlati ad un guadagno per l’azienda che lo impiega (in termini di pubblicità, sponsor, ecc.)? E se il produttore X guadagna miliardi per un programma che viene da noi ritenuto “spazzatura” ci indigneremo contro il produttore? O forse contro le tante persone che consentono tali guadagni assicurando a tali programmi un’elevata audience?

E per quanto riguarda altre categorie, delle quali in teoria si sa tutto o quasi? Abbiamo molti libri che parlano dei compensi dei politici e di tutti i relativi privilegi. Che cosa fare in questo caso? Come assicurare che questi personaggi adempiano ai propri compiti? Installeremo telecamere a modi “Grande Fratello” per controllare che cosa fanno/dicono e il tempo che passano alla buvette a mangiare cornetto e cappuccino o dal barbiere?

E soprattutto... sapere dell’esistenza di tutti questi privilegi allontana forse lo spettro dei compensi illeciti dei personaggi politici (quelli che molto più raramente diventano noti al pubblico)…quelli per favori concessi, per appalti facilitati, per normative “ammorbidite”?
Norme più severe contro la corruzione possono, immaginiamo, servire soprattutto come minaccia, come strumento di deterrenza. Ma questo è sufficiente?

Il problema è che i comportamenti che ci indignano toccano dal profondo concetti come morale ed etica professionale che non si possono imporre e che valgono per tutti i cittadini, impiegati pubblici e privati. Come ricordava qualche giorno fa un importante sociologo, il problema è come “ricostruire” il cittadino, come assicurare che certi valori (rispetto per gli altri e per la “cosa pubblica”, onestà, etica professionale, ecc.) vengano inculcati nelle famiglie e poi nella scuola e nella società in generale.

Compito senz'altro molto più arduo ma, allo stesso modo, molto più promettente, della pubblicazione dei compensi nei titoli di coda delle trasmissioni televisive e di tutte le operazioni di facile trasparenza e di facile moralità che oggi vanno tanto di moda.

lunedì 17 maggio 2010

Se fossi la signora F.

Se fossi la signora F., penso non mi avrebbe fatto molto piacere leggere l’intervista nella quale mio marito, direttore di un noto quotidiano nazionale, afferma che a 67 anni (dunque in età pensionabile) resta al lavoro perché lo terrorizza l’idea di tornare a casa dopo aver fatto la spesa e sentirsi rimproverare dalla moglie per aver acquistato la marca sbagliata di pasta.

E’ vero che nella medesima intervista il direttore precisa di avere uno splendido rapporto con moglie e figli, ma le sue affermazioni confermano un dubbio che da tempo ci poniamo…: quanti uomini decidono di restare al lavoro oltre l’età pensionabile per timore di quello che li aspetta fuori dall’ambiente lavorativo?

Eppure si penserebbe che una coppia, in salute e dotata di mezzi economici, una volta che i figli abbiano raggiunto l’età dell’ìndipendenza, abbia oggi un mondo di opportunità: viaggiare, la possibilità di coltivare i propri hobby (o di scoprirne di nuovi), la possibilità di frequentare con maggiore libertà le proprie amicizie, godersi il piacere di quelle piccole cose che la frenesia di tutti i giorni ci impedisce di apprezzare.

E invece la vita oltre il lavoro, nell’immagine descritta dal nostro direttore, sembra fatta di una monotona quotidianità scandita dai rimproveri della moglie (che poi, e lo diciamo per esperienza personale, probabilmente aveva specificato accuratamente al marito quale marca di pasta acquistare!).

Non solo, ma la permanenza di persone di età avanzata sul luogo di lavoro ha conseguenze non indifferenti anche dal punto di vista dell’organizzazione aziendale. Non significa infatti genericamente un minore dinamismo in termini di di ricambio generazionale, ma anche un minore ricambio delle idee ed il rischio di continuare ad importare nel lavoro schemi/modelli che non si adeguano più alla realtà. Certamente esistono persone che, a prescindere dall’età, hanno una visione del presente e del futuro particolarmente innovativa, ma nella maggior parte dei casi si tratta di eccezioni.

Se poi un giorno scoprissimo che la signora F. continua a lavorare oltre l’età pensionabile perché trema all’idea di passare le proprie giornata a rimproverare il marito per aver acquistato la marca sbagliata di pasta allora saremmo seriamente preoccupate. Ma sarà che le donne in posizioni di rlievo nel mondo lavorativo italiano sono ancora poche (e dunque meno intervistate) o sarà semplicemente il fatto che il mondo lavorativo della donna si spinge, per tradizione, sempre oltre il confine dell’ufficio...pensiamo di essere nel giusto nel ritenere che difficilmente leggeremo un giorno una simile intervista.

mercoledì 12 maggio 2010

I viaggi de "Ilportapenne": Parigi

Il treno entra alla Gare de Lyon di Parigi in perfetto orario, primo segno che abbiamo varcato i confini nazionali.

Nonostante la grandezza della città, il traffico scorre agevolmente nei grandi boulevard: c’è anche chi riesce ad andare in bicicletta.
Sarà il suono dolce della lingua, saranno le boulangerie e patisserie con le loro baguette e croissant che ci guardano invitanti dalle vetrine, saranno gli alberi maestosi lungo i boulevard o le insegne del metro in stile liberty, ma l’atmosfera sembra particolarmente rilassata…o sarà semplicemente che siamo in vacanza e, lasciati indietro la quotidianità ed il lavoro, tutto ci sembra più bello.

In Place des Vosges i bimbi giocano: sotto i portici le gallerie d’arte espongono le opere, mentre alcuni artisti espongono i quadri direttamente all’aria aperta. E c’è chi si ferma a discutere con gli artisti sul significato delle opere o a chiedere il perché dell’espressione di una scultura…”Sì, effettivamente ho uno stile un po’ accademico” risponde pacatamente un signore di 60 anni alla coppia di francesi che lo interroga, mentre tiene nella mano la piccola scultura di una bambina.

Il ragazzo che gestisce il piccolo negozio di souvenir e cartoline all’ingresso della piazza è turco, anche se nato in Francia, e ha le idee chiare sulle politiche dell’immigrazione: “Voi italiani non volete gli stranieri…ecco almeno siete chiari..qui in Francia invece sono ipocriti…dicono che ci vogliono – ed in effetti hanno bisogno di noi in tanti lavori quotidiani – ma poi ci trattano da cittadini di serie B”. Affermazione alla quale non so bene che cosa rispondere, ma che, nonostante il sorriso del ragazzo turco, non mi suona esattamente come un complimento…

A Chantilly, circa 40 km da Parigi, all’interno del castello, visitiamo quella che la guida dichiara fieramente essere “la seconda pinacoteca più importante della Francia, dopo il Louvre”. “Per volontà degli ultimi eredi, tutto ciò che è conservato nel museo non può essere né venduto, né prestato…” dice la guida “...e nulla può essere restituito”, aggiunge, sogghignando mentre guarda un mosaico proveniente da Ercolano sistemato su un muro (avrà intuito che siamo italiani?).

Mangiamo in una casetta all’interno dell’immenso parco del castello: qui proviamo la vera crema “Chantilly” e beviamo la birra “Rebelle”, dedicata ad una donna che guidò, intorno al 1500, una rivolta contro Carlo il Temerario (pieni di eroine questi francesi: Giovanna d’Arco e questa giovane donna, anche lei, curiosamente, di nome Giovanna!). L’etichetta sulla bottiglia riporta la storia della birra e presenta un simbolo curioso che non avevo mai visto: una donna con il pancione mentre beve la birra ed una riga tracciata sopra…Altro che “bevi responsabilmente” ed altri motti simili…qui proprio “vietano” la birra alle donne incinte, con tanto di segnaletica dedicata!

Il castello di Malmaison, a pochi km da Parigi, è stato per diversi anni la residenza di campagna di Napoleone e anche luogo di riunioni del governo. L’atmosfera è molto tranquilla: nulla a che vedere con lo sfarzo delle residenze di principi e nobili. Per questo non ci è difficile immaginare Napoleone seduto al tavolo da pranzo o nella biblioteca o nella stanza della musica, o mentre gioca al biliardo, come un marito qualsiasi (o quasi).

Ripartiamo dalla Gare de Lyon e arriviamo a destinazione, in Italia, puntuali, neanche 5 minuti di ritardo…eppure siamo in Italia (ah no, dimenticavo, il treno è francese…!)

venerdì 7 maggio 2010

Welcome to Rho-Fiera Milano!


Secondo il sito ufficiale è il “centro espositivo che per dimensioni, funzionalità, qualità architettonica si colloca ai vertici del mercato fieristico mondiale”*. E in effetti, quando si arriva a Rho-Fiera (detta anche Fiera Milano) la prima impressione può essere quella, se non altro per l’aspetto architettonico, che davvero non può non lasciare indifferenti (vd. foto).

Ci incamminiamo dunque fiduciosi lungo i padiglioni della manifestazione che ci interessa: varcata la soglia d’entrata la fiducia però comincia a scemare. Ci sentiamo completamente persi. I cartelli sono poco chiari e posizionati ancor peggio, le cartine praticamente incomprensibili (forse anche perché scritte con caratteri “8”). Vaghiamo alla ricerca della sala congressi che ci interessa: finalmente, con non poca fatica, la troviamo. Peccato che la sala abbia una capienza assolutamente insufficiente: la metà dei presenti è costretta a stare in piedi (e nessuna hostess verrà in nostro soccorso con sedie aggiuntive, come capita altrove) e dopo un po’ di tempo, causa anche l’insufficiente aerazione del luogo, la sensazione di soffocamento è diffusa…

Terminata questa sofferenza fisica, il povero visitatore parte alla ricerca di un luogo nel quale potersi ristorare: nonostante la quantità di persone presenti, i luoghi nei quali poter soddisfare tale esigenza sono pochi e squallidi (e cari). Forse la seguente sosta sarà più promettente? La ricerca delle toilette si rivela alquanto ardua: in compenso troviamo la tipografia, l’ufficio che mette a disposizione hostess ed accompagnatrici e… la “zona del silenzio”…incuriositi dal nome ci incamminiamo e, sorpresa sorpresa, proprio qui troviamo le agognate toilette..poco più in là, un luogo che deduciamo essere dedicato alla meditazione spirituale e alla preghiera (e dopo un’esperienza di questo tipo forse ce n’è davvero bisogno).

Finalmente la manifestazione termina e ci incamminiamo verso la nuovissima stazione ferroviaria Rho-Fiera per prendere il treno (vd.foto).
Acquistiamo il biglietto alla biglietteria automatica perché di esseri umani non c’è ombra..la macchinetta, abilitata a dare resto e ad accettare carta di credito e bancomat non accetta né l’una né l’altro e ci restituisce un resto inferiore al dovuto (nonostante riporti che dà resto massimo in moneta fino a 9€).
Mancano 30 minuti all’arrivo del treno: saliamo lungo le scale mobili e in superficie veniamo travolti dalla bora che da Trieste ha raggiunto direttamente Rho-Fiera, bypassando le stazioni intermedie: data la stanchezza vorremo sederci sulle poche panchine posizionate lungo i binari ma il rischio di assideramento è troppo elevato e scendiamo, come tutti gli altri viaggiatori, al livello -1.

Nella stazione (nuovissima) non c’è ombra di un bar nel quale potersi riparare e dunque, nella speranza di trovare bar all’esterno, ci incamminiamo verso l’uscita. Quello che troviamo non è esattamente quello che cercavamo (vd. foto).

A questo punto l’unica speranza è di trovare una panchina al livello -1, sotto la stazione…qui gli unici punti di appoggio (vd. foto) sono però inutilizzabili..qualcuno in verità si azzarda ad utilizzarli come panchine, ma desiste presto.
















Nell’impossibilità di sederci continuiamo a camminare su e giù per i corridoi del livello -1, come tutti gli altri viaggiatori, fino all’orario dell’arrivo del treno (anche qui, ovviamente nessun punto di ristoro, nessun bar, ecc.).

Alla fine il treno che arriva è pieno e dobbiamo nuovamente stare in piedi: la tentazione di emulare l’urlo di Fantozzi è forte, ma l’importante è andare via e lasciare il più possibile lontano da noi questo “centro di eccellenza”….

http://www.fieramilano.it/portal/page?_pageid=36,1,36_64507&_dad=portal&_schema=PORTAL

giovedì 29 aprile 2010

Roma A/R

Sono scene di “Love actually” e di “The Terminal” quelle che mi scorrono nella mente ogni volta che mi trovo all’aeroporto.
In “Love actually” sono le sequenze nelle quali genitori e figli, mariti e mogli o semplici amici si riabbracciano all’uscita dei gate. In “The terminal” sono le sequenze nelle quali il protagonista si trova a diventare, suo malgrado, uno dei personaggi che popolano quel microcosmo che è l’aeroporto.

Il personale di assistenza a terra, le commesse dei negozi, gli addetti alla sorveglianza e gli addetti alle pulizie, i conducenti dei pulman che trasportano i viaggiatori all’aereo o i bagagli da imbarcare e poi ovviamente i piloti e gli assistenti di volo con le loro divise e i loro bagagli a mano che a piccoli gruppi percorrono i lunghi corridoi con il passo sicuro di chi conosce tutti i segreti di questo microcosmo.

E poi ovviamente la popolazione variegata dei viaggiatori: i viaggiatori di piacere con carrelli carichi di un numero eccessivo di valigie e di sacchetti del duty free, uomini d’affari con PC portatile al seguito che gesticolano animatamente mentre parlano con il loro Blackberry e i bimbi che viaggiano soli, con i loro badge di riconoscimento al collo, scortati dalla hostess di turno.

Ogni destinazione ha i suoi viaggiatori: sul volo per Milano l’età media dei colletti bianchi è di 45 anni. Su quello per Torino è invece di circa 65 anni...segno, anche questo, di una regione la cui economia da troppi anni ha perso dinamismo.

Alla fine questo è tutto ciò che vedo di Roma. Questo microcosmo e il vento che muove le fronde dei pini marittimi in lontananza.

venerdì 23 aprile 2010

C'è un pinguino nella buca delle lettere

Le tengo sempre con cura tra gli auguri di buon anno. Ogni anno, puntuali, arrivano: e il pinguino c’è sempre, sul timbro postale oppure sull’immagine della cartolina.

Arrivano dall’Antartide, dove équipe miste, formate da sismologi, glaciologi (sì esistono!) e astronomi, trascorrono parte del loro tempo a scavare buche nella neve (vd. foto) per collocare le apparecchiature necessarie a migliorare la nostra conoscenza della crosta, del mantello e del nucleo della terra (sismometri, apparecchi per la registrazione dei dati rilevati, batterie al piombo per l’alimentazione che si ricaricano tramite pannelli solari).

Temperature esterne intorno ai -30°, atterraggi sulla neve (le stazioni autonome dislocate sul terreno possono distare anche 600 km dalle basi attrezzate, vd. foto) su piste improvvisate e "movimentate" dalle gobbe create dai venti, lunghe permanenze nelle basi, circondate da immense distese di neve.

Ma qualcuno deve farlo: per avere delle immagini dell’interno della terra che siano di elevata qualità è necessario che le stazioni sismologiche siano distribuite in modo omogeneo sul territorio, anche in luoghi impervi come l’Antartide.

Visti i progressi della scienza mi chiedo se prima o poi riceverò gli auguri di buon anno direttamente dal centro della terra, da qualche temerario fan delle avventure di Jules Verne. “Ali” (nome in codice dell’amica che scava la buche e che mi invia le cartoline con i pinguini e le foto che vedete) non ci hai ancora fatto un pensierino
?

mercoledì 21 aprile 2010

L'illusione delle nuove tecnologie

Ci risiamo. Ogni anno, nel momento in cui arriva la conferma che il numero dei visitatori paganti nei musei statali italiani continua a diminuire, compaiono dichiarazioni sul ruolo che l’utilizzo delle nuove tecnologie potrebbe avere per “conquistare i visitatori” (IlSole24 ore del 19/04: “Musei sull’iPhone per conquistare i visitatori. Contro la diminuzione delle presenze spazio a Facebook, Twitter, allestimenti in 3D e tavoli multimediali).

A dire il vero, anche tra taluni addetti ai lavori qualche dubbio c’è sull’efficacia di tali soluzioni. Già, perché, come spesso succede nel nostro paese, ci si illude che l’utilizzo delle nuove tecnologie (visite virtuali, ora Facebook, Twitter) possa, da solo, determinare cambiamenti. Eppure, il fatto che progetti sulle nuove tecnologie già attuati e finanziati in passato abbiano dato risultati non poprio brillanti spingerebbe ad una riflessione un po’ più approfondita sul perché i nostri musei perdano, da qualche anno, visitatori paganti (e, di conseguenza, sulle strategie da adottare).

Un esempio a caso: cercando il sito Internet del Colosseo (attività che ogni turista italiano e straniero avrà intrapreso) si ritrovano siti amatoriali, a volte anche discreti, realizzati da appassionati. E lo Stato? (il Colosseo ed il Circuito Palatino sono circuiti museali statali...). Tra i primi risultati che compaiono dalla ricerca su Google troviamo questo sito della Soprintendenza
http://archeoroma.beniculturali.it/it/luoghi/aree_monumenti/colosseo2 che tutto è, tranne che un sito pensato per il visitatore. Andate su una pagina qualsiasi…probabilmente non arriverete a leggere oltre la mezza pagina, perché il testo risulta davvero poco "intrigante".

Il sito cita i servizi educativi istituiti dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso la Soprintendenza per favorire "la conoscenza delle testimonianze storiche e del patrimonio artistico nazionale, soprattutto nei più giovani”. Ottimo! Ci addentriamo oltre, cercando una descrizione dei corsi e laboratori istituiti…”Corsi e laboratori 2008-2009 (ma non siamo nel 2010?)…”Il programma dei corsi e dei laboratori che verranno realizzati per l'anno 2008-2009 sarà pubblicato non appena saranno definite le risorse destinate a questo servizio” (!!!).

Cambiamo paese…http://www.britishmuseum.org/. Sul sito, curato ed accattivante, ricco di immagini e supporti audiovisivi si trovano percorsi per tutte le tipologie di visitatori (adulti, studiosi, scuole, bambini), nonché una serie di risorse online (informazioni, ecc.) per insegnanti ed adulti in visita la museo. I bambini trovano percorsi di visita predisposti per loro, possono ritirare nel museo dei pacchetti all'interno dei quali troveranno diverse attività da svolgere durante la visita, potranno prendere in prestito penne e matite per disegnare durante la visita, toccare con mano alcuni oggetti del msueo e cimentarsi in una serie di attività predisposte per loro (ed in funzione delle diverse età dei piccoli visitatori) nel Samsung Digital Discovery Centre all’interno del museo (es: potranno creare mosaici con il supporto di Photoshop, stamparli e portarli a casa)…All’interno del sito online i bambini possono seguire percorsi in funzione del periodo storico o del tema selezionato, divertirsi con giochi online e scoprire al contempo le collezioni del museo.

Insomma le nuove tecnologie non fini a se stesse, ma come parte di una strategia più complessiva, di un modo diverso di concepire l’approccio alla cultura. Cosa che richiede molto più tempo della realizzazione di un sito in 3D o di una applicazione per iPhone…

giovedì 15 aprile 2010

Il "JFK Employee"

C’è Mary che, dopo un lungo volo, sosterà qualche ora all’aeroporto JFK di New York e chiede dove potrà portare il cane che viaggia con lei a fare una passeggiata.
C’è John che chiede come raggiungere il suo albergo dall’aeroporto spendendo il meno possibile. E chi chiede dove poter fare una doccia all’interno dell’aeroporto o come avere assistenza per un parente in arrivo all’aeroporto che non parla inglese e che quindi potrebbe avere problemi a rispondere alle domande degli agenti della dogana. E ancora chi vorrebbe portare da Cuba del rum e dei sigari cubani e chiede se questo è consentito dalla legislazione vigente.

A queste ed altre domande l’addetto dell'aeroporto JFK di New York (o “JFK Employee”, come si firma sul sito) risponde in tempo reale su una pagina del sito web dell’aeroporto http://www.jfk-airport.net/
In realtà il sito è strutturato in diverse sezioni nelle quali i viaggiatori troverebbero risposte ad alcune delle domande inviate. Ma se è vero che i problemi dei viaggiatori sono spesso comuni, avere risposte puntuali ai propri dubbi è spesso determinante (se arrivo con il volo xxx e ho la corrispondenza con il volo xxxx gestito da quest’altra compagnia che parte dal terminal.xxx all’ora xxx, ce la farò a prendere l’aereo? Avrò tempo sufficiente per superare i controlli?). E in questo senso la presenza del “JFK Employee” è davvero rassicurante.

Uno degli aspetti che penso colpisca di più noi europei in visita negli USA è proprio questo: l’approccio che caratterizza il “servizio al pubblico”. Nell’aeroporto, ad esempio, tutto è ben segnalato. Lungo le strade, ad ogni incrocio, c’è un cartello ben visibile che riporta il nome delle vie e la direzione da seguire per raggiungere la propria meta.

Il che mi ricorda un viaggio in macchina da Torino a Milano Malpensa di qualche annetto fa. Seguendo le scarse indicazioni (molte erano nascoste dalla vegetazione e quelle visibili erano sistemate in modo ambiguo: “Secondo te indica di andare diritto oppure di girare a sinistra?”) arrivammo in piena campagna. Dopo una serie di stradine deserte, ci trovammo di fronte ad un piccolo ponticello, sul quale una macchina di grandi dimensioni o un camper non sarebbero mai potuti transitare. Eppure la strada era proprio quella e portava (ma solo se si viaggiava su macchine di piccole dimensioni!) proprio a Milano Malpensa, uno dei principali aeroporti italiani. Caro “Malpensa Employee”…where are you?

venerdì 9 aprile 2010

Il signor M.

Il portone è ancora chiuso quando arriviamo. Ad attendere, altre 10 persone, giunte lì, come noi, con il passaparola.

Poi, alle 20.30 precise, il portone si apre e veniamo accolte all’interno: tavoli di legno accuratamente preparati ed impreziositi da fermaposate di cartone e sottopiatti di ceramica colorata. Un ambiente luminoso, intimo ed accogliente: graziose lampade e oggetti di design a decorare i tavolini di servizio, tavolozze di colori alle pareti.

M. ci avverte subito: “Lo sapete, questo non è un ristorante…qui non ci sono veri cuochi e camerieri…se la cosa non vi convince, poco più in là trovate un vero ristorante”. Una franchezza che all’inizio ci lascia un po’ sorprese, ma che, come capiremo in seguito, serve solo per mettere in chiaro che lì le cose si fanno come vuole M…e che, se ti fermi, “decidi di accettare e giocare”.

E così abbiamo fatto. Una portata dopo l’altra, per un totale di 6 antipasti, 1 primo, 1 contorno, 5 dessert, accompagnati da 3 diversi tipi di vino. Pietanze che non si trovano nei ristoranti: perché M. cucina le antiche ricette, quelle della tradizione contadina, impreziosite, però, da alcuni suoi spunti personali: ed inoltre, il pane lo fa lui, il formaggio lo fa lui, la salsiccia è preparata da lui, ed i contorni, le salsine, sono sempre piacevolmente insolite.

A servire sempre M., con i suoi modi gentili e discreti, la sua cravatta elegante ed il grembiule da lavoro. L’ambiente concilia la discussione e durante la carrellata di piatti si parla di tutto: uomini e donne, tortellini e personalità borderline.

Usciamo, qualche ora dopo, dal portone dal quale eravamo entrate… con alcune ricette raccolte in una confezione di cartoncino (le stesse ricette che abbiamo sperimentato e che ci sono state donate da M.) ed una piacevole sensazione.

Sarà il fatto che il ricavato della nostra cena sarà utilizzato da M. per coprire una parte dei costi che lui sostiene per offrire gratuitamente il pernottamento alle persone che si trovano in città per assistere i propri bimbi malati e che non hanno i mezzi per affittare per giorni, spesso mesi, una camera d’albergo.

O sarà il fatto di aver conosciuto una persona che, semplicemente, ha sperimentato un percorso…”Ospitalità, gioco” sono le prime parole che lui cita…ma ci sono anche l’esperienza della malattia e la convinzione che “Quando si è fortunati, quando si è avuto tutto dalla vita è giusto, doveroso, dare qualcosa anche agli altri”.

giovedì 1 aprile 2010

Italiani popolo di poeti, naviganti e... cantanti

E’ vero Sanremo c’è sempre stato, come pure Castrocaro, lo Zecchino d’Oro, ecc. Ma ora sta diventando una malattia collettiva. Ovunque ci si giri, nella vita reale o nella vita para-normale della televisione, siamo letteralmente circondati da gente che canta. Cantano tutti...

C’è la mamma che canta per necessità (se Winnie Pooh si mette a cantare la ninna nanna al piccolo amico Elfie, la mamma dovrà fare altrettanto, no?). Ma è una cosa che avviene all’interno delle mura domestiche, nell’intimità familiare e quindi è tollerabile…

C’è il dilettante finto improvvisato che, in qualsiasi occasione utile (festa patronale, serata di gala, matrimonio, cresima, ecc.), fingendo un po’ di ritrosia e timidezza, “costretto” dagli amici che lo invocano a gran voce (probabilmente amici che lui paga per “costringerlo” ad esibirsi), si impossessa del microfono e non lo molla più…e che inesorabilmente parte con una canzoncina quasi innocente per poi arrivare alle arie più impegnate ed impegnative…perché in fondo la lirica è alla portata di tutti.

E poi ci sono i vari programmi televisivi che ormai imperversano in ogni dove: non solo più ragazzi ed adulti, ma, ora, anche bambini…(che non perdono più tempo con i “Quarantaquattro gatti” ma, ancora una volta, con brani ed arie impegnative)…per un susseguirsi di accuse tra le emittenti per chi ha rubato il “format” all’altro.

Ora che ci penso, una volta si cantava anche durante le gite scolastiche: ho un vago ricordo di una gita scolastica alle elementari (in pullman, ovviamente…perché una volta il treno non si utilizzava, forse per rispetto nei confronti dei comuni viaggiatori…). Si cantava “Bella ciao”, non per convizione politica o altro, ma semplicemente perché per noi bimbi cresciuti in una terra con una forte tradizione di lotta partigiana, nella quale regolarmente si commemoravano pubblicamente i caduti della resistenza, semplicemente la si sentiva molto spesso…Poi sono arrivati i walkman e gli iPod e l’ascolto è diventato più individuale…tutti zitti ad ascoltare con le cuffiette solidamente incastrate nelle orecchie.

Che fare dunque di fronte a questa malattia contagiosa? A questo virus che si sta diffondendo con una velocità pari a quella della peste bubbonica? Mi viene in mente una canzoncina…”Canto anch’io? NO, TU NO!”