L'altro giorno ho visto, attaccate alle finestre di una scuola elementare, delle figurine di zucche e fantasmi e mi son detta "Ecco i lavoretti di Halloween!".
Allora ho pensato che è bello che i bambini abbiano una festicciola in più da ricordare rispetto ai tempi passati e chissenefrega se è un'occasione che non fa parte della nostra cultura! E' una cosa nuova e divertente, no? In fondo è un pizzico di cultura americana che entra nelle nostre case.
Poi mi è venuto in mente che tra qualche tempo inizieranno le tristi polemiche sul festeggiare o meno il Natale a scuola. Dico tristi perché io proprio non riesco a vedere nulla di offensivo nel Natale.
La società multietnica dovrebbe essere più ricca di una in cui prevale un solo tipo di cultura. Penso che sarebbe bello festeggiare il Natale e poi anche le ricorrenze di altre culture o religioni, ovviamente in modo semplice, allegro, adatto ai bambini, come con Halloween appunto!
giovedì 5 novembre 2009
lunedì 2 novembre 2009
Popcorn e Coca- Cola: si parla di film
Popcorn e Coca-Cola: il binomio essenziale, che, almeno fino a qualche annetto fa, accompagnava la visione dei film al cinema.
Anche se ultimamente ci sembra che il binomio sia caduto un po' in disgrazia, utilizziamo questi termini per parlare di cinema...di quello che abbiamo visto, di quello che ci è piaciuto e di quello che ci ha delusi...(ovviamente i commenti sono più che benvenuti, compresi quelli che non condividono le nostre osservazioni!).
Oggi si parla di Baaria...e a coloro che non avessero ancora visto questo film e stessero attendendo trepidanti il giorno nel quale solcheranno la soglia del cinema per vedere quest'opera, consigliamo di passare ad altro post.
Da semplici ed umili osservatori - e dunque non da esperti di cinema - ci permettiamo di dire che:
1) il film ci è sembrato poco "coerente": la vicenda è un susseguirsi di momenti drammatici, a volte tragici, misti ad immancabili parentesi comiche. L'impressione che resta è quella di tante tessere di puzzle che restano sparpagliate sul tavolo, senza arrivare a formare l'immagine desiderata
2) troppi personaggi e, perdipiù, troppo noti con parti di pochi minuti che finiscono per distrarre lo spettatore, senza aggiungere nulla alla narrazione
3) il film è troppo lungo e, quel che è più grave, si ha l'impressione che certi eventi della storia d'Italia siano stati aggiunti "a prescindere" dal loro potenziale contributo alla storia, quasi a "far numero".
Ma forse la severità del giudizio deriva anche dalle aspettative create dalla grande operazione di pubblicità e di marketing che è stata fatta del film...Questa sì, davvero riuscita!
mercoledì 28 ottobre 2009
I viaggi de "Ilportapenne". Dodicesima tappa: Cambridge (UK)
Alle 8 del mattino, nei vialetti del King’s College, l’odore dell’erba tagliata si unisce alla sottile brina.
Per raggiungere la biblioteca si supera il ponte sul Cam, con la sua vista sulla cappella: un’occhiata veloce ai backs, la vegetazione verde intenso, i fiori ben curati, qualche animale che si aggira tranquillo per il prato, gli studenti con i libri sottobraccio.
La biblioteca è una struttura moderna, ma dal fascino antico: un dedalo di corridoi, sui quali si affacciano scaffali di libri, e all’inizio di ciascuna fila il contatore della luce per non sprecare energia elettrica. Mentre scorro la lista dei titoli, il ticchettio del contatore procede inesorabile e mi lascia completamente al buio dopo pochi minuti.
Le storie lette su Varsity, il giornale universitario, sono vere: molti amori sono sbocciati all’interno di queste file di libri, con la complicità dei contatori. Lungo i corridoi, banchetti di legno appena rischiarati dalla debole luce di piccole lampade da tavolo: gli studenti, infreddoliti (si risparmia anche sul riscaldamento), sfogliano le pagine dei libri con i polpastrelli lasciati liberi dai guanti di lana.
Alle 17, all’uscita è già calato il buio: le luci delle vetrate del college, l’organo che risuona nella cappella del King’s e le voci che intonano gli inni sacri. La giornata è finita: il portiere con la tonaca dei colori del college mi saluta e mi augura una buona serata.
http://www.cambridgeincolour.com/cambridge-gallery.htm
Per raggiungere la biblioteca si supera il ponte sul Cam, con la sua vista sulla cappella: un’occhiata veloce ai backs, la vegetazione verde intenso, i fiori ben curati, qualche animale che si aggira tranquillo per il prato, gli studenti con i libri sottobraccio.
La biblioteca è una struttura moderna, ma dal fascino antico: un dedalo di corridoi, sui quali si affacciano scaffali di libri, e all’inizio di ciascuna fila il contatore della luce per non sprecare energia elettrica. Mentre scorro la lista dei titoli, il ticchettio del contatore procede inesorabile e mi lascia completamente al buio dopo pochi minuti.
Le storie lette su Varsity, il giornale universitario, sono vere: molti amori sono sbocciati all’interno di queste file di libri, con la complicità dei contatori. Lungo i corridoi, banchetti di legno appena rischiarati dalla debole luce di piccole lampade da tavolo: gli studenti, infreddoliti (si risparmia anche sul riscaldamento), sfogliano le pagine dei libri con i polpastrelli lasciati liberi dai guanti di lana.
Alle 17, all’uscita è già calato il buio: le luci delle vetrate del college, l’organo che risuona nella cappella del King’s e le voci che intonano gli inni sacri. La giornata è finita: il portiere con la tonaca dei colori del college mi saluta e mi augura una buona serata.
http://www.cambridgeincolour.com/cambridge-gallery.htm
domenica 25 ottobre 2009
Cercasi soluzione
Mi chiedevo una cosa.
Un lavoratore statale ha diritto, per i primi tre anni di vita del proprio figlio, a usufruire del congedo per malattia del bambino. Si tratta di trenta giorni all'anno retribuiti al 100% e, dal trentunesimo, un numero illimitato di giorni a stipendio zero. Bene, ottimo mi sembra!
Ora, dal terzo all'ottavo anno di vita del bambino i giorni diventano, sapete quanti? CINQUE! Cioè si hanno a disposizione numero cinque giorni all'anno per assentarsi causa malattia del figlio. Ora, che cosa fanno normalmente i bambini a tre anni? Iniziano la Scuola dell'Infanzia e non occorre essere pediatri per prevedere che cinque giorni di malattia all'anno siano un po' pochini. Diciamo che in linea di massima in cinque giorni si cura un'influenza. Allora che fare se il nostro bambino di tre anni si ammala un'altra volta? Lo lasciamo a casa da solo, raccomandandogli di leggersi bene il foglietto illustrativo prima di assumere medicine? Lo mandiamo all'asilo malato? Lo portiamo al lavoro con noi? Ci diamo malati noi? Io non vedo soluzioni umanamente o legalmente accettabili.
E' chiaro che il legislatore non aveva figli, o i suoi erano piccoli titani!
Un lavoratore statale ha diritto, per i primi tre anni di vita del proprio figlio, a usufruire del congedo per malattia del bambino. Si tratta di trenta giorni all'anno retribuiti al 100% e, dal trentunesimo, un numero illimitato di giorni a stipendio zero. Bene, ottimo mi sembra!
Ora, dal terzo all'ottavo anno di vita del bambino i giorni diventano, sapete quanti? CINQUE! Cioè si hanno a disposizione numero cinque giorni all'anno per assentarsi causa malattia del figlio. Ora, che cosa fanno normalmente i bambini a tre anni? Iniziano la Scuola dell'Infanzia e non occorre essere pediatri per prevedere che cinque giorni di malattia all'anno siano un po' pochini. Diciamo che in linea di massima in cinque giorni si cura un'influenza. Allora che fare se il nostro bambino di tre anni si ammala un'altra volta? Lo lasciamo a casa da solo, raccomandandogli di leggersi bene il foglietto illustrativo prima di assumere medicine? Lo mandiamo all'asilo malato? Lo portiamo al lavoro con noi? Ci diamo malati noi? Io non vedo soluzioni umanamente o legalmente accettabili.
E' chiaro che il legislatore non aveva figli, o i suoi erano piccoli titani!
martedì 20 ottobre 2009
...
La prima intenzione era quella di fare un'operazione di “copia ed incolla” dei titoli delle ultime due settimane dei più importanti quotidiani nazionali. Un susseguirsi di parolacce, insulti, invettive: politici contro politici, politici contro giornalisti, giornalisti contro politici, politici contro magistrati, giornalisti contro magistrati magistrati contro politici e così via... Che cosa rappresenta tutto questo? Un involgarimento della politica che si propaga a tutti i settori della società e la fine del confronto politico nel senso più nobile, quello del confronto delle idee, confronto anche serrato, ma sempre confronto.
Eppure ci sono anche i bene informati che ci raccontano che tutto questo fa parte in realtà del teatrino della politica, che alla buvette del Parlamento le pacche sulle spalle si sprecano tra supposti “nemici”…e allora a che pro tutto questo?
Quale che sia la realtà, mi sembra che entrambe le situazioni siano preoccupanti:
nel primo caso l’avversario politico cessa di essere tale e diventa “nemico”: l’odio si sostituisce al confronto e le idee, i programmi, diventano elementi del tutto secondari del dibattito politico, oscurati dall’insulto e dall’invettiva;
nel secondo caso si fa ricorso alla volgarità perché in quest’era mediatica appare fondamentale urlare più forte..perché chi urla più forte viene più ascoltato..stupire l’uditorio, la “gente”, i cittadini, “colpire” conta più dell’argomentare e comunque in fondo tutto è apparenza, perché i politici di tutti gli schieramenti non ambiscono a cambiare in meglio la società, ma semplicemente a preservarsi come casta, con tutti i privilegi che questo comporta.
Entrambe le situazioni stanno determinando effetti perversi, spesso poco considerati, nel paese, tra le persone “comuni”. Chiacchierate tra amici con opinioni politiche diverse sfociano sempre più sovente in brutte imitazioni delle schermaglie tra politici nazionali, mentre al contempo si diffonde una sempre più profonda disaffezione nei confronti della politica e dei politici.
Nel passato gli scontri avvenivano, ma sullo sfondo c’era un contesto politico-internazionale molto diverso, con una netta contrapposizione tra blocchi. Molti dei termini del dibattito di allora oggi non hanno più senso: continuerebbe invece ad avere senso il confronto tra idee diverse, tra proposte e contributi diversi per il miglioramento della società nella quale viviamo…e sarebbe un bel confronto.
Eppure ci sono anche i bene informati che ci raccontano che tutto questo fa parte in realtà del teatrino della politica, che alla buvette del Parlamento le pacche sulle spalle si sprecano tra supposti “nemici”…e allora a che pro tutto questo?
Quale che sia la realtà, mi sembra che entrambe le situazioni siano preoccupanti:
nel primo caso l’avversario politico cessa di essere tale e diventa “nemico”: l’odio si sostituisce al confronto e le idee, i programmi, diventano elementi del tutto secondari del dibattito politico, oscurati dall’insulto e dall’invettiva;
nel secondo caso si fa ricorso alla volgarità perché in quest’era mediatica appare fondamentale urlare più forte..perché chi urla più forte viene più ascoltato..stupire l’uditorio, la “gente”, i cittadini, “colpire” conta più dell’argomentare e comunque in fondo tutto è apparenza, perché i politici di tutti gli schieramenti non ambiscono a cambiare in meglio la società, ma semplicemente a preservarsi come casta, con tutti i privilegi che questo comporta.
Entrambe le situazioni stanno determinando effetti perversi, spesso poco considerati, nel paese, tra le persone “comuni”. Chiacchierate tra amici con opinioni politiche diverse sfociano sempre più sovente in brutte imitazioni delle schermaglie tra politici nazionali, mentre al contempo si diffonde una sempre più profonda disaffezione nei confronti della politica e dei politici.
Nel passato gli scontri avvenivano, ma sullo sfondo c’era un contesto politico-internazionale molto diverso, con una netta contrapposizione tra blocchi. Molti dei termini del dibattito di allora oggi non hanno più senso: continuerebbe invece ad avere senso il confronto tra idee diverse, tra proposte e contributi diversi per il miglioramento della società nella quale viviamo…e sarebbe un bel confronto.
giovedì 15 ottobre 2009
Oggi come ieri
Scusate, mi è venuta in mente una cosa, ma nessuno si offenda eh?
Ci sono alcune consuetudini della vita quotidiana moderna che a me sembrano rubate al passato o al mondo animale.
Ecco, ad esempio, trovo curioso avere acqua corrente potabile nelle case e caricarsi di bottiglie al supermercato come facevano le bisnonne al pozzo.
E poi un'altra cosa, ma questa è brutta. Avete presente i bar la mattina presto? Pieni di gente che trangugia roba indigeribile! Ragazzi, a me sembrano gli animali alla mangiatoia, con il barista che somministra il mangime e loro che si affollano. Invece sono dirigenti o impiegati in giacca e cravatta! Intendiamoci, anche a me capita a volte di doverlo fare ma, credetemi, se posso lo evito come la peste.
Ci sono alcune consuetudini della vita quotidiana moderna che a me sembrano rubate al passato o al mondo animale.
Ecco, ad esempio, trovo curioso avere acqua corrente potabile nelle case e caricarsi di bottiglie al supermercato come facevano le bisnonne al pozzo.
E poi un'altra cosa, ma questa è brutta. Avete presente i bar la mattina presto? Pieni di gente che trangugia roba indigeribile! Ragazzi, a me sembrano gli animali alla mangiatoia, con il barista che somministra il mangime e loro che si affollano. Invece sono dirigenti o impiegati in giacca e cravatta! Intendiamoci, anche a me capita a volte di doverlo fare ma, credetemi, se posso lo evito come la peste.
mercoledì 14 ottobre 2009
A René...
Su una parete della mia stanza, da anni mi fa compagnia una riproduzione de “L'empire des lumières” del pittore belga surrealista René Magritte (http://www.opac-fabritius.be/fr/F_database.htm).Un pomeriggio, ai Musées Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles, me lo sono ritrovata davanti e sono rimasta alcuni minuti immobile, a bocca aperta: era come se una forza mi impedisse di volgere altrove lo sguardo. E lo stesso avviene ancora oggi, di fronte alla sua riproduzione.
Perché? Che cosa rende così speciale una tela ai nostri occhi? Perché quella sensazione che ci pervade al punto da lasciarci senza parole, quasi inebetiti?
Per quanto riguarda la musica la risposta sembra più semplice: una canzone ci piace (anche) perché la associamo a particolari momenti della nostra vita: anzi, spesso il riascoltare una canzone ci consente di rivivere quei momenti per qualche istante.
Ma per quanto riguarda il quadro la questione sembra più complicata….
Forse semplicemente è “stupore” la parola chiave, quella sensazione di sorpresa/suggestione/ammirazione che ci lasciano quei colori e quelle forme, che ci colpiscono aldilà della nostra particolare condizione, in modo “estemporaneo” e dunque, per definizione, senza tempo...
domenica 4 ottobre 2009
Crescere o semplicemente vivere?
Sto leggendo un libro, "Con il cielo negli occhi" di Franco Lorenzoni (ed la meridiana). Parla dell'esperienza dell'insegnamento dell'astronomia di un maestro elementare, con metodi basati sull'osservazione, il disegno e la percezione di spazi e tempi in modi semplici: appuntamenti serali davanti alla finestra aperta per disegnare l'orizzonte, le posizioni di Luna e stelle, dei tramonti del Sole, ricerche di miti, detti popolari, condivisione e discussione con i compagni.
Mi viene da fare il paragone con i programmi della Scuola dell'Infanzia, con inglese, nuoto, psicomotricità (leggasi ginnastica), cui le famiglie volenterose aggiungono tante altre cose. Sapete che esistono corsi di danza per bambini dai 3 anni in su? E gli asili nido non prevedono forse laboratori (sì sì li chiamano così) per unenni? C'è una frase del libro che mi ha colpito "...sembra che l'unica cosa importante che debbano fare i bambini è crescere e diventare grandi e l'aspetto degno di maggiore attenzione siano le loro trasformazioni, più che il loro presente e il loro sentire..."
A discapito dell'ultraspecializzazione degli operatori del settore, il mondo dell'infanzia sembra quasi un problema della società: i nostri bambini rischiano di attraversare troppo velocemente la loro età più bella e intellettualmente più feconda, tra corsi ed esperienze varie, senza avere il tempo di fermarsi a riflettere su quello che ogni giorno semplicemente vedono e "...magari, diventati adulti, passare la vita a farsi curare, ricercando parole e immagini della propria infanzia."
Mi viene da fare il paragone con i programmi della Scuola dell'Infanzia, con inglese, nuoto, psicomotricità (leggasi ginnastica), cui le famiglie volenterose aggiungono tante altre cose. Sapete che esistono corsi di danza per bambini dai 3 anni in su? E gli asili nido non prevedono forse laboratori (sì sì li chiamano così) per unenni? C'è una frase del libro che mi ha colpito "...sembra che l'unica cosa importante che debbano fare i bambini è crescere e diventare grandi e l'aspetto degno di maggiore attenzione siano le loro trasformazioni, più che il loro presente e il loro sentire..."
A discapito dell'ultraspecializzazione degli operatori del settore, il mondo dell'infanzia sembra quasi un problema della società: i nostri bambini rischiano di attraversare troppo velocemente la loro età più bella e intellettualmente più feconda, tra corsi ed esperienze varie, senza avere il tempo di fermarsi a riflettere su quello che ogni giorno semplicemente vedono e "...magari, diventati adulti, passare la vita a farsi curare, ricercando parole e immagini della propria infanzia."
venerdì 2 ottobre 2009
A proposito di Coca-Cola...e la risposta è...(aggiornato con aneddoto nei commenti)
L’Islanda! (Questa volta non ci complimenteremo con Sergio perché sappiamo che ha avuto un aiutino…;-).
Questa, almeno, è la risposta fornita dal libro: su Internet ho trovato citato anche il Messico…purtroppo, sul sito della Coca Cola non vi sono informazioni di dettaglio che consentano di dare una risposta definitiva... quindi dovrete accontentarvi di sapere che questi due paesi sono ai primi posti in termini di consumo pro-capite annuo della celebre bevanda.
Questa, almeno, è la risposta fornita dal libro: su Internet ho trovato citato anche il Messico…purtroppo, sul sito della Coca Cola non vi sono informazioni di dettaglio che consentano di dare una risposta definitiva... quindi dovrete accontentarvi di sapere che questi due paesi sono ai primi posti in termini di consumo pro-capite annuo della celebre bevanda.
Più interessante è invece sapere che fu proprio in Islanda che la società condusse un esperimento che si sarebbe rivelato decisivo per portare la Coca-Cola a tutti i soldati americani impegnati al fronte (obiettivo, questo, che la società si era posta sin dall'inizio della seconda guerra mondiale).
La compagnia aprì in Islanda un impianto di imbottigliamento: grazie all'imbottigliamento in loco della bevanda, la società si limitava a trasportare dagli Stati Uniti il solo concentrato di Coca Cola, evitando così il trasporto delle bottiglie vere e proprie, non troppo agevole in tempi di guerra (tra l'altro il Governo, riconoscendo la Coca-Cola come un bene primario per il soldato, spesso contribuì in prima persona a finanziare la realizzazione degli stabilimenti di imbottigliamento all'estero...).
Ai rappresentanti della Coca Cola l’esercito degli Stati Uniti riconobbe inoltre, durante la guerra, lo statuto di “osservatori tecnici” che di norma veniva riservato ai civili i cui servigi venivano ritenuti essenziali ai fini dello sforzo bellico. Grazie alla guerra e alla vittoria degli Stati Uniti (con tutto quello che questo comportò in termini di pubblicità e visibilità della bevanda) la società riuscì ad espandersi sui mercati esteri in un modo che, per stessa ammissione della società, "avrebbe altrimenti richiesto 25 anni e 25 milioni di dollari” (M. Pendergrast, Storia della Coca-Cola, Odoya, Bologna, p.341).
domenica 27 settembre 2009
A proposito di Coca-Cola
Sto leggendo un interessante libro sulla storia della Coca Cola*: interessante soprattutto per capire il ruolo sociale e politico svolto dalla bibita simbolo degli Stati Uniti nel mondo.
Molte le curiosità nelle quali mi sono imbattuta. Ve ne propongo una sotto forma di quiz: qual é il paese che vanta il maggior consumo annuale pro-capite di Coca Cola? (Come avrete intuito non si tratta degli USA....!).
Ecco le opzioni: Iraq, Islanda, Cuba, Isole Hawai, Svizzera, Corsica.
*Mark Pendergrast, Storia della Coca-Cola, Odoya, Bologna, 2009 (760 pagine!)
Molte le curiosità nelle quali mi sono imbattuta. Ve ne propongo una sotto forma di quiz: qual é il paese che vanta il maggior consumo annuale pro-capite di Coca Cola? (Come avrete intuito non si tratta degli USA....!).
Ecco le opzioni: Iraq, Islanda, Cuba, Isole Hawai, Svizzera, Corsica.
*Mark Pendergrast, Storia della Coca-Cola, Odoya, Bologna, 2009 (760 pagine!)
lunedì 21 settembre 2009
venerdì 11 settembre 2009
Oggi, 11/09
Ogni generazione ha i suoi eventi da raccontare : i nostri nonni ricordano la guerra, i nostri genitori ricordano lo sbarco sulla Luna, l’uccisione del Presidente Kennedy…per noi l’11/09 sarà senza dubbio uno di quegli eventi dei quali parleremo un giorno ai nostri figli…
Ciascuno di noi ha il proprio 11/09 da raccontare…
Io mi trovavo nel mio ufficio al V piano di un bell’edificio che si affaccia sul Rond Point Schuman, il centro comunitario di Bruxelles. Accanto a noi il palazzo della Commissione europea ed il Consiglio: in strada un fluire continuo, ma ordinato, di persone ed automobili.
Sulla scrivania il cellulare vibra: un SMS dall’Italia mi chiede se sto vedendo quello che sta succedendo a New York...In ufficio non c’è la televisione e così provo a collegarmi ai siti dei giornali: inutile…Pochi minuti dopo, il mio capo, che sta per uscire da casa e venire in ufficio mi chiama: “Sto guardando la televisione, un aereo si è schiantato contro una delle Torri Gemelle…eh no…ma che cosa succede? Ce n’è un altro….”.
Qualche ora dopo Rond Point Schuman è deserto. La sicurezza ha fatto evacuare i palazzi della Commissione, del Consiglio e del Parlamento, per timore di un attentato anche qui, nel cuore dell’Europa: file interminabili e silenziose di persone escono e si dirigono verso la metropolitana, verso i parcheggi, verso il parco.
La stessa cosa avviene in un altro quartiere, fuori dal centro: la sede della Nato viene fatta evacuare.
Anche in ufficio è calato il silenzio: tutti se ne sono andati. Che senso ha rimanere?
La metropolitana alle 17 è surreale: pochi passeggeri, che si guardano senza parlare. Anche la chitarra di Michel tace…è la prima volta che lo vedo seduto con gli altri passeggeri e non in piedi, tra la gente, a cantare con la chitarra al collo.
martedì 8 settembre 2009
I viaggi de "Ilportapenne". Undicesima tappa: Capri
Il piccolo pullman che ci porta ad Anacapri, nella zona più alta dell’isola, lontano dal glamour della Piazzetta, è seguito da un taxi: a bordo una giovane donna di 35 anni circa, occhiali scuri e vistoso cappello di paglia ed un giovane valletto di un hotel di lusso, con la divisa granata e le decorazioni giallo-oro che ha accompagnato la donna nei suoi acquisti e che ora, con cura, tiene accanto a sé le 3-4 borse, color panna, enormi, con il nome delle griffe stampato sopra.
Alla base della partenza della seggiovia c’è il banchetto di Pasquale: sul piccolo banchetto di legno una sigaretta accesa e gli attrezzi del mestiere, con i quali Pasquale confeziona sandali su misura.
Mentre saliamo sulla seggiovia incontriamo lo sguardo di alcune giovani giapponesi che stanno scendendo: ci sorridono discretamente e ci salutano con la mano inguantata che regge l'immancabile piccolo ombrellino. Qualche seggiolino dopo, un bimbo giapponese di 6-7 anni, seduto sul seggiolino con le gambe incrociate, ha chiuso gli occhi.
Giunte alla sommità del Monte Solaro... Capri come non l’abbiamo mai vista: una piccola baia quasi nascosta e una macchia blu inchiostro, nella quale si distinguono poche barchette bianche. Dall’altra parte dell’isola gli imponenti Faraglioni e la via Krupp...bellissimi…ma è qui che il nostro sguardo si perde.
I viaggi de "Ilportapenne". Decima tappa: Pompei
Difficile immaginare il traffico brulicante lungo le stradine sulle quali si affacciano le botteghe, le case, le ville…
I recipienti per le bevande, lo spazio per la cottura del pane, i muri con le scritte che inneggiano al politico di turno, gli spazi intimi del Lupanare con le immagini proibite e poi il foro, maestoso, con le colonne, le statue, i grandi spazi…frammenti di vita quotidiana che il turista cerca di rivivere affacciandosi in tutte le aperture che scorge, toccando i muri, sbirciando attraverso le sbarre di metallo che vietano l’accesso.
Il Vesuvio è là…inquietante nel suo silenzio.
Ma è un attimo…i mosaici colorati, i colori sgargianti e i giardini con le piccole fontane ci riportano alla vita gioiosa della città, ai suoi cittadini benestanti ed indaffarati.
Fino al tramonto…quando le vie tornano deserte ed il silenzio avvolge nuovamente la città, sotto lo sguardo protettivo del Vesuvio.
giovedì 3 settembre 2009
I viaggi de "Ilportapenne". Nona tappa: la costiera amalfitana
“Save the water, drink Limoncello”, recitano le magliette delle piccole botteghe che vendono i prodotti tipici del luogo.
Il bianco delle case di Amalfi contrasta fortemente con il blu intenso del mare. Da Amalfi ci inerpichiamo con un piccolo pullman sulla stradina che porta a Ravello.
I grandi pannelli pubblicizzano il noto festival che ha luogo da aprile a settembre e che richiama tanti turisti stranieri venuti ad ascoltare la musica dei grandi compositori su un palco, posto all’interno di villa Rufolo, che si affaccia sul mare di Amalfi.
All’interno di villa Cimbrone, un trionfo di vegetazione, di fiori,
di statue di Cerere e di altre divinità antiche, di grandi balconate che si affacciano sul mare e di piccoli angoli intimi nascosti nella vegetazione, troviamo il lussuoso e discreto albergo 5 stelle, all’interno del quale venne anche la divina Greta Garbo, in cerca di pace e tranquillità….
I turisti, discreti, si perdono per i silenziosi sentierini della villa: il mare è laggiù, solcato dalle scie delle barche e degli aliscafi. Immobile e rassicurante …
I turisti, discreti, si perdono per i silenziosi sentierini della villa: il mare è laggiù, solcato dalle scie delle barche e degli aliscafi. Immobile e rassicurante …
martedì 1 settembre 2009
Cercate un posto dove pranzare? Ho quello che fa per voi...
Anche quest'anno le vacanze sono finite, e mi ritrovo a pensare ad un episodio a cui ho assistito in montagna, per la precisione in val Pusteria, vicino a Dobbiaco (BZ).
Sono le 11, per una volta io e mio marito abbiamo deciso di uscire dalla valle di Heidi, dove le caprette ti fanno ciao, per ritornare in mezzo ai nostri simili, gli umani.
E abbiamo deciso di andare a vedere il cimitero di guerra di Monte Piana dedicato ai caduti della Prima Guerra Mondiale.
Il cimitero è piccolo, molto ben tenuto, immerso in un bosco sulla riva di un fiume. Per accedervi si lascia la macchina in uno spiazzo sterrato e, passato un ponte sul fiume, si entra nel cimitero e si sale una scalinata per raggiungere la piccola cappella all'aperto. Le croci piantate nel terreno, in ferro battuto, portano i nomi di 1.259 giovani spezzati dalla guerra. Sono seppelliti a coppie, forse chissà, per non far sentire loro la solitudine nel riposo eterno.
Un luogo di quiete, di pace, di rispetto e silenzio... Silenzio? Ho detto silenzio?
Eh no...non qui, non questa volta.
Nel parcheggio troviamo un pullman targato Reykjavik, Islanda. E nel cimitero...i barbari!
Una cinquantina di persone di tutte le età, dai 30 agli 80 anni circa, stanno pasteggiando allegramente sulle tombe dei caduti. Sì, avete capito bene: stanno mangiando in un cimitero. Borse di plastica appoggiate sulle tombe, per potersi sedere senza sporcarsi i vestiti (per carità, non sia mai!), le bottiglie di Coca Cola appoggiate sopra le croci, questo gruppo di "persone " ride e scherza tra un boccone e l'altro.
Ora mi spiego il signore romano che ho incrociato mentre stavo entrando! Aveva una macchina fotografica in mano e diceva alla moglie "E' indecente, queste foto faranno il giro del mondo!"
Conoscevo l'abitudine di mangiare con i defunti, ma di solito sono i propri morti, e lo si fa tra familiari, perchè così si possa sentire il parente ancora presente, come se fosse in vita. Lo spettacolo a cui ho assistito non aveva nulla di religioso o commemorativo...
E poi dicono di noi italiani!
Ok, torniamo da Heidi e dalle caprette, che è meglio!
Sono le 11, per una volta io e mio marito abbiamo deciso di uscire dalla valle di Heidi, dove le caprette ti fanno ciao, per ritornare in mezzo ai nostri simili, gli umani.
E abbiamo deciso di andare a vedere il cimitero di guerra di Monte Piana dedicato ai caduti della Prima Guerra Mondiale.
Il cimitero è piccolo, molto ben tenuto, immerso in un bosco sulla riva di un fiume. Per accedervi si lascia la macchina in uno spiazzo sterrato e, passato un ponte sul fiume, si entra nel cimitero e si sale una scalinata per raggiungere la piccola cappella all'aperto. Le croci piantate nel terreno, in ferro battuto, portano i nomi di 1.259 giovani spezzati dalla guerra. Sono seppelliti a coppie, forse chissà, per non far sentire loro la solitudine nel riposo eterno.
Un luogo di quiete, di pace, di rispetto e silenzio... Silenzio? Ho detto silenzio?
Eh no...non qui, non questa volta.
Nel parcheggio troviamo un pullman targato Reykjavik, Islanda. E nel cimitero...i barbari!
Una cinquantina di persone di tutte le età, dai 30 agli 80 anni circa, stanno pasteggiando allegramente sulle tombe dei caduti. Sì, avete capito bene: stanno mangiando in un cimitero. Borse di plastica appoggiate sulle tombe, per potersi sedere senza sporcarsi i vestiti (per carità, non sia mai!), le bottiglie di Coca Cola appoggiate sopra le croci, questo gruppo di "persone " ride e scherza tra un boccone e l'altro.
Ora mi spiego il signore romano che ho incrociato mentre stavo entrando! Aveva una macchina fotografica in mano e diceva alla moglie "E' indecente, queste foto faranno il giro del mondo!"
Conoscevo l'abitudine di mangiare con i defunti, ma di solito sono i propri morti, e lo si fa tra familiari, perchè così si possa sentire il parente ancora presente, come se fosse in vita. Lo spettacolo a cui ho assistito non aveva nulla di religioso o commemorativo...
E poi dicono di noi italiani!
Ok, torniamo da Heidi e dalle caprette, che è meglio!
lunedì 31 agosto 2009
Strano ma vero...e la risposta esatta è...
La numero due! I corpi delle defunte venivano assisi su seggiolini in muratura: la carne si decomponeva, gli umori venivano raccolti in appositi recipienti e gli scheletri essiccati venivano ammucchiati nell’ossario. Ogni giorno (!) le monache si recavano in preghiera di fronte ai seggiolini, contraendo spesso, dato l’ambiente malsano, gravi malattie, sovente mortali (!!).
Il tutto per evidenziare l’inutilità del corpo come semplice contenitore dell’anima…
Dimenticavo…al vincitore (Sergio che per primo ha indovinato la soluzione) va un soggiorno premio di 7 giorni all’interno del cimitero della Clarisse presso il Castello Aragonese di Ischia…da passare in preghiera di fronte ai menzionati seggiolini, ovviamente (tranquillo Sergio, di monache non ne è rimasta nemmeno una…)
Aggiungo che una volta usciti dal cimitero la vista è molto bella...
Il tutto per evidenziare l’inutilità del corpo come semplice contenitore dell’anima…
Dimenticavo…al vincitore (Sergio che per primo ha indovinato la soluzione) va un soggiorno premio di 7 giorni all’interno del cimitero della Clarisse presso il Castello Aragonese di Ischia…da passare in preghiera di fronte ai menzionati seggiolini, ovviamente (tranquillo Sergio, di monache non ne è rimasta nemmeno una…)
Aggiungo che una volta usciti dal cimitero la vista è molto bella...
mercoledì 26 agosto 2009
Il quiz di fine estate...strano ma vero
L’estate sta finendo ed è tempo di resoconti…in attesa di un prossimo post su alcuni luoghi visitati durante le vacanze ecco un piccolo quiz.
Nel castello aragonese di Ischia (vd. foto) si trova un cimitero delle monache clarisse…
La domanda è: che cosa succedeva alle monache decedute?
1) Il corpo veniva lasciato per una settimana in una vasca all’interno del cimitero con le mani legate giunte in preghiera: il corpo “purificato” veniva quindi avvolto in grandi rosari, confezionati appositamente dalle monache, e gettato in mare tramite un apposito “scivolo”
2) Il corpo veniva posto su seggiolini di pietra, sino alla completa decomposizione. Ogni giorno le monache si recavano in preghiera di fronte ai seggiolini a meditare sulla morte.
Nel castello aragonese di Ischia (vd. foto) si trova un cimitero delle monache clarisse…
La domanda è: che cosa succedeva alle monache decedute?
1) Il corpo veniva lasciato per una settimana in una vasca all’interno del cimitero con le mani legate giunte in preghiera: il corpo “purificato” veniva quindi avvolto in grandi rosari, confezionati appositamente dalle monache, e gettato in mare tramite un apposito “scivolo”
2) Il corpo veniva posto su seggiolini di pietra, sino alla completa decomposizione. Ogni giorno le monache si recavano in preghiera di fronte ai seggiolini a meditare sulla morte.
3) Le suore tenevano a turno per una settimana il corpo della defunta in ginocchio, in atteggiamento di preghiera, ai piedi dell’altare della chiesa: dopo una settimana, quello che rimaneva della defunta veniva riposto in apposite urne
4) Non si ricorda nessuna suora deceduta nel convento…la leggenda vuole che, grazie alle continue preghiere e alla vita retta condotta dalle monache, queste abbiano trascorso in vita e in buona salute tutto il periodo di permanenza nel castello. Il cimitero venne costruito “pro forma”, per ricordare loro la caducità dell’esistenza, ma in realtà nessuna suora vi fu mai sepolta.
Solo una è la risposta corretta…quale?
lunedì 27 luglio 2009
Da grande farò....
Ho sempre pensato che un’iniziativa molto utile da attuare a scuola sarebbe quella di spiegare agli alunni vicini all’ingresso nel mondo del lavoro alcune delle principali figure che si riscontrano negli annunci di lavoro (es: account, business analyst, controller, addetto stampa, ecc.).
Scorrendo gli annunci di lavoro si trova infatti una vera miniera di informazioni.
Scorrendo gli annunci di lavoro si trova infatti una vera miniera di informazioni.
Così, ad esempio, scopriamo che esiste lo “STRESS ANALYST”, il cui ruolo, lo ammetto, mi risulta oscuro anche dopo aver letto la descrizione fornita: “La risorsa si occuperà di attività di progettazione legate ad analisi a fatica per clienti operanti nel settore aeronautico e metalmeccanico. Il lavoro verrà svolto sia in sede che presso le aziende svolgendo attività di engineering e supporto pre e post-sale alla clientela”.
Vado avanti e scopro che esiste l’"ASSUNTORE" (che mi ricorda gli untori del Manzoni o al massimo qualcuno che lavora nelle risorse umane), ma che nulla ha a che vedere con questi ultimi, avendo piuttosto a che fare con le polizze assicurative e poi il "METODISTA", che nulla ha a che vedere con il metodista che tutti abbiamo in mente: quello dell’annuncio infatti “si occuperà di gestire la standardizzazione ed il consolidamento dei processi produttivi, assicurando il raggiungimento degli obiettivi di Efficienza produttiva, Qualità interna e Lean Manufacturing” (le maiuscole sono originali, in barba alle regole sulle maiuscole della grammatica italiana).
Non c’è che dire: si potrebbe scrivere un bel manuale o, in alternativa, si potrebbero utilizzare queste figure nei giochi a quiz:
-Intervistatore: “Che cos’è uno STRESS ANALYST?…Ha 1 minuto per rispondere...Ecco le opzioni: A: uno psicologo specializzato nel curare i lavoratori stressati; B: uno strumento che si attacca agli attrezzi presenti nelle palestre – tapis roulant, vogatori, spinner, per valutare lo stato di salute dell’atleta”…e così via…
Una volta i bimbi sognavano di fare l’inventore, il calciatore, l’astronauta…qualcuno dovrà pur dire loro che su Monster questi lavori proprio non si trovano!
Una volta i bimbi sognavano di fare l’inventore, il calciatore, l’astronauta…qualcuno dovrà pur dire loro che su Monster questi lavori proprio non si trovano!
giovedì 23 luglio 2009
Form-aggio, form-ine, form-azione..forma che?
Questa settimana mi è tornato in mente il bel film uscito qualche anno fa intitolato “Volevo solo dormirle addosso” (per chi non lo conoscesse qui c'è il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=trYrskfTuHA)
Il protagonista è il giovane responsabile formazione di una azienda ICT del milanese: amato dai colleghi (che considerano il suo lavoro forse un po’ inutile ma in fondo simpatico), termina tutti i suoi interventi con un “vi stimo molto”.
Le cose cambiano quando il giovane diventa responsabile delle risorse umane (un ruolo, questo sì, da tutti ritenuto “serio”) con il compito di tagliare teste…
Ecco, l’atteggiamento nei confronti della formazione (training, tanto per usare il termine inglese che è più modaiolo) che si vede nel film, mi pare rispecchi bene la realtà italiana: formazione come attività “simpatica” che sulla carta molte aziende fanno, ma sulla cui utilità vengono nutriti non pochi dubbi.
Mi sembra che alla base di questo atteggiamento vi sia un equivoco: il problema non è nella formazione in sé, quanto nel modo in cui essa viene concepita e realizzata: nessun progetto a lungo termine, nessuna indagine (seria) con i destinatari per capire le loro reali esigenze.
Non sarà forse che anche a causa della mobilità che caratterizza l’attuale mercato del lavoro (quante persone conoscete che sono rimaste presso la stessa azienda più di 5 anni?) le aziende non reputano utile/efficiente investire davvero nella formazione?
Eppure fatico a pensare a settori nei quali la formazione e l’aggiornamento non siano importanti (e questo sia nel pubblico, sia nel privato).
Tra l’altro oggi le tecnologie ICT ci consentono di svolgere attività di formazione in modo molto più agevole rispetto al passato, facilitando inoltre la partecipazione attiva degli utenti (che può prolungarsi nel tempo e nello spazio al di fuori dei confini della formazione “in aula”). Ancora una volta però non bisogna cadere nell’equivoco: la tecnologia non è sufficiente: senza un progetto serio alla base, le sue potenzialità sono seriamente compromesse.
Fare formazione nel modo in cui si tende a farla oggi mi sembra il sistema migliore per squalificare questo utile strumento: dire “vi stimo molto” non basta.
Il protagonista è il giovane responsabile formazione di una azienda ICT del milanese: amato dai colleghi (che considerano il suo lavoro forse un po’ inutile ma in fondo simpatico), termina tutti i suoi interventi con un “vi stimo molto”.
Le cose cambiano quando il giovane diventa responsabile delle risorse umane (un ruolo, questo sì, da tutti ritenuto “serio”) con il compito di tagliare teste…
Ecco, l’atteggiamento nei confronti della formazione (training, tanto per usare il termine inglese che è più modaiolo) che si vede nel film, mi pare rispecchi bene la realtà italiana: formazione come attività “simpatica” che sulla carta molte aziende fanno, ma sulla cui utilità vengono nutriti non pochi dubbi.
Mi sembra che alla base di questo atteggiamento vi sia un equivoco: il problema non è nella formazione in sé, quanto nel modo in cui essa viene concepita e realizzata: nessun progetto a lungo termine, nessuna indagine (seria) con i destinatari per capire le loro reali esigenze.
Non sarà forse che anche a causa della mobilità che caratterizza l’attuale mercato del lavoro (quante persone conoscete che sono rimaste presso la stessa azienda più di 5 anni?) le aziende non reputano utile/efficiente investire davvero nella formazione?
Eppure fatico a pensare a settori nei quali la formazione e l’aggiornamento non siano importanti (e questo sia nel pubblico, sia nel privato).
Tra l’altro oggi le tecnologie ICT ci consentono di svolgere attività di formazione in modo molto più agevole rispetto al passato, facilitando inoltre la partecipazione attiva degli utenti (che può prolungarsi nel tempo e nello spazio al di fuori dei confini della formazione “in aula”). Ancora una volta però non bisogna cadere nell’equivoco: la tecnologia non è sufficiente: senza un progetto serio alla base, le sue potenzialità sono seriamente compromesse.
Fare formazione nel modo in cui si tende a farla oggi mi sembra il sistema migliore per squalificare questo utile strumento: dire “vi stimo molto” non basta.
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