mercoledì 16 dicembre 2009

Quelle parole non dette…

Oggi, verso le 16, una persona ha deciso di porre termine alla sua vita.
Non conosciamo il suo nome, né la sua età, né il motivo che lo ha spinto a questo gesto. Sappiamo soltanto che lo ha fatto gettandosi sui binari, presso Vittuone, a circa 15 km da Milano.

Lo sappiamo perché, giunti alla Stazione Centrale di Milano verso le 18, abbiamo trovato lungo la banchina decine di viaggiatori che si interrogavano sul perché l’Intercity, che sarebbe dovuto partire da oltre un'ora fosse fermo sul binario 5.. e sul perché tutti i treni della linea Torino-Milano avessero ritardi superiori ai 60 minuti.

E’ stato un gruppo di poliziotti – il cui intervento era stato evidentemente richiesto da qualcuno, forse per timore di disordini – a dare l’informazione. “C’è stato un investimento a Vittuone…è tutto bloccato in attesa dell’arrivo del magistrato” ci ha detto la poliziotta.

Arrivati a Torino con un’ora di ritardo, l’unico ricordo che ci porteremo dietro di questa giornata saranno i cori di protesta dei pendolari, gli insulti - sentiti durante tutta la durata del viaggio - nei confronti di Trenitalia, che pensa soltanto all'alta velocità e ignora i passeggeri che non possono permettersi di spendere 60€ per un biglietto di andata e ritorno Torino-Milano.

Eppure quanto è successo non era imputabile a Trenitalia…l'alta velocità non c’entrava proprio nulla…e allora perché tutto questo? Perché neanche un pensiero a quella persona e al suo tragico gesto?

No, non siamo diventati tutti insensibili…semplicemente siamo stati ancora una volta vittime di quell’atteggiamento superficiale e totalmente noncurante delle esigenze e dei diritti dei passeggeri, diventato ormai purtroppo un tratto distintivo di Trenitalia. Nessun ferroviere sulle banchine ad informare i passeggeri…nessun ferroviere/controllore durante il tragitto a fornire aggiornamenti sui ritardi del treno, nessun comunicato attraverso l’altoparlante collocato a bordo.

Parole, semplici parole non dette…che hanno fatto dimenticare a tutti la cosa più importante.

lunedì 14 dicembre 2009

Famiglia…ma quanto mi costi?

Questo uno degli interrogativi sollevati dal libro recentemente pubblicato dagli economisti Alesina e Ichino dal titolo “L’Italia fatta in casa” (ed. Mondadori).
Del libro ho potuto leggere solo un breve estratto ed un commento dell’economista Gavazzi sul Corriere della Sera, ma gli argomenti sviluppati mi sembrano interessanti.

In sintesi: tutti sappiamo quanto la famiglia sia importante nel contesto socio-economico italiano (pensiamo ai figli che rimangono a casa ben oltre i loro coetanei europei, pensiamo alle donne che rimangono a casa per seguire i figli o per occuparsi di familiari anziani, dei genitori che intervengono economicamente per sostenere i figli in difficoltà a seguito della perdita del lavoro, ecc.).

La tesi sostenuta dal libro è che l’affidare alla famiglia questi compiti (che in altri paesi vengono svolti dal welfare/dallo Stato) è una scelta che ha comportato e comporta tuttora costi elevati.

Qualche esempio di questi costi (la seguente è una mia sintesi, molto semplificata, giusto per condividere qualche riflessione con voi...):

Limitata mobilità geografica: spesso accade che i giovani si accontentino di un lavoro inferiore alle proprie qualifiche pur di rimanere vicini alla famiglia e alla “sicurezza” che questo comporta (questo fenomeno sembra confermato dai dati riportati nel libro, secondo i quali il 45% delle coppie sposate di età inferiore ai 65 anni vive nel raggio di 1 km dai genitori)

Inefficienza nell’allocazione delle risorse lavorative
: quando la ricerca del lavoro avviene vicino a casa, dunque in un contesto geografico limitato, è più elevato il rischio che il posto di lavoro venga trovato tramite raccomandazione (con il risultato che l’impresa che deve assume una persona non prenda magari la persona più capace ma semplicemente quella che è stata raccomandata, con un evidente impatto negativo sull’azienda stessa)

Limitata presenza delle donne nel mondo del lavoro: la maternità e la cura dei figli sono la causa principale di abbandono del lavoro da parte delle donne. La mancanza di istituti, come gli asili nido, oppure modalità di lavoro, vd. part-time e flessibilità degli orari, spesso non consentono alla donna altra soluzione che lasciare il posto di lavoro. Ricordiamo a questo proposito come la gran parte della spesa sociale del nostro paese vada in pensioni e non per le politiche sociali propriamente dette. Tra l’altro, la minore partecipazione femminile al mercato del lavoro in Italia, unita alla bassa fecondità del nostro paese, sono una delle cause che rende il rapporto tra anziani inattivi su occupati notevolmente peggiore nel nostro paese rispetto ad altri che pure hanno una longevità simile alla nostra.

Occupazione giovanile inferiore a quella di altri paesi (vd. anche il punto precedente sull’occupazione femminile) e limitati strumenti di protezione per chi perde il lavoro (versus protezione dei diritti di chi è già uscito dal mondo del lavoro ed è in pensione).

In sintesi: il libro, lungi dal mettere in discussione il valore della famiglia, porta a chiederci se un sistema diverso, che non obbligasse la famiglia ad occuparsi di tanti compiti che altrove vengono demandati allo Stato o al mercato non comporterebbe benefici in termini di benessere collettivo e qualità della vita (nonché una concezione più moderna di Stato e, forse, un diverso senso civico...).

giovedì 10 dicembre 2009

I viaggi de "Ilportapenne". Tredicesima tappa: Amsterdam.

Nonostante il Natale sia ormai vicino, è ancora il giallo soffuso dei lampioni a dominare. Di giallo sono illuminati i canali e i ponti che li attraversano; di giallo-oro e bianco sono le decorazioni dei grandi magazzini De Bijenkorf in piazza Dam. Nere, lo stile essenziale come quelle dei film di inizio ‘900, sono invece le biciclette: uno sciame silenzioso che attraversa la città in lungo e in largo.

Il verde contraddistingue invece i coffee shop: gruppi di ragazzi escono ed entrano ad ogni ora lasciandosi dietro un odore dolciastro che si dissolve velocemente nella fredda aria invernale. Rosse sono invece le luci che illuminano le finestre attraverso le quali le “signorine”, come le chiama la mia compagna di viaggio, fanno l’occhiolino ai passanti.

La Oude Kerk, la chiesa vecchia, è imponente nella sua sobrietà: attorno, qualche piccolo albero e una luce rossa. “Pensa un po’…quando la domenica si celebra la messa, la “signorina” dalla sua finestra potrà chiaramente sentire i cori e l’organo!” – dico alla mia compagna di viaggio. “Non penso che gliene importi molto” – risponde lei.

E chi lo può dire? Nella città del sesso e del fumo facili, dove gli eccessi sembrano trovare una loro sintesi in un superiore, quanto inaspettato, equilibrio, tutto pare possibile.

giovedì 3 dicembre 2009

Il sapere può essere condiviso?

Tempo fa mi è successo di affrontare i temi del social networking, del web 2.0 e degli attuali strumenti di collaborazione online legati a quello che oggi viene definito il web partecipativo, con una mia cara amica, che da anni si occupa di ricerca scientifica nel settore della fisica e della geologia.

Il concetto di web partecipativo è ormai noto: un nuovo Internet nel quale gli uomini, da meri fruitori di contenuti diventano essi stessi fonte/aggregatori/distributori di contenuti, rendendo di fatto la rete una grande arena di confronto/discussione aperta a tutti.

Ebbene, di fronte al mio entusiasmo nel parlare di questi temi, la mia amica mi confidava che il web partecipativo di fatto costituisce già da diversi anni una realtà imprescindibile per il mondo scientifico.

Alla base di questo vi è l’assunto che il confronto, la discussione, la "peer review" (la revisione di quello che una persona scrive/dice da parte dei suoi pari) sono di fatto un elemento obbligato e vitale per il mondo scientifico, che Internet ha senza dubbio esteso e facilitato. Un articolo su una rivista prestigiosa non viene mai pubblicato prima che sia avvenuto questo processo di confronto e revisione da parte dei pari.

Questo fatto mi è tornato alla mente leggendo un recente articolo di Nova, supplemento tecnologico de IlSole24Ore, dall’affascinante titolo “Il sapere è condivisione”.

Ho ripensato a quanto, di fatto, anche per il mio lavoro stia diventando importante e soprattutto proficuo da un punto di vista di crescita professionale, poter leggere i blog di persone che seguono, per passione o per lavoro, i miei stessi argomenti e potermi confrontare con loro.

E pensando a tutto questo non ho potuto non fare un confronto con quanto avviene di norma nelle nostre aziende (non solo nell’ambito privato ma, spesso, anche nel pubblico). Sì perché qui la condivisione non sembra davvero essere riconosciuta come un valore. Perché?

Forse perché, modificando i termini del titolo che citavo prima, “il sapere è POTERE”…e in quanto tale NON deve essere condiviso (perché più è condiviso, più si “diluisce”).

Questo, penso sia uno degli ostacoli principali che blocca l’adozione e l’utilizzo concreti di strumenti di web partecipativo nell’ambito delle aziende, anche in quelle nelle quali la condivisione dei saperi/delle esperienze porterebbe ad innegabili vantaggi.

E così continuiamo a coltivare ciascuno i nostri privati orticelli, paghi di quel poco che riusciamo ad ottenere/conoscere, privando la società nella quale viviamo e, in primis, anche noi stessi, di quell’accrescimento che deriva dalla condivisione dei saperi.

martedì 1 dicembre 2009

Germania: direttrice di banca come Robin Hood, condannata

Ha preso 8 milioni di euro dai ricchi per darli ai poveri

Fonte: http://ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2009/11/24/visualizza_new.html_1620437359.html

BERLINO - Il crimine non paga, nemmeno quando è a fin di bene: 22 mesi di carcere con la condizionale é la condanna ricevuta a Bonn da una vera e propria Robin Hood tedesca, una direttrice di banca che prelevava dai conti correnti dei ricchi per risanare quelli dei poveri. E' accaduto a Bornheim, un piccolo centro vicino Bonn, la ex capitale della Germania federale fino alla riunificazione tedesca.

Qui Erika B., (anche il nome è stato modificato, per rispetto della privacy) dal 1990 era direttrice della locale cassa di risparmio, la Vr-Bank. Signora dall'aspetto rassicurante, in realtà ha saccheggiato per anni senza essere scoperta i conti correnti dei clienti più ricchi per ripianare quelli dei più poveri. In tutto, secondo quanto scrive oggi la 'Bild', tra il 2003 e il 2005 ha spostato 7,6 milioni di euro in 117 casi accertati. La donna, che ha 62 anni, per sé non ha mai preso nemmeno un centesimo, ha più volte ripetuto il suo avvocato difensore Thomas Ohm. Erika B. ha spiegato di avere aperto linee di credito anche per clienti meno abbienti, con il risultato di avere tanti conti correnti in rosso.

Per non attirare l'attenzione, quando si avvicinava una ispezione, trasferiva somme importanti dai libretti di risparmio di clienti benestanti a quelli dei più poveri. Passato il controllo, restituiva le somme trasferite ai legittimi proprietari. Questo però non sempre era possibile in quanto alcuni clienti dai conti in rosso profondo, riuscivano a spendere i soldi prima ancora che lei riuscisse a riprenderli. Alla fine, il danno arrecato alla banca da Erika B. è stato di 1,1 milioni di euro. Alla giudice che le chiedeva perché lo ha fatto, non ha saputo dare nessuna spiegazione per il suo gesto.

"Forse, senza rendermene conto, ero caduta in preda di una mania di aiutare" ha detto Erika, che oggi afferma di essere pentita. Il tribunale ha avuto difficoltà a condannarla. "Da una parte ha arrecato un grave danno finanziario - ha spiegato la giudice - dall'altra va notato che il suo è stato un comportamento senza fini di utile personale, quindi abbiamo affrontato un caso radicalmente diverso dai soliti". Dopo essere stata scoperta, la direttrice di banca dal cuore d'oro è stata licenziata in tronco, e per far fronte al debito ha dovuto vendere la casa, le polizze di assicurazione, quasi ogni bene. Insomma si è ritrovata sul lastrico, ed ora vive con una pensione di mille euro.

venerdì 27 novembre 2009

"L’eco del portapenne". Puntata n.1

“L’eco del portapenne”, nuova rubrica su titoli e ritagli della carta stampata...Ecco la prima puntata.

Il quotidiano “Libero” ha da qualche tempo una nuova rubrica che si intitola “Cavalli e business” (ricordate il film “Notting Hill"? Hugh Grant si spacciava per un giornalista del settimanale “Cavalli e segugi” per intervistare Julia Roberts: secondo me chi ha inventato il titolo ha tratto ispirazione dal film!).

Nell’intervista riportata il 25/11 all’interno di questa rubrica, il Ministro delle Politiche Agricole e Forestali, Luca Zaia, auspicava la trasmissione di un evento ippico sulla televisione generalista ogni settimana come uno degli strumenti per rilanciare il settore. Al termine dell’articolo una enorme foto del ministro che striglia un cavallo…Il titolo della foto?: “SENZA PAURA” (Ma chi decide i titoli nella redazione di Libero?)

mercoledì 25 novembre 2009

La silenziosa rivoluzione degli e-book

Come cambierà la lettura con l’e-book?
Questo, il tema affascinante che sempre più sovente nei prossimi mesi ed anni ci troveremo ad affrontare,
Già, perché questa volta sembra che gli e-book stiano proprio arrivando: sono già disponibili, anche in Italia alcuni modelli di reader/lettori (il più noto è senza dubbio il Kindle di Amazon: http://www.amazon.com/dp/B0015T963C/?tag=gocous-20&hvadid=4139534867&ref=pd_sl_7p2cs87ap_b ed altri ne seguiranno. Di che cosa si tratta? Di dispositivi portatili che consentono di scaricare (tramite un connessione mobile incorporata nel dispositivo) quotidiani e soprattutto libri interi in pochi secondi, di portarli con noi e di leggerli come e quando vogliamo (batteria permettendo…) su uno schermo grande come un libro tascabile.

Per quanto riguarda i libri, che cosa cambierà?
In termini di “catena del valore” potenzialmente molto: pensate ad esempio alla possibilità, per gli autori dei libri, di pubblicare libri a costi inferiori a quelli di oggi (con impatti importanti anche sul mondo della distribuzione, a partire dalle librerie). Ovviamente molto dipenderà da come il modello di business evolverà e dalle modalità con le quali l’e-book si affiancherà al business dei libri tradizionali (è probabile infatti che l’affiancamento, più che la sostituzione, sia il modello che prevarrà almeno nel medio periodo). E poi ancora il cambiamento sulle abitudini di ciascuno di noi: il libro regalato a Natale sarà un file inviato gratuitamente al lettore e-book del nostro amico?

C’è già chi rimpiange la fisicità del libro: la sensazione di sfogliare le pagine, di sentire l’odore di fresco di stampa o al contrario quell'odore che viene dal passato, della libreria dei nonni. Insomma, il rimpianto del mezzo fisico, più che del contenuto (il testo). Una simbiosi alla quale sia abituati…

Avremo in compenso la possibilità di accedere, in qualunque momento, ad un numero molto più vasto di libri (sperando che i titoli italiani aumentino, oggi sono perlopiù titoli inglesi) a prezzi decisamente più convenienti, di saziare la nostra voglia di lettura immediatamente e, sempre di più con il passare del tempo e degli sviluppi tecnologici, di vivere il libro in modo diverso, commentando ad esempio direttamente dal dispositivo i brani che stiamo leggendo con altri utenti, su appositi fora o social network dedicati a quel libro.

Diventeremo lettori meno attenti? Perderemo quel piacere di immergerci nel testo, di perderci tra le righe delle pagine all’ombra del comodino?
Siamo solo all’inizio dell’era degli e-book..molte cose ancora cambieranno. Ma la sensazione è che forse anche noi lettori stiamo un po’ cambiando nel nostro modo di affrontare la lettura..e che forse, in fondo, l’e-book è solo il primo passo di questa silenziosa rivoluzione.

venerdì 20 novembre 2009

I numeri della fame

Tanti i numeri, le cifre che ogni giorno rimbalzano sui giornali, in televisione. Questi meritano una particolare riflessione (fonte: The State of Food Insecurity in the World, 2009, FAO).

  • In un giorno qualunque, oggi ad esempio, nel mondo muoiono di fame 17.000 bambini. Uno ogni 5 secondi, 6 milioni in un anno (Ban Ki Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, Roma 16/11/09)
  • Nel mondo, a fine 2009, le persone che soffriranno la fame saranno 1,02 miliardi (il numero più alto in assoluto registrato da quando sono disponibili statistiche sul fenomeno, ossia dagli anni '70): la maggior parte (642 milioni) in Asia e Pacifico, ma è nell’Africa sub-sahariana che la proporzione di persone che soffrono la fame sul totale della popolazione è maggiore (oltre il 30% della popolazione, ma con punte superiori al 60% in alcuni paesi)
  • Dopo anni di declino, il numero delle persone che nel mondo soffre la fame è tornato ad aumentare (a partire dalla metà degli anni ’90) in termini assoluti, con una netta impennata nel 2008 e 2009, a causa soprattutto della crisi economica mondiale
  • Dal 2006 in poi è anche tornata ad aumentare la percentuale di coloro che, nei paesi in via di sviluppo, soffrono la fame sul totale della popolazione

lunedì 16 novembre 2009

Visto da lei, visto da lui...

- Lui: certo che con questi bambini bisogna proprio stare attenti…pensa ad esempio alle monete.. sono un vero pericolo!

- Lei: beh, sì, effettivamente... (nella mente di Lei si avvicendano immagini terrificanti di bambini che inghiottono monete come piccole slot machine…e ancora scene degne di E.R con chirurghi che estraggono monetine dallo stomaco di bambini…)

- Lui: prendi ad esempio quello che è successo a Roberto…
- Lei: ?

- Lui: sì, sua figlia, la piccola Martina di 2 anni, ha trovato, non si sa dove, una moneta da 2€ e, pensa un po’…l’ha infilata nello spazio della smart card del decoder…e ora non funziona più nulla…!!!! Però, che sfortuna….!
- Lei: eh sì, effettivamente….*

*P.S.: le riflessioni sulla natura degli uomini/maschi che nella mente di Lei si sono successivamente avvicendate sono irripetibili (lasciamo spazio all'immaginario delle nostre lettrici).

giovedì 12 novembre 2009

Chiamasi "controllo di qualità"

Due storielle recenti...

Chiamata al call center di una nota società telefonica.
Al termine della solita, interminabile lista di opzioni del menù telefonico, finalmente arriva il momento di parlare con l’operatore (perché nel menù mancava proprio l'opzione che ci serviva...)

- Buongiorno vorrei avere la seguente informazione:….
- Sì signora, allora la risposta è la seguente:….
- Grazie mille
- Di nulla….a proposito signora, posso darle ancora un’informazione?
- Certo, mi dica
- Guardi, tra qualche giorno verrà chiamata per esprimere un giudizio sui servizi del nostro call center….ecco, è sufficiente che lei prema il 5
- Ah va bene grazie….Click

Premere il 5? Ah, probabilmente, nella giungla dei menù telefonici (premi 1 se vuole il servizio X, premi 2 se vuoi l’informazione sul servizio Y) il 5 è il tasto per selezionare l’opzione “per esprimere un giudizio sul servizio fornito dal nostro call center”, pensa la nostra signora.
Salvo scoprire, il giorno della fatidica chiamata, che il 5 corrisponde a “sono molto soddisfatta del servizio avuto dal call center".
E come rimproverare la signorina del call center per aver voluto evitare alla nostra signora la fatica di dover ascoltare tutto il menù, suggerendo lei stessa la risposta “corretta”?

Presso un noto museo partenopeo, al termine della visita.

-Signora, avrebbe voglia di compilare il questionario relativo alla qualità dei servizi museali?
-Certamente, molto volentieri (avendo visto custodi leggere il giornale, parlare ad alta voce nelle sale, guardare tutto, tranne i visitatori, la voglia di esprimere un giudizio è forte…)
-Ma, scusi, le domande non sono molto chiare…si riferiscono ai servizi di accoglienza intesi come biglietteria (la suddetta signora, molto gentile) o anche ai servizi resi dai custodi…no, perché avrei giudizi diversi in merito
-Eh, guardi non lo sappiamo neanche noi…e ci farebbe piacere saperlo, visto che il rinnovo del nostro contratto dipende anche dall’esito dei questionari!
-Ah capisco…ma allora.. come faccio?
-……(La signora allarga le braccia e scuote la testa rassegnata).

Alla fine mi sono costruita un doppio questionario, inserendo due colonne distinte, specificando per ogni domanda (volutamente ambigua) la risposta in funzione delle diverse categorie di persone coinvolte e corredando il tutto con alcune note a margine…
Devo dire che nonostante lo sforzo profuso, alla fine di questa attività ho provato una sensazione di leggera presa in giro…

venerdì 6 novembre 2009

Alla ricerca della "land of opportunities"

Da qualche tempo mi sono imbarcata in una ricerca: capire il perché gli Stati Uniti esercitino ancora nei confronti di così tante persone, e nonostante le loro mille contraddizioni, il fascino di “land of opportunities”.

L’ultimo contributo sul tema si intitola “Le due Americhe – Perché amiamo e perché detestiamo gli Usa” (autore Ermanno Bencivenga, editore Mondatori 2005). La tesi dell’autore, che da oltre 25 anni vive e insegna negli Stati Uniti, è che vi sono due Americhe. Una è costituita dalle grandi multinazionali e dai loro referenti politici, che tentano di conservare il potere nelle mani di pochi privilegiati: l’altra, invece, è costituita dagli immigrati, da coloro che emigrano negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore.

La prima trova utile e nel suo interesse fornire all’altra quegli incentivi (appena) sufficienti a far sì che venga preservata la credibilità dell’idea della libera realizzazione dell’individuo. La seconda America (quella degli immigrati) persegue questo ideale, seppur con dei limiti oggettivi, che comunque sono inferiori a quelli che vengono posti "in qualsiasi altra parte del mondo” (p. 74). Bencivenga cita la meritocrazia come una delle forme nelle quali si esplica la libera realizzazione di sé che si riscontra negli Usa.
L’autore conclude affermando l’esistenza di un perenne “negoziato”, spesso non privo di tensioni, tra le due Americhe, che tuttavia trova comunque alla fine una sua sintesi, una “complicità” tra le due Americhe, tale da garantire un equilibrio del sistema.

Il discorso sulla meritocrazia mi è tornato alla mente leggendo alcuni racconti di giovani che sul sito di Repubblica parlano delle difficoltà incontrate nel mondo del lavoro. Ho scelto a caso una pagina ed ho cominciato a leggere: sono rimasta colpita dalla quantità di testimonianze provenienti dall’estero, di persone (di norma laureate, ma sovente anche con una formazione post-lauream,) emigrate in altri paesi (europei e non solo) in cerca di opportunità. Il denominatore comune di queste storie è quello della scoperta, nei paesi di adozione, della meritocrazia, contrapposta alla logica italiana della raccomandazione, che privilegia non quanto si sa, ma chi si conosce.

Queste testimonianze (quella di Bencivenga e quelle riportate sul sito di Repubblica) mi inducono a pensare che la meritocrazia rappresenti, ai nostri giorni, uno degli elementi ai quali noi italiani aspiriamo di più nella nostra personale ricerca della “land of opportunities”…

giovedì 5 novembre 2009

I love Halloween

L'altro giorno ho visto, attaccate alle finestre di una scuola elementare, delle figurine di zucche e fantasmi e mi son detta "Ecco i lavoretti di Halloween!".
Allora ho pensato che è bello che i bambini abbiano una festicciola in più da ricordare rispetto ai tempi passati e chissenefrega se è un'occasione che non fa parte della nostra cultura! E' una cosa nuova e divertente, no? In fondo è un pizzico di cultura americana che entra nelle nostre case.
Poi mi è venuto in mente che tra qualche tempo inizieranno le tristi polemiche sul festeggiare o meno il Natale a scuola. Dico tristi perché io proprio non riesco a vedere nulla di offensivo nel Natale.
La società multietnica dovrebbe essere più ricca di una in cui prevale un solo tipo di cultura. Penso che sarebbe bello festeggiare il Natale e poi anche le ricorrenze di altre culture o religioni, ovviamente in modo semplice, allegro, adatto ai bambini, come con Halloween appunto!

lunedì 2 novembre 2009

Popcorn e Coca- Cola: si parla di film

Popcorn e Coca-Cola: il binomio essenziale, che, almeno fino a qualche annetto fa, accompagnava la visione dei film al cinema.
Anche se ultimamente ci sembra che il binomio sia caduto un po' in disgrazia, utilizziamo questi termini per parlare di cinema...di quello che abbiamo visto, di quello che ci è piaciuto e di quello che ci ha delusi...(ovviamente i commenti sono più che benvenuti, compresi quelli che non condividono le nostre osservazioni!).

Oggi si parla di Baaria...e a coloro che non avessero ancora visto questo film e stessero attendendo trepidanti il giorno nel quale solcheranno la soglia del cinema per vedere quest'opera, consigliamo di passare ad altro post.

Da semplici ed umili osservatori - e dunque non da esperti di cinema - ci permettiamo di dire che:
1) il film ci è sembrato poco "coerente": la vicenda è un susseguirsi di momenti drammatici, a volte tragici, misti ad immancabili parentesi comiche. L'impressione che resta è quella di tante tessere di puzzle che restano sparpagliate sul tavolo, senza arrivare a formare l'immagine desiderata
2) troppi personaggi e, perdipiù, troppo noti con parti di pochi minuti che finiscono per distrarre lo spettatore, senza aggiungere nulla alla narrazione
3) il film è troppo lungo e, quel che è più grave, si ha l'impressione che certi eventi della storia d'Italia siano stati aggiunti "a prescindere" dal loro potenziale contributo alla storia, quasi a "far numero".

Ma forse la severità del giudizio deriva anche dalle aspettative create dalla grande operazione di pubblicità e di marketing che è stata fatta del film...Questa sì, davvero riuscita!

mercoledì 28 ottobre 2009

I viaggi de "Ilportapenne". Dodicesima tappa: Cambridge (UK)

Alle 8 del mattino, nei vialetti del King’s College, l’odore dell’erba tagliata si unisce alla sottile brina.

Per raggiungere la biblioteca si supera il ponte sul Cam, con la sua vista sulla cappella: un’occhiata veloce ai backs, la vegetazione verde intenso, i fiori ben curati, qualche animale che si aggira tranquillo per il prato, gli studenti con i libri sottobraccio.

La biblioteca è una struttura moderna, ma dal fascino antico: un dedalo di corridoi, sui quali si affacciano scaffali di libri, e all’inizio di ciascuna fila il contatore della luce per non sprecare energia elettrica. Mentre scorro la lista dei titoli, il ticchettio del contatore procede inesorabile e mi lascia completamente al buio dopo pochi minuti.

Le storie lette su Varsity, il giornale universitario, sono vere: molti amori sono sbocciati all’interno di queste file di libri, con la complicità dei contatori. Lungo i corridoi, banchetti di legno appena rischiarati dalla debole luce di piccole lampade da tavolo: gli studenti, infreddoliti (si risparmia anche sul riscaldamento), sfogliano le pagine dei libri con i polpastrelli lasciati liberi dai guanti di lana.

Alle 17, all’uscita è già calato il buio: le luci delle vetrate del college, l’organo che risuona nella cappella del King’s e le voci che intonano gli inni sacri. La giornata è finita: il portiere con la tonaca dei colori del college mi saluta e mi augura una buona serata.

http://www.cambridgeincolour.com/cambridge-gallery.htm

domenica 25 ottobre 2009

Cercasi soluzione

Mi chiedevo una cosa.
Un lavoratore statale ha diritto, per i primi tre anni di vita del proprio figlio, a usufruire del congedo per malattia del bambino. Si tratta di trenta giorni all'anno retribuiti al 100% e, dal trentunesimo, un numero illimitato di giorni a stipendio zero. Bene, ottimo mi sembra!
Ora, dal terzo all'ottavo anno di vita del bambino i giorni diventano, sapete quanti? CINQUE! Cioè si hanno a disposizione numero cinque giorni all'anno per assentarsi causa malattia del figlio. Ora, che cosa fanno normalmente i bambini a tre anni? Iniziano la Scuola dell'Infanzia e non occorre essere pediatri per prevedere che cinque giorni di malattia all'anno siano un po' pochini. Diciamo che in linea di massima in cinque giorni si cura un'influenza. Allora che fare se il nostro bambino di tre anni si ammala un'altra volta? Lo lasciamo a casa da solo, raccomandandogli di leggersi bene il foglietto illustrativo prima di assumere medicine? Lo mandiamo all'asilo malato? Lo portiamo al lavoro con noi? Ci diamo malati noi? Io non vedo soluzioni umanamente o legalmente accettabili.
E' chiaro che il legislatore non aveva figli, o i suoi erano piccoli titani!

martedì 20 ottobre 2009

...

La prima intenzione era quella di fare un'operazione di “copia ed incolla” dei titoli delle ultime due settimane dei più importanti quotidiani nazionali. Un susseguirsi di parolacce, insulti, invettive: politici contro politici, politici contro giornalisti, giornalisti contro politici, politici contro magistrati, giornalisti contro magistrati magistrati contro politici e così via... Che cosa rappresenta tutto questo? Un involgarimento della politica che si propaga a tutti i settori della società e la fine del confronto politico nel senso più nobile, quello del confronto delle idee, confronto anche serrato, ma sempre confronto.

Eppure ci sono anche i bene informati che ci raccontano che tutto questo fa parte in realtà del teatrino della politica, che alla buvette del Parlamento le pacche sulle spalle si sprecano tra supposti “nemici”…e allora a che pro tutto questo?

Quale che sia la realtà, mi sembra che entrambe le situazioni siano preoccupanti:
nel primo caso l’avversario politico cessa di essere tale e diventa “nemico”: l’odio si sostituisce al confronto e le idee, i programmi, diventano elementi del tutto secondari del dibattito politico, oscurati dall’insulto e dall’invettiva;
nel secondo caso si fa ricorso alla volgarità perché in quest’era mediatica appare fondamentale urlare più forte..perché chi urla più forte viene più ascoltato..stupire l’uditorio, la “gente”, i cittadini, “colpire” conta più dell’argomentare e comunque in fondo tutto è apparenza, perché i politici di tutti gli schieramenti non ambiscono a cambiare in meglio la società, ma semplicemente a preservarsi come casta, con tutti i privilegi che questo comporta.

Entrambe le situazioni stanno determinando effetti perversi, spesso poco considerati, nel paese, tra le persone “comuni”. Chiacchierate tra amici con opinioni politiche diverse sfociano sempre più sovente in brutte imitazioni delle schermaglie tra politici nazionali, mentre al contempo si diffonde una sempre più profonda disaffezione nei confronti della politica e dei politici.

Nel passato gli scontri avvenivano, ma sullo sfondo c’era un contesto politico-internazionale molto diverso, con una netta contrapposizione tra blocchi. Molti dei termini del dibattito di allora oggi non hanno più senso: continuerebbe invece ad avere senso il confronto tra idee diverse, tra proposte e contributi diversi per il miglioramento della società nella quale viviamo…e sarebbe un bel confronto.

giovedì 15 ottobre 2009

Oggi come ieri

Scusate, mi è venuta in mente una cosa, ma nessuno si offenda eh?
Ci sono alcune consuetudini della vita quotidiana moderna che a me sembrano rubate al passato o al mondo animale.
Ecco, ad esempio, trovo curioso avere acqua corrente potabile nelle case e caricarsi di bottiglie al supermercato come facevano le bisnonne al pozzo.
E poi un'altra cosa, ma questa è brutta. Avete presente i bar la mattina presto? Pieni di gente che trangugia roba indigeribile! Ragazzi, a me sembrano gli animali alla mangiatoia, con il barista che somministra il mangime e loro che si affollano. Invece sono dirigenti o impiegati in giacca e cravatta! Intendiamoci, anche a me capita a volte di doverlo fare ma, credetemi, se posso lo evito come la peste.

mercoledì 14 ottobre 2009

A René...

Su una parete della mia stanza, da anni mi fa compagnia una riproduzione de “L'empire des lumières” del pittore belga surrealista René Magritte (http://www.opac-fabritius.be/fr/F_database.htm).

Un pomeriggio, ai Musées Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles, me lo sono ritrovata davanti e sono rimasta alcuni minuti immobile, a bocca aperta: era come se una forza mi impedisse di volgere altrove lo sguardo. E lo stesso avviene ancora oggi, di fronte alla sua riproduzione.
Perché? Che cosa rende così speciale una tela ai nostri occhi? Perché quella sensazione che ci pervade al punto da lasciarci senza parole, quasi inebetiti?

Per quanto riguarda la musica la risposta sembra più semplice: una canzone ci piace (anche) perché la associamo a particolari momenti della nostra vita: anzi, spesso il riascoltare una canzone ci consente di rivivere quei momenti per qualche istante.
Ma per quanto riguarda il quadro la questione sembra più complicata….

Forse semplicemente è “stupore” la parola chiave, quella sensazione di sorpresa/suggestione/ammirazione che ci lasciano quei colori e quelle forme, che ci colpiscono aldilà della nostra particolare condizione, in modo “estemporaneo” e dunque, per definizione, senza tempo...

domenica 4 ottobre 2009

Crescere o semplicemente vivere?

Sto leggendo un libro, "Con il cielo negli occhi" di Franco Lorenzoni (ed la meridiana). Parla dell'esperienza dell'insegnamento dell'astronomia di un maestro elementare, con metodi basati sull'osservazione, il disegno e la percezione di spazi e tempi in modi semplici: appuntamenti serali davanti alla finestra aperta per disegnare l'orizzonte, le posizioni di Luna e stelle, dei tramonti del Sole, ricerche di miti, detti popolari, condivisione e discussione con i compagni.

Mi viene da fare il paragone con i programmi della Scuola dell'Infanzia, con inglese, nuoto, psicomotricità (leggasi ginnastica), cui le famiglie volenterose aggiungono tante altre cose. Sapete che esistono corsi di danza per bambini dai 3 anni in su? E gli asili nido non prevedono forse laboratori (sì sì li chiamano così) per unenni? C'è una frase del libro che mi ha colpito "...sembra che l'unica cosa importante che debbano fare i bambini è crescere e diventare grandi e l'aspetto degno di maggiore attenzione siano le loro trasformazioni, più che il loro presente e il loro sentire..."

A discapito dell'ultraspecializzazione degli operatori del settore, il mondo dell'infanzia sembra quasi un problema della società: i nostri bambini rischiano di attraversare troppo velocemente la loro età più bella e intellettualmente più feconda, tra corsi ed esperienze varie, senza avere il tempo di fermarsi a riflettere su quello che ogni giorno semplicemente vedono e "...magari, diventati adulti, passare la vita a farsi curare, ricercando parole e immagini della propria infanzia."

venerdì 2 ottobre 2009

A proposito di Coca-Cola...e la risposta è...(aggiornato con aneddoto nei commenti)

L’Islanda! (Questa volta non ci complimenteremo con Sergio perché sappiamo che ha avuto un aiutino…;-).

Questa, almeno, è la risposta fornita dal libro: su Internet ho trovato citato anche il Messico…purtroppo, sul sito della Coca Cola non vi sono informazioni di dettaglio che consentano di dare una risposta definitiva... quindi dovrete accontentarvi di sapere che questi due paesi sono ai primi posti in termini di consumo pro-capite annuo della celebre bevanda.

Più interessante è invece sapere che fu proprio in Islanda che la società condusse un esperimento che si sarebbe rivelato decisivo per portare la Coca-Cola a tutti i soldati americani impegnati al fronte (obiettivo, questo, che la società si era posta sin dall'inizio della seconda guerra mondiale).

La compagnia aprì in Islanda un impianto di imbottigliamento: grazie all'imbottigliamento in loco della bevanda, la società si limitava a trasportare dagli Stati Uniti il solo concentrato di Coca Cola, evitando così il trasporto delle bottiglie vere e proprie, non troppo agevole in tempi di guerra (tra l'altro il Governo, riconoscendo la Coca-Cola come un bene primario per il soldato, spesso contribuì in prima persona a finanziare la realizzazione degli stabilimenti di imbottigliamento all'estero...).

Ai rappresentanti della Coca Cola l’esercito degli Stati Uniti riconobbe inoltre, durante la guerra, lo statuto di “osservatori tecnici” che di norma veniva riservato ai civili i cui servigi venivano ritenuti essenziali ai fini dello sforzo bellico. Grazie alla guerra e alla vittoria degli Stati Uniti (con tutto quello che questo comportò in termini di pubblicità e visibilità della bevanda) la società riuscì ad espandersi sui mercati esteri in un modo che, per stessa ammissione della società, "avrebbe altrimenti richiesto 25 anni e 25 milioni di dollari” (M. Pendergrast, Storia della Coca-Cola, Odoya, Bologna, p.341).