sabato 28 agosto 2010

Se il cellulare è maschio...

Alzi la mano chi NON ha visto l’ultima pubblicità televisiva di una primaria società di telefonia mobile italiana che ha per (unica) protagonista una nota showgirl….Azzardiamo un’ipotesi…nessuno avrà alzato la mano.

Che le società telefoniche spendano molto in pubblicità è noto…anzi, queste società sono proprio tra le aziende che in Italia spendono in assoluto di più in pubblicità. Per questo motivo, anche per via dei risultati economici non proprio brillanti sul fronte dei ricavi, registrati dall’azienda in questione negli ultimi anni, ci saremmo aspettati una campagna pubblicitaria in grande stile e invece…Ricostruiamo la scena.

Siete a tavola con il vostro marito/compagno: parte la pubblicità in questione. Al termine, vi rivolgete a lui chiedendogli: “Che cosa ricordi di questa pubblicità?”…E lui: ”Eh, eh – sorrisino sornione – beh, mi ricordo lei!”…E voi: "Ok e il contenuto dell’offerta pubblicizzata?”…E lui: "Offerta? Ah boh…tanto non mi interessa”…

Nel frattempo, durante i secondi della pubblicità, voi avete ripensato a quel grazioso libretto che avete letto recentemente e del quale avete parlato su “Ilportapenne”…quello che parla dell’importanza delle donne nell’economia contemporanea e del loro potere d’acquisto nella società (Womenomics, per chi volesse ricercarlo nel blog). Ecco, ripercorrendo le scene della pubblicità in questione voi vi siete chieste: “Ma coloro che hanno approvato questa pubblicità saranno stati almeno sfiorati dal timore che forse questa pubblicità potesse essere non così “indovinata” per un pubblico femminile?…(se l’avete vista non è necessario, penso, che ve ne spieghi le ragioni…)..Eppure il pubblico femminile dovrebbe rientrare nel target di interesse della società telefonica in questione, dal momento, che al pari degli uomini, acquista terminali mobili, effettua telefonate, invia SMS, ecc...

Tempo fa, sempre su “Ilportapenne”, avevamo avuto modo di sorridere di una pubblicità su Internet di un’altra società telefonica, concorrente di quella in questione (quella, per intenderci, che si rivolgeva al pubblico femminille con il linguaggio che voi usereste con la bimba di 5 anni che al parco gioca con vostro figlio…).

Evidentemente qualcosa ancora non funziona…sarà forse anche per il fatto che la maggior parte dei pubblicitari è costituita da uomini o che la maggior parte di coloro che sono nella posizione di approvare le campagne pubblicitarie sono, parimenti, uomini…? Mah…

mercoledì 25 agosto 2010

Casa dolce casa…

Ammettiamolo…uno dei pochi piaceri legati alla fine delle vacanze è proprio il ritorno a casa. Al nostro nido, a quello spazio tutto nostro nel quale ritroviamo i nostri oggetti e le nostre piccole abitudini quotidiane…

Infiliamo con trepidazione la chiave nella toppa con ancora la valigia sotto il braccio e le ciabatte da mare ai piedi e…ahhhhhhhhhh cosa sono quelle macchie sulle pareti e sul soffitto?

Con tristezza constatate che gli acquazzoni tipo monsone abbattutisi sulla città nel mese di agosto non hanno risparmiato neanche voi e i vostri muri…il sorriso sul vostro volto comincia a scemare. Lasciate le ciabatte da mare indossate le pantofole che si sono salvate dal nubifragio e girate per casa timorosi di poter scoprire qualche altro danno. Apparentemente tutto in ordine.

E’ ora di pranzo: consumate la focaccia e gli altri cibi che vi siete portati dal mare come souvenir delle vacanze ormai passate e riprendete la vostra routine quotidiana…lavaggio dei piatti, asciugatura dei piatti,…ahhhhhhhhhhh perché l’acqua del rubinetto non scorre? Perché il vostro lavandino in pochi minuti si è trasformato in un acquario (senza pesci)?

Colpa del malefico sifone che si è intasato e che neanche dopo ore di sforzi riuscirete a sbloccare. Smontato il pezzo del sifone, lo guardate così sporco e corroso, ormai prossimo alla rottura. Insomma urge una sostituzione. Afferrate le pagine gialle e cominciate a cercare l’indirizzo di quel tizio – come si chiama? – Mastro Goccia, che “opera” in zona.

Le vostre ciabatte da mare sono ancora all’entrata accanto alle valigie…E’ bello (sigh) tornare a casa…casa dolce casa…

sabato 14 agosto 2010

Consigli per la lettura

Ragazzi, l'ho fatto! Era un po' di tempo che quest'idea mi frullava in testa e allora, complice l'estate, ho detto "Ora o mai più! Voglio rileggere "I promessi sposi"".
Ebbene, ho scritto "rileggere", ma avrei fatto meglio a scrivere "leggere", perché vi garantisco che è un'esperienza totalmente diversa da quella scolastica. Innanzitutto sei più grandicello (diciamo che ci vogliono almeno il doppio degli anni che si avevano allora), poi lo leggi per quello che è, cioè un romanzo, senza fare la stramaledetta analisi del testo, leggendo note e letture critiche solo se ti servono/interessano, saltando gli abominevoli esercizi di fine capitolo (del tipo: questo è il paese di Renzo e Lucia, con una linea disegna gli spostamenti di Renzo riportati nel capitolo; oppure, nel discorso di padre Cristoforo sottolinea le frasi che denotano orgoglio, sottomissione, pentimento...aaargh!).
I personaggi e gli ambienti sembrano uscire dalle pagine, tanto sono vivi.
Davvero, non lo dico per sembrare colta, fatelo, provate, sarà una bellissima esperienza!

giovedì 5 agosto 2010

Alle 18

Alle 18 la spiaggia comincia a spopolarsi. Su parte degli ombrelloni é già scesa l'ombra. Il mare, un po' increspato, é di un blu grigiastro, l'acqua di una temperatura gradevole. In acqua non c'é nessun altro, tranne i gabbiani con le loro incursioni a pelo d'acqua. Nel porto "La Bionda" é tornata al suo posto, dopo aver solcato chissá quali mari. Le baracche di legno e lamiera dei pescatori sono chiuse da lucchetti arrugginiti mentre le reti abbandonate nei bidoni attendono un'altra notte di pesca.

mercoledì 28 luglio 2010

Quando il blog va in vacanza

Fine luglio: si preparano le valigie per la partenza. E il blog? Come l’orsetto di Mr. Bean o la coperta di Linus, anche il blog va in vacanza, seguendo la famiglia.

Questo non vuol dire che rimarrà inoperoso durante tutto il periodo vacanziero: perché sotto l’ombrellone, le cellule celebrali rigenerate - si spera - dall’aria salubre del mare dopo mesi di ammorbamento lavorativo, potranno concepire nuove idee e pensieri da condividere con tutti i lettori de “Ilportapenne”.

La connettività non mancherà...come ormai tutti sappiamo, grazie al bombardamento pubblicitario dell’Internet a metà prezzo, dei delfini e del T Rex, tutti avremo la possibilità di rimanere collegati. Unico problema…devono ancora inventare il PC portatile e lo smartphone completamente impermeabilizzati da portare in acqua, che ci consentiranno di inviare mail dagli abissi marini. Poco male…così potremo continuare a ridere di quelli che, per non rinunciare a sfoderare in spiaggia lo smartphone di ultima generazione di fronte a tutti i conoscenti se lo infileranno nel costume, dimenticandosi poi inesorabilmente di toglierlo prima di andare a fare il bagno…bip bip…blup…blup

martedì 20 luglio 2010

Perché...Men AND Women Do it better

Interessante spunto di riflessione dal libro "Rivoluzione Womenomics", del quale abbiamo già avuto modo di parlare in post precedenti (vd. riferimenti in fondo al post).

“I giovani ed ambiziosi maschi che avanzano nella carriera come rulli compressori paiono dotati per virtù innata di raffinate capacità di manovra in questo labirinto (il labirinto aziendale, NDR). Sono costoro ad avere la “politica” aziendale innestata direttamente nei propri geni oppure è il labirinto organizzativo a essere costruito in modo congruente con le modalità di interrelazione, di competizione e di manovra di questi giovani ambiziosi?”*

Detto altrimenti, quello che le autrici sostengono è che le dinamiche che guidano oggi le imprese nel loro modo di gestire le persone e di valutarle, sono di fatte basate su concetti permeati su modelli di comportamento maschile, che dunque tendono ad avvantaggiare gli uomini. Intendiamoci: qui non c’entrano solo il discorso della maternità e della conciliazione vita/lavoro. C’entra il fatto che le donne hanno la tendenza a costruire, anche quando sono in posizione di leadership, delle strutture di lavoro diverse, meno gerarchiche e più collaborative, sono meno propense all’autopromozione, tendono ad essere guidate da valori in parte diversi da quelli che motivano gli uomini (vd. l’importanza del riconoscimento del valore per il lavoro fatto e l'importanza del concetto di fare la differenza sul lavoro, promuovendo ciò che ci ritiene importante più che concetti quali il denaro e la posizione) e tendono a sottovalutare le proprie capacità mentre gli uomini tendono a fare l’opposto. Inoltre le donne sono meno coinvolte in quelle regole di condotta non scritte che spesso favoriscono l’avanzamento di carriera all’interno delle aziende (es: il fatto che gli uomini si ritrovano spesso in contesti informali anche fuori dal lavoro, tessendo relazioni che si rivelano poi utili per progredire all’interno dell’azienda).

Riconoscere queste differenze, ossia il fatto che le donne hanno motivazioni di carriera, modelli di organizzazione del lavoro e stili differenti di comunicazione da quelli della maggioranza maschile al vertice delle imprese (non pretendendo che le donne si adeguino agli stili e ai modelli maschili attuali) rappresenta un passo importante verso lo sfruttamento di quel talento femminile che, come dimostrano i tanti casi citati dalle autrici, può portare significativi vantaggi alle aziende in termini di business.

Qualcuno (che non si è soffermato a leggere con attenzione il libro) probabilmente concluderà che si tratta del solito libro femminista…a me sembra invece che il messaggio sia un altro…parafrasando un motto inglese, “Women don’t do it better…men AND women do”…

*A. Wittenberg-Cox e A.Maitland, Rivoluzione Womenomics, Gruppo24Ore, Milano, p. 257.

martedì 13 luglio 2010

Il P.C.P.(Piccolo Consumatore Padano)

Il P.C.P., Piccolo Consumatore Padano, inizia presto la propria carriera.

A 2 anni, tra le bancarelle del mercato,il P.C.P. aggira con destrezza quelle che non sono di suo interesse dirigendosi speditamente, come guidato da radar, verso il banchetto del panettiere. Questi gli allungherà il grissino-tangente, consapevole che il P.C.P., con il suo gesto, gli ha garantito l’incasso familiare giornaliero, avendo portato sul luogo del misfatto la madre che qui sarà indotta, per riconoscenza, o semplicemente per disperazione, ad acquistare la dose prevista di pane, focaccia, ecc.

In centro, paseggiando per le vie della città, il P.C.P. trascinerà la madre dentro tutti i centri commerciali/grandi magazzini, dando prova di una sconosciuta abilità nel salire e scendere le scale mobili e nel dirigersi, ancora una volta senza esitazione alcuna, verso ben determinati reparti, soprattutto quelli di tipo tecnologico, dotati di grandi schermi tv, hi-fi, ecc….(curiosamente, mete preferite dell’altra metà maschile della famiglia)…

Passeggiando lungo le vie del quartiere, il P.C.P. svolterà all’angolo, dirigendosi fiero ed impettito verso il supermercato di zona: qui, impossessatosi del carrellino rosso (del quale evidentemente conosce bene la collocazione sotto le casse), procederà con grande sicurezza tra le file degli scaffali, mostrando una curiosa tendenza ad essere attratto dalle grosse scritte colorate, soprattutto da quelle che riportano la dicitura “offerta speciale” (curiosamente, altro elemento in comune con l’altra metà maschile della famiglia).

Che cosa fare di fronte a tutto questo? Consolarsi con le statistiche, che dicono che, seppur con differenze da paese a paese, attualmente sono le donne, e NON gli uomini, a controllare la maggior parte del valore globale dei consumi (a titolo di esempio il 73% delle decisioni di acquisto sarebbe ascrivibile alle donne negli USA, il 67% in Francia, il 59% in Italia, il 57% in Spagna, il 48% in Cina)* e che l’influenza delle donne su questo aspetto dell’economia è destinato ad aumentare ancora, grazie anche ad una sempre maggiore presenza di donne istruite nel mondo del lavoro con guadagni mediamente superiori a quelli attuali, al punto che “fra vent’anni in America le donne guadagneranno mediamente di più degli uomini”**.

Della serie…cari uomini approfittatene finché siete piccoli…perché in materia di consumi decidono, e decideranno sempre di più...le donne!

*Fonte: studio di Boston Consulting Group citato in Economy, 14 luglio 2010, p.52. Una sintesi dello studio si trova qui: http://www.womenwantmorethebook.com/documents/file21481.pdf.

**Fonte: M. J.Silverstein, vicepresidente di The Boston Consulting Group, citato in A. Wittenberg-Cox e A.Maitland, Rivoluzione Womenomics, Gruppo24Ore, Milano, p. 79.

giovedì 8 luglio 2010

Le avventure del P.P.P (Piccolo Pendolare Padano): l’estate è arrivata

La P.S.U (Piccola Sveglia Urlante) del P.P.P (Piccolo Pendolare Padano) si attiva alle 5.00. “Uéh…ueh…”. Il P.P.P rotola giù dal letto e attraversa il lungo corridoio (che in realtà è breve, ma che al P.P.P che ha dormito poco - causa sauna notturna a 30 gradi costanti - sembra più lungo dei tapis roulant dell’aeroporto). Carezza e frase d’ordinanza: “Tranquillo, va tutto bene, continua a dormire”…e il P.P.P si rituffa nel letto.

“Ueh Ueh“…il P.P.P. ri-rotola giù dal letto percorrendo, questa volta a passo di bersagliere, il corridoio (lo spirito materno ha lasciato velocemente il posto ad un altro spirito, molto meno caritatevole).“Va tutto bene, continua a dormire…”. Ma la P.S.U non sembra convinta e… a ragione…Nel tentativo di trovare refrigerio la P.S.U ha attraversato il suo giaciglio fino alla parte opposta del letto…perdendo il ciuccio lungo il tragitto. “Oh, hai ragione ecco qui”: sistemato il tappo nell’apposita fessura, il P.P.P si ri-tuffa nel letto nella speranza di recuperare un po’ di sonno. Mah…ohibò, sono le 5,15 e il treno parte alle 6,59. Per la prima volta nella sua vita, il P.P.P ha dimenticato di inserire la sveglia (quella che non urla, ma che fa bip bip). Si vede che l’estate è arrivata.

All’edicola vicino alla fermata, l'edicolante Giulio è corrucciato e sbotta: “Non è possibile lavorare così…mi mandano 25 copie della “Settimana enigmistica” al posto delle 50 normali con la scusa che la gente è in vacanza…e io in 2 giorni ho già finito le copie. Le sembra giusto? Guardi quello che fanno con le enciclopedie…tempo fa c’era quella con la quale si costruiva il cucù…100 uscite..e alla 98esima hanno smesso di inviarmela…e i miei clienti ovviamente erano arrabbiati! Ci sono voluti mesi per avere i numeri mancanti!”. All’idea del cliente rimasto per mesi con la casetta finita senza il cucù il P.P.P si sente stringere il cuore…ma il tram sta arrivando e non c’è tempo per i sentimentalismi.

Alla stazione, in coda per salire sul treno, il P.P.P osserva una coppia di anziani appena saliti in vettura: lo sguardo terrorizzato, la ricerca affannosa di un altro posto. II. P.P.P non ha bisogno di spiegazioni: tira fuori dalla sua borsa la sciarpina e la maglia, che gli consentiranno (forse) di sopravvivere al lungo viaggio a 10 gradi nella ghiacciaia dell’interregionale di Trenitalia…anche se, bisogna dirlo, nonostante gli sforzi, l’effetto freddo sulla pelle e caldo fuori resterà, maledetta Trenitalia.

A proposito, oggi è anche il compleanno di F.: auguri!!! L’estate è proprio arrivata…

martedì 6 luglio 2010

Se i principi non bastano... allora facciamone una questione di efficienza economica

Dimentichiamoci per un attimo i principi di uguaglianza e parità tra uomini e donne secondi i quali i due sessi dovrebbero avere pari opportunità non solo in materia di accesso al mondo del lavoro, ma anche pari salario per le attività svolte e medesime opportunità di carriera.

La tesi della "womenomics", concetto introdotto da Kathy Matsui, analista di Goldman Sachs, è che una maggior integrazione delle donne nell’economia non risponde soltanto a principi di equità, ma anche a principi di efficienza economica. E’ infatti dimostrato che una maggiore partecipazione femminile al lavoro, oltre ad essere un potenziale fattore di sviluppo economico (con impatti significativi in termini di crescita del PIL), ha ripercussioni importanti e positive su questioni quali la sostenibilità delle pensioni (la maggiore partecipazione delle donne porta ad un aumento del numero degli occupati fra le persone in età lavorativa, riducendo il rapporto di dipendenza fra pensionati e lavoratori) e sull’invecchiamento della popolazione.

A questo proposito è importante sottolineare come la relazione tra maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro e minore fertilità, che si riscontrava nei decenni passati non è attualmente così presente. Se negli anni ’80 i livelli di fertilità erano maggiori laddove minore era l’occupazione femminile, negli anni 2000, i paesi con una minore occupazione femminile registravano una minore fertilità rispetto ai paesi con una maggiore occupazione femminile (vd. grafico*)
















Segno che il trade-off tra lavoro e fertilità non è inevitabile laddove si adottino, come è avvenuto in Francia e nei paesi nordici, specifiche iniziative volte ad incoraggiare sia il lavoro femminile, sia la fertilità (es: strutture statali e private che si occupano dei bimbi delle madri lavoratrici, disponibilità di congedi parentali, disponibilità di lavori part-time, ecc.) e che dunque il rapporto tra tasso di occupazione femminile/fertilità varia sensibilmente in funzione di precisi elementi sociali, economici, culturali e politici propri del paese analizzato.

Come emerge dal grafico, l’Italia è caratterizzata da scarsa partecipazione femminile al lavoro (da fonte ISTAT, in Italia nel 2009, meno del 50% delle donne di età compresa tra i 15 e 64 anni lavorava) e bassa natalità. In Italia l’età media della donna alla nascita ha superato 30 anni, una delle più alte d’Europa, ulteriore segno che la volontà di partecipare al mondo del lavoro da noi ha importanti ripercussioni (negative) sulla famiglia: inoltre, in Italia, la possibilità di conciliare lavoro e famiglia spesso si basa sull’apporto che strutture familiari (vd. i nonni) danno (un ulteriore elemento di fragilità se si pensa che questa situazione è destinata a cambiare anche a seguito dell’allungamento dell’età pensionabile).

Non solo, ma se le ricerche macroeconomiche sottolineano i benefici economici a livello di incrementi del PIL derivanti da una maggiore parità dei generi con riferimento all'occupazione (secondo alcuni studi, anche superiori al 10% per quanto riguarda la sola Europa), a livello microeconomico un numero sempre maggiore di studi evidenzia come la presenza, nelle aziende, a tutti i livelli, di gruppi di lavoro misti, apporti grandi benefici all’azienda in termini di produttività e risultati economici. Nonostante questo, la presenza delle donne ai più alti livelli rimane un miraggio nella maggior parte dei paesi (per quanto riguarda l’Italia “la composizione dei consigli d’amministrazione delle società del Mib30 mostra che su 466 cariche consiliari, soltanto undici sono ricoperte da donne”**).

Il mancato sfruttamento del capitale umano femminile è una situazione che dunque non ha giustificazioni…che la si guardi dal punto di vista dell’equità tra i sessi o dal punto di vista dell’efficienza economica…

*Fonte: D. Del Boca, Famiglia e Lavoro,http://www.amichediabcd.org/Intervento%20Daniela%20Del%20Boca%2023.06.07.doc.
**Fonte: D. Del Boca, Perché l'Italia ha bisogno di womenomics, 16/03/2010 (consultabile su http://www.lavoce.info/). Altri testi che trattano l'argomento in una prospettiva internazionale sono: A. Wittenberg-Cox e A- Maitland, Rivoluzione Womenomics, Gruppo24Ore, 2009 e vari paper dell'OECD, tra i quali, A, d'Addio e M. d'Ercole, Trends and Determinants of Fertility Rates, 2005.

mercoledì 30 giugno 2010

Tutti insieme appassionatamente (in coda)

Accanto alla mancanza dei miscelatori nei bagni e alla presenza pervasiva della moquette, è probabilmente uno degli aspetti che maggiormente colpisce il turista italiano. Parliamo dell’arte di fare la coda che contraddistingue gli inglesi.

Alla fermata dell’autobus la serpentina si snoda sinuosa ed ordinata anche nel caos frenetico della città: nulla a che vedere con l’italico assalto alla diligenza sui mezzi pubbici. E si tratta di una vera e propria arte, caratterizzata da regole di comportamento ben precise, la cui violazione è motivo di profonda riprovazione (che si esprime soprattutto in un linguaggio del corpo, ma mai con gli insulti tipici nostrani, perché, ricordiamolo, siamo in Inghilterra!).

Ovviamente la prima e più importante regola morale che si applica all’arte del fare la coda è il divieto assoluto del saltare la coda. A scanso di equivoci, in occasione del torneo di Wimbledon, che attrae moltissimi visitatori stranieri non avvezzi alla nobile arte, viene distribuita un’apposita "guida al fare la coda" dal titolo “A Guide to Queueing for the Championships (vd.foto)”.


All’interno un dettagliato codice di condotta la cui violazione causa il rifiuto dell’ingresso da parte dell’organizzazione.
Le regole principali sono nove: una, in particolare, risalta, in quanto scritta in stampatello :“Saltare la coda non è accettabile e non sarà tollerato”. Non solo, ma: 1) si considera in coda soltanto chi vi si inserisce e vi resta fino al momento dell’acquisto del biglietto ed è in possesso della “Queue Card” (vd. foto); 2) è vietato “riservare” il proprio posto mettendo del materiale (sedie o altro): bisogna infatti essere fisicamente presenti sul posto; 3) è possibile tenere il posto per un’altra persona soltanto in caso di brevi assenze (es: toilette). Soltanto chi rispetta queste regole può ambire ad entrare nel prestigioso complesso di Wimbledon.

Ai coraggiosi disposti ad attendere in coda per ore (o ad accamparsi anche la notte precedente per conquistare i primi posti della fila…ovviamente in spazi predisposti e seguendo precise regole di comportamento) viene anche consegnato un adesivo (vd. foto), che potrà essere apposto sulla maglietta. La scritta sull’adesivo testimonia l'eroica impresa compiuta…Che cosa c’è scritto? “Ho fatto la coda per il torneo 2010 di Wimbledon”…ovviamente…che altro?

lunedì 28 giugno 2010

La prima volta (dell'Inghilterra)

Ora che l’eco della partita nostrana comincia lentamente ad affievolirsi, può essere interessante sbirciare quello che succede altrove. Già perché anche altrove la follia mondial-calcistica imperversa. Ieri, il quotidiano inglese “Daily Mail”, nella sua edizione della domenica, dopo essersi soffermato a descrivere la razzia di salsicce e birra degli inglesi nei supermercati in previsione della partita Inghilterra-Germania, dedicava pagine e pagine al big match.

In particolare, a pag.8 il quotidiano elencava una serie di motivi che rafforzavano la speranza di una vittoria del team inglese:

1) i calzini rossi: indossare la tenuta da gioco rossa (calzini, maglietta, pantaloncini) avrebbe portato bene visto che l’ultima volta che l’Inghilterra aveva giocato contro la Germania aveva proprio questa tenuta ed aveva vinto 2-1;
2) era il ventottesimo match di Capello come manager dell’Inghilterra: sei degli ultimi 8 manager avevano vinto il loro ventottesimo incontro;
3) il luogo nel quale si giocava la partita è conosciuto come “città delle rose” e il simbolo della squadra contiene 10 rose intorno a 3 leoni.

E ancora: giocare di domenica avrebbe portato bene, come pure il fatto che la BBC avrebbe commentato l’incontro (i commentatori dell’emittente ITV avevano “portato male” alla squadra in occasioni passate) e così via. Unico neo: l’Inghilterra non aveva mai vinto incontri arbitrati da un uruguaiano (ma, specificava il giornalista, “c’è sempre una prima volta”).

Insomma, l’unica cosa che è mancata è stata proprio quella “prima volta
”.

giovedì 24 giugno 2010

Il fiorellino, il fascista e il comunista

Ogni volta che ci passo davanti ne trovo una nuova: accanto ai “Ti amo piccolina by Jim” o “Sei il mio fiorellino by Mary” trovo “Fasci m…”, “Comunisti al rogo” e così via. Sullo stesso muro dell’istituto per ragionieri e geometri.

E ogni volta mi chiedo: ma chi scrive queste cose? Senz’altro si tratta di scritte recenti, non certo risalenti agli anni di piombo. Dunque scritte di persone che verosimilmente appartengono alla generazione degli anni ‘80-‘90, quelli, per intenderci, che hanno vissuto la caduta del muro di Berlino, la fine delle ideologie e dei blocchi contrapposti, che hanno visto avvicendarsi in Europa e nel nostro paese forze politiche nuove, correnti nuove.

Che senso ha allora, oggi, utilizzare questi termini? La sensazione è che oggi vengano utilizzati come slogan, come facili scorciatoie a ragionamenti più complessi, alla disponibilità alla discussione, al confronto civile e democratico.

E ancora altre facili etichettature: un libro che parla dell’importanza delle donne nell’economia diventa subito un libro femminista, mentre un libro che parla dell’importanza della lobby ebraica nella politica estera statunitense è, per definizione, un libro antisemita. Insomma, troppo spesso una rigidità ideologica che impedisce di discutere, approfondire, capire.

E allora ecco le contrapposizioni estreme: tra quelli che ci credono fortissimamente, spesso "a prescindere", e quelli che semplicemente passano e non si curano più delle cose. E la via di mezzo, quella del “non diamo tutto per scontato, discutiamo, non fermiamoci agli slogan” è quella più difficile da perseguire.

lunedì 21 giugno 2010

Italia - Nuova Zelanda: assenza di segnale...

Ieri pomeriggio, il P.T.S (piccolo teleutente sabaduo), al pari degli italici connazionali, se ne stava seduto in poltrona a trepidare di fronte alle gesta dell’italica squadra.

A pochi minuti dallo scadere del primo tempo, il P.T.S si allontanava per un attimo dalla postazione in cerca di una bevanda ristoratrice in grado di alleviare lo sconforto di fronte al deludente 1-1.

Al suo ritorno, sul bel televisore 16:9, campeggiava la minacciosa scritta “ASSENZA DI SEGNALE”.Il P.T.S, agguantato il telecomando del decoder, non si dava per vinto e cominciava uno zapping compulsivo…seguito da spegnimento totale del sistema… e poi ancora da un susseguirsi di menù, cerca canale, sintonizzazione automatica, aggiorna lista canali…menù, cerca canale…ARGGHH inutile!... Nulla anche sul secondo decoder collegato al medesimo televisore. Seguiva corsa affannosa verso la cucina dove era posizionato il secondo televisore (con collegato il terzo decoder)…nulla. A questo punto il P.T.S cominciava a pronunciare vari epiteti alla direzione dell’emittente pubblica radiotelevisiva (quegli epiteti che nei fumetti di Walt Disney vengono rappresentati con tuoni, fulmini, saette…).

Preso da sconforto, il P.T.S accendeva la radio (quello scatolotto ben più antico di Internet, della televisione e del digitale terrestre…). E finalmente una voce amica lo raggiungeva: dunque, una forma di vita umana ancora esisteva nell'etere! E al pari di Radio Londra, anche questi commentatori sapevano dell’esistenza del P.T.S (“ci giunge ora notizia dagli amici piemontesi che buona parte della regione è rimasta senza segnale…e che pertanto i nostri amici seguiranno con noi la partita”).

I minuti passavano, il goal non arrivava, e il P.T.S (che nel frattempo si era trasformato nel P.R.S – piccolo radioascoltatore sabaudo) continuava a fissare lo schermo del suo bellissimo televisore, senza neppure il conforto delle cartoline dei casolari dispersi nella campagna toscana dello storico intervallo della Rai.

Alle 20 il P.T.S.I (piccolo teleutente sabaudo in….dispettito) si sintonizzava sui canali dell’emittente pubblica e scopriva che sì… lui solo ed i suoi conterranei, in tutta Italia, non erano riusciti a vedere il secondo tempo della partita causa “violento sbalzo di tensione elettrica sulla rete del gestore nazionale che alimenta l’impianto principale della Rai” della sua zona.

Il P.T.S, sconsolato, guarda fuori della finestra le torri della televisione che dominano la collina…maestose, imponenti, eppur così fragili…*

*Nota per i lettori: il tocco “lirico” finale è frutto di un ripensamento notturno…(che ha ispirato al P.T.S pensieri assai più innocenti di quelli che popolavano la sua mente il pomeriggio precedente).

lunedì 14 giugno 2010

Aspettando Italia-Paraguay...

Ebbene sì..ormai ci siamo. Questa sera i lavoratori italici si affretteranno ad uscire dagli uffici per essere sicuri di assistere alla partita d’esordio con la pancia piena ed il bicchiere di birra in mano, comodamente seduti sulla poltrona del salotto, mentre fuori, nelle strade, regnerà la calma.

Tutti speriamo ovviamente in un esito positivo e in una partita bella e divertente.
Ma se così non fosse, non preoccupiamoci…i motivi per non far bene (che verranno immediatamente citati al termine della partita in caso di esito negativo) sono molteplici:

1) Le vuvuzela – le famose trombette – assorderanno i nostri giocatori impedendo loro di seguire i consigli dell’allenatore (la squadra avversaria ha annunciato che giocherà invece munita di appositi para-orecchie…la squadra italica, non avendole a disposizione, aveva chiesto al pubblico di suonare temi più consoni all’italico orecchio, tipo marcia trionfale dell’Aida, ma sembra che il pubblico si sia rifiutato asserendo che costituirebbe un indebito vantaggio per la squadra italica)

2) È prevista pioggia e questo potrebbe compromettere le prestazioni (solo della squadra italiana ovviamente…perché le nuvole sudafricane, si sa, sono ferventi ammiratrici di quelle di fantozziana memoria)

3) Il pallone utilizzato non sarà della forma corretta, quella alla quale sono abituati gli italici giocatori, compromettendo le giocate dei calciatori e le parate del portiere. D’altronde, difficile abituarsi per chi, come i giocatori italici, è abituato ad utilizzare palloni le cui caratteristiche sono state studiate appositamente dal genio di Leonardo (già, perché oltre ad occuparsi di corpo umano, macchine volanti, ecc. nel tempo libero il grande Leonardo giocava nel campetto del “Vinci Associazione Calcio” nel tentativo di elaborare le dimensioni perfette per questa palla rotolante così amata dal popolo italiaco)

4) Le numerose “bagne caoda” mangiate al Sestriere durante gli allenamenti comprometteranno le doti agonistiche dell'italica squadra (oltre che il loro alito…). A questo proposito, voci di spogliatoio riferiscono che come schema alternativo, in caso di difficoltà sul campo, l’allenatore stia valutando la possibilità di chiedere ai giocatori di sistemarsi immobili di fronte agli avversari a bocca spalancata.

E poi ovviamente ci saranno la stanchezza post-campionato, post-coppe (che però dovrebbe giocare a nostro favore…i giocatori dell’Inter sono tutti stranieri no?), post-pisolino pomeridiano e così via…

Insomma, vada come vada, le spiegazioni per giustificare una pessima prestazione non mancheranno. Ma speriamo non siano necessarie…forza azzurri!

mercoledì 9 giugno 2010

Quel tesoro nascosto tra mutande e calzini

Da una ricerca condotta nel Regno Unito, è stato stimato che nel 2009 circa 4.500 chiavette dati USB siano state smarrite nelle lavanderie a secco da clienti distratti che si sono dimenticati di svuotare le tasche dei propri vestiti.*

E il dato è stato ripreso da una nota società, che lo cita a riprova della necessità, per le aziende, di dotarsi di strumenti che limitino il rischio che dati sensibili possano essere così facilmente diffusi (o impedendo che tali dati vengano copiati dal PC aziendale sulla chiavetta USB o adottando sistemi di crittazione che li rendano inaccessibili a persone non autorizzate).

Insomma, un’ulteriore dimostrazione del fatto che i rischi più seri alla sicurezza dei dati detenuti dalle aziende non provengono dai tanto temuti hacker o virus, ma dalle stesse persone che ci lavorano (e che talvolta li sottraggono volontariamente o, che, talvolta, come nel caso delle chiavette abbandonate, li rendono accessibili a tutti per distrazione).

Questa lettura mi ha riportata indietro con la memoria a tristi sabati mattina passati nelle lavanderie pubbliche a gettoni (quelle che da noi sono frequentate soprattutto da stranieri e che invece, in altri paesi europei, sono comunemente utilizzate).

Funziona così: il povero cliente arriva con il suo sacco di indumenti da lavare ed il suo detersivo. Acquista il gettone dal gestore e poi attende il proprio turno, fissando il vorticoso e rumoroso ruotare degli enormi cestelli che sembrano dover esalare ad ogni istante l’ultimo respiro e che invece proseguono incessantemente la loro marcia fino a dei crescendo degni delle più grandi opere sinfoniche.

Finalmente il rombo ed il tonfo finale…la corsa è finita ed il turno è arrivato. Il povero cliente si guarda intorno attendendo che il proprietario degli indumenti si riappropri dei propri beni….nulla…passano i minuti e nessuno si fa avanti. Con la cura che avrebbe chi tocca materiale radioattivo, il povero cliente estrae il contenuto dal cestello – evitando il più possibile il contatto - e lo deposita sul bancone. Il bancone (che è quello sul quale si deposita tutto, dagli indumenti da lavare alle sacche sporche che li contengono) è ovviamente sporco e metà degli indumenti, durante l’operazione di "trasbordo", sono finiti per terra, circostanze che ovviamente comprometteranno l’attività di pulizia appena terminata (e ben sta al cliente che se ne è andato a fare una passeggiata, incurante del ciclo di lavaggio dei propri indumenti!).

Insomma una scena triste…che potrebbe diventare ancora più triste qualora un giorno, nei locali delle lavanderie, si aggirassero loschi individui giunti appositamente a rovistare tra quelle mutande e quei calzini lasciati sul bancone alla ricerca della preziosa chiavetta USB….Quale miglior monito per ricordarsi di svuotare bene le tasche prima di portare i propri vestiti in lavanderia?


*http://www.infosecurity-magazine.com/view/6633/data-hung-out-to-dry-as-4500-usb-sticks-left-in-dry-cleaners

giovedì 3 giugno 2010

C’è posta per te

Il fatto che le aziende oggi si trovino a dover “parlare” ed “ascoltare” i propri clienti/consumatori è ormai una realtà ampiamente riconosciuta, anche se non da tutte le aziende praticata, a causa di timori su come gestire concretamente il rapporto con il consumatore (pensiamo ad esempio a come gestire eventuali critiche all’azienda e ad un suo prodotto pubblicate su mezzi accessibli a chiunque quali un sito Internet o un social network).

Oggi la comunicazione con il cliente è molto facilitata dalla tecnologia che ormai permea tutti i momenti della nostra vita. Eppure vi sono aziende che anche in mancanza di queste tecnologie, già parecchi anni fa, avevano compreso l’importanza di costruire un rapporto con il proprio cliente e di fidelizzarlo.

All’inizio degli anni ’80 era una grande gioia per un bambino di 5-7 anni ricevere una cartolina colorata dal suo amico “Il piccolo mugnaio bianco” che gli augurava ora “Buon compleanno”, ora “Buon Natale” (oggi, la prima missiva che i bimbi ricevono è quella del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che arriva puntualmente qualche giorno dopo la nascita, con la tessera del codice fiscale accompagnata da un testo che inizia così: “Gentile contribuente….”)!.

La cartolina del piccolo mugnaio bianco si inseriva ovviamente in un contesto più complesso fatto di raccolte punti, di giochi da richiedere al proprio negoziante e così via…ma quella cartolina, che arrivava puntualmente ogni anno, ti induceva a credere che da qualche parte esistesse davvero un piccolo mugnaio bianco che ti conosceva e che in qualche modo pensava a te…

Questo è il ricordo più vivo che ho del mio essere consumatore all’inizio degli anni ’80. Ma ovviamente il concetto di fidelizzazione del cliente è ben più antico: ieri mi è capitata tra le mani una “Tessera di amico di Topolino” degli anni ’30. Già allora si raccoglievano bollini su una piccola tessera che dava diritto a degli omaggi.

E nonostante la tecnologia, c’è chi si affida, ancora oggi, alla vecchia posta, come l’hotel a conduzione familiare dell’Alto Adige che invia, al cliente che ha soggiornato nell’hotel mesi prima, una lettera di auguri di “Buon compleanno” su carta pregiata, accompagnata da una bustina di tisana alla frutta come invito a godere del proprio compleanno nel meritato relax.

Soluzione che qualcuno potrebbe definire “tradizionale”, ma al cui confronto le mail di auguri totalmente anonime e spersonalizzate che spesso riceviamo dalle aziende appaiono davvero poca cosa. Cartoline colorate, bustine di tisane, tessere: niente tecnologia ma un’idea “forte” alla base…

mercoledì 26 maggio 2010

False trasparenze

Ormai è diventata una moda citare dettagliatamente sui giornali e in televisione i compensi di personaggi “pubblici” (conduttori dei programmi della televisione di Stato, manager delle aziende pubbliche ecc.). Talvolta addirittura si arriva alle informazioni di dettaglio sulle proprietà immobiliari e non. A che cosa porta tutto questo? Ad una maggiore trasparenza? Ad una maggiore moralità?

Certo, sapere che un conduttore televisivo guadagna, magari in una sola serata, molti più soldi di quanti ne guadagna un impiegato in 5 anni può non far piacere ma se tali guadagni sono correlati ad un guadagno per l’azienda che lo impiega (in termini di pubblicità, sponsor, ecc.)? E se il produttore X guadagna miliardi per un programma che viene da noi ritenuto “spazzatura” ci indigneremo contro il produttore? O forse contro le tante persone che consentono tali guadagni assicurando a tali programmi un’elevata audience?

E per quanto riguarda altre categorie, delle quali in teoria si sa tutto o quasi? Abbiamo molti libri che parlano dei compensi dei politici e di tutti i relativi privilegi. Che cosa fare in questo caso? Come assicurare che questi personaggi adempiano ai propri compiti? Installeremo telecamere a modi “Grande Fratello” per controllare che cosa fanno/dicono e il tempo che passano alla buvette a mangiare cornetto e cappuccino o dal barbiere?

E soprattutto... sapere dell’esistenza di tutti questi privilegi allontana forse lo spettro dei compensi illeciti dei personaggi politici (quelli che molto più raramente diventano noti al pubblico)…quelli per favori concessi, per appalti facilitati, per normative “ammorbidite”?
Norme più severe contro la corruzione possono, immaginiamo, servire soprattutto come minaccia, come strumento di deterrenza. Ma questo è sufficiente?

Il problema è che i comportamenti che ci indignano toccano dal profondo concetti come morale ed etica professionale che non si possono imporre e che valgono per tutti i cittadini, impiegati pubblici e privati. Come ricordava qualche giorno fa un importante sociologo, il problema è come “ricostruire” il cittadino, come assicurare che certi valori (rispetto per gli altri e per la “cosa pubblica”, onestà, etica professionale, ecc.) vengano inculcati nelle famiglie e poi nella scuola e nella società in generale.

Compito senz'altro molto più arduo ma, allo stesso modo, molto più promettente, della pubblicazione dei compensi nei titoli di coda delle trasmissioni televisive e di tutte le operazioni di facile trasparenza e di facile moralità che oggi vanno tanto di moda.

lunedì 17 maggio 2010

Se fossi la signora F.

Se fossi la signora F., penso non mi avrebbe fatto molto piacere leggere l’intervista nella quale mio marito, direttore di un noto quotidiano nazionale, afferma che a 67 anni (dunque in età pensionabile) resta al lavoro perché lo terrorizza l’idea di tornare a casa dopo aver fatto la spesa e sentirsi rimproverare dalla moglie per aver acquistato la marca sbagliata di pasta.

E’ vero che nella medesima intervista il direttore precisa di avere uno splendido rapporto con moglie e figli, ma le sue affermazioni confermano un dubbio che da tempo ci poniamo…: quanti uomini decidono di restare al lavoro oltre l’età pensionabile per timore di quello che li aspetta fuori dall’ambiente lavorativo?

Eppure si penserebbe che una coppia, in salute e dotata di mezzi economici, una volta che i figli abbiano raggiunto l’età dell’ìndipendenza, abbia oggi un mondo di opportunità: viaggiare, la possibilità di coltivare i propri hobby (o di scoprirne di nuovi), la possibilità di frequentare con maggiore libertà le proprie amicizie, godersi il piacere di quelle piccole cose che la frenesia di tutti i giorni ci impedisce di apprezzare.

E invece la vita oltre il lavoro, nell’immagine descritta dal nostro direttore, sembra fatta di una monotona quotidianità scandita dai rimproveri della moglie (che poi, e lo diciamo per esperienza personale, probabilmente aveva specificato accuratamente al marito quale marca di pasta acquistare!).

Non solo, ma la permanenza di persone di età avanzata sul luogo di lavoro ha conseguenze non indifferenti anche dal punto di vista dell’organizzazione aziendale. Non significa infatti genericamente un minore dinamismo in termini di di ricambio generazionale, ma anche un minore ricambio delle idee ed il rischio di continuare ad importare nel lavoro schemi/modelli che non si adeguano più alla realtà. Certamente esistono persone che, a prescindere dall’età, hanno una visione del presente e del futuro particolarmente innovativa, ma nella maggior parte dei casi si tratta di eccezioni.

Se poi un giorno scoprissimo che la signora F. continua a lavorare oltre l’età pensionabile perché trema all’idea di passare le proprie giornata a rimproverare il marito per aver acquistato la marca sbagliata di pasta allora saremmo seriamente preoccupate. Ma sarà che le donne in posizioni di rlievo nel mondo lavorativo italiano sono ancora poche (e dunque meno intervistate) o sarà semplicemente il fatto che il mondo lavorativo della donna si spinge, per tradizione, sempre oltre il confine dell’ufficio...pensiamo di essere nel giusto nel ritenere che difficilmente leggeremo un giorno una simile intervista.

mercoledì 12 maggio 2010

I viaggi de "Ilportapenne": Parigi

Il treno entra alla Gare de Lyon di Parigi in perfetto orario, primo segno che abbiamo varcato i confini nazionali.

Nonostante la grandezza della città, il traffico scorre agevolmente nei grandi boulevard: c’è anche chi riesce ad andare in bicicletta.
Sarà il suono dolce della lingua, saranno le boulangerie e patisserie con le loro baguette e croissant che ci guardano invitanti dalle vetrine, saranno gli alberi maestosi lungo i boulevard o le insegne del metro in stile liberty, ma l’atmosfera sembra particolarmente rilassata…o sarà semplicemente che siamo in vacanza e, lasciati indietro la quotidianità ed il lavoro, tutto ci sembra più bello.

In Place des Vosges i bimbi giocano: sotto i portici le gallerie d’arte espongono le opere, mentre alcuni artisti espongono i quadri direttamente all’aria aperta. E c’è chi si ferma a discutere con gli artisti sul significato delle opere o a chiedere il perché dell’espressione di una scultura…”Sì, effettivamente ho uno stile un po’ accademico” risponde pacatamente un signore di 60 anni alla coppia di francesi che lo interroga, mentre tiene nella mano la piccola scultura di una bambina.

Il ragazzo che gestisce il piccolo negozio di souvenir e cartoline all’ingresso della piazza è turco, anche se nato in Francia, e ha le idee chiare sulle politiche dell’immigrazione: “Voi italiani non volete gli stranieri…ecco almeno siete chiari..qui in Francia invece sono ipocriti…dicono che ci vogliono – ed in effetti hanno bisogno di noi in tanti lavori quotidiani – ma poi ci trattano da cittadini di serie B”. Affermazione alla quale non so bene che cosa rispondere, ma che, nonostante il sorriso del ragazzo turco, non mi suona esattamente come un complimento…

A Chantilly, circa 40 km da Parigi, all’interno del castello, visitiamo quella che la guida dichiara fieramente essere “la seconda pinacoteca più importante della Francia, dopo il Louvre”. “Per volontà degli ultimi eredi, tutto ciò che è conservato nel museo non può essere né venduto, né prestato…” dice la guida “...e nulla può essere restituito”, aggiunge, sogghignando mentre guarda un mosaico proveniente da Ercolano sistemato su un muro (avrà intuito che siamo italiani?).

Mangiamo in una casetta all’interno dell’immenso parco del castello: qui proviamo la vera crema “Chantilly” e beviamo la birra “Rebelle”, dedicata ad una donna che guidò, intorno al 1500, una rivolta contro Carlo il Temerario (pieni di eroine questi francesi: Giovanna d’Arco e questa giovane donna, anche lei, curiosamente, di nome Giovanna!). L’etichetta sulla bottiglia riporta la storia della birra e presenta un simbolo curioso che non avevo mai visto: una donna con il pancione mentre beve la birra ed una riga tracciata sopra…Altro che “bevi responsabilmente” ed altri motti simili…qui proprio “vietano” la birra alle donne incinte, con tanto di segnaletica dedicata!

Il castello di Malmaison, a pochi km da Parigi, è stato per diversi anni la residenza di campagna di Napoleone e anche luogo di riunioni del governo. L’atmosfera è molto tranquilla: nulla a che vedere con lo sfarzo delle residenze di principi e nobili. Per questo non ci è difficile immaginare Napoleone seduto al tavolo da pranzo o nella biblioteca o nella stanza della musica, o mentre gioca al biliardo, come un marito qualsiasi (o quasi).

Ripartiamo dalla Gare de Lyon e arriviamo a destinazione, in Italia, puntuali, neanche 5 minuti di ritardo…eppure siamo in Italia (ah no, dimenticavo, il treno è francese…!)

venerdì 7 maggio 2010

Welcome to Rho-Fiera Milano!


Secondo il sito ufficiale è il “centro espositivo che per dimensioni, funzionalità, qualità architettonica si colloca ai vertici del mercato fieristico mondiale”*. E in effetti, quando si arriva a Rho-Fiera (detta anche Fiera Milano) la prima impressione può essere quella, se non altro per l’aspetto architettonico, che davvero non può non lasciare indifferenti (vd. foto).

Ci incamminiamo dunque fiduciosi lungo i padiglioni della manifestazione che ci interessa: varcata la soglia d’entrata la fiducia però comincia a scemare. Ci sentiamo completamente persi. I cartelli sono poco chiari e posizionati ancor peggio, le cartine praticamente incomprensibili (forse anche perché scritte con caratteri “8”). Vaghiamo alla ricerca della sala congressi che ci interessa: finalmente, con non poca fatica, la troviamo. Peccato che la sala abbia una capienza assolutamente insufficiente: la metà dei presenti è costretta a stare in piedi (e nessuna hostess verrà in nostro soccorso con sedie aggiuntive, come capita altrove) e dopo un po’ di tempo, causa anche l’insufficiente aerazione del luogo, la sensazione di soffocamento è diffusa…

Terminata questa sofferenza fisica, il povero visitatore parte alla ricerca di un luogo nel quale potersi ristorare: nonostante la quantità di persone presenti, i luoghi nei quali poter soddisfare tale esigenza sono pochi e squallidi (e cari). Forse la seguente sosta sarà più promettente? La ricerca delle toilette si rivela alquanto ardua: in compenso troviamo la tipografia, l’ufficio che mette a disposizione hostess ed accompagnatrici e… la “zona del silenzio”…incuriositi dal nome ci incamminiamo e, sorpresa sorpresa, proprio qui troviamo le agognate toilette..poco più in là, un luogo che deduciamo essere dedicato alla meditazione spirituale e alla preghiera (e dopo un’esperienza di questo tipo forse ce n’è davvero bisogno).

Finalmente la manifestazione termina e ci incamminiamo verso la nuovissima stazione ferroviaria Rho-Fiera per prendere il treno (vd.foto).
Acquistiamo il biglietto alla biglietteria automatica perché di esseri umani non c’è ombra..la macchinetta, abilitata a dare resto e ad accettare carta di credito e bancomat non accetta né l’una né l’altro e ci restituisce un resto inferiore al dovuto (nonostante riporti che dà resto massimo in moneta fino a 9€).
Mancano 30 minuti all’arrivo del treno: saliamo lungo le scale mobili e in superficie veniamo travolti dalla bora che da Trieste ha raggiunto direttamente Rho-Fiera, bypassando le stazioni intermedie: data la stanchezza vorremo sederci sulle poche panchine posizionate lungo i binari ma il rischio di assideramento è troppo elevato e scendiamo, come tutti gli altri viaggiatori, al livello -1.

Nella stazione (nuovissima) non c’è ombra di un bar nel quale potersi riparare e dunque, nella speranza di trovare bar all’esterno, ci incamminiamo verso l’uscita. Quello che troviamo non è esattamente quello che cercavamo (vd. foto).

A questo punto l’unica speranza è di trovare una panchina al livello -1, sotto la stazione…qui gli unici punti di appoggio (vd. foto) sono però inutilizzabili..qualcuno in verità si azzarda ad utilizzarli come panchine, ma desiste presto.
















Nell’impossibilità di sederci continuiamo a camminare su e giù per i corridoi del livello -1, come tutti gli altri viaggiatori, fino all’orario dell’arrivo del treno (anche qui, ovviamente nessun punto di ristoro, nessun bar, ecc.).

Alla fine il treno che arriva è pieno e dobbiamo nuovamente stare in piedi: la tentazione di emulare l’urlo di Fantozzi è forte, ma l’importante è andare via e lasciare il più possibile lontano da noi questo “centro di eccellenza”….

http://www.fieramilano.it/portal/page?_pageid=36,1,36_64507&_dad=portal&_schema=PORTAL